A pochi regimi è permesso sequestrare i propri oppositori fuori dei confini. In passato l'hanno fatto quelli fuorilegge, come le dittature latinoamericane degli anni Settanta, e quelli "sopra la legge", come gli Usa o Israele che nel 1986 fece rapire dal Mossad a Roma il tecnico nucleare Mordechai Vanunu. Dal 13 dicembre scorso all'elenco ristretto va aggiunto anche il governo di Alvaro Uribe, che non riuscendo a stanare nelle selve colombiane i comandanti guerriglieri, si accontenta di acciuffare all'estero qualche luogotenente da esporre come trofeo di guerra. Come è accaduto un anno fa quando un'azione combinata dei servizi ecuadoregni e colombiani ha sequestrato a Quito Simon Trinidad, noto esponente delle Farc, "regalato" agli Usa ai primi del mese. Che Uribe si dedichi a pratiche del genere non sorprende affatto, visto il suo curriculum. Lascia interdetti invece che questo sequestro sia stato realizzato a Caracas, capitale della "patria bolivariana" guidata dal presidente Hugo Chavez. Ma andiamo con ordine. La vicenda viene alla luce il 15 dicembre scorso, quando il direttore della polizia colombiana annuncia l'arresto nella città di Cucuta (quindi in Colombia) di Rodrigo Granda, responsabile delle Farc per l'America latina. Bastano poche ore perché emerga un'altra verità, raccontata da testimoni e giornalisti, tra i quali il collaboratore in Colombia di ‟Le Monde Diplomatique”. Granda è stato bloccato il 13 dicembre da una quindicina di uomini in un bar del centro di Caracas, a due passi dall'hotel Hilton, spinto nel portabagagli di un fuoristrada verde, trasportato per quindici ore fino al confine dopo avere superato senza problemi una decina di posti di blocco della Guardia nazionale, e consegnato alla polizia colombiana.
Chi ha sequestrato Granda? Agenti della polizia criminale venezuelana, della polizia politica (Disip), 007 colombiani o un commando congiunto bi-nazionale. Il caso si fa più ancora più intricato quando si diffonde la notizia dell'arresto, avvenuto il 9 dicembre nella città venezuelana di Maracay, di quattro agenti dell'anti-terrorismo colombiano, rilasciati solo tredici giorni dopo senza nessuna spiegazione ufficiale. Tutto fa supporre che siano implicati nel sequestro di Granda, ma le autorità continuano imperterrite nella loro linea. Quelle di Bogotà si ostinano a ripetere bugie grossolane. Quelle di Caracas optano per un silenzio di giorno in giorno sempre meno sostenibile. A metterle ancora di più a disagio c'è il possesso da parte del cinquantacinquenne rappresentante delle Farc della nazionalità venezuelana e la sua partecipazione, nei giorni precedenti la cattura, a due convegni internazionali svoltisi a Caracas: quello degli intellettuali e degli artisti (durante il quale Granda si è incontrato anche con i Nobel José Saramago e Adolfo Pérez Esquivel) e il successivo Congresso bolivariano dei Popoli.
Sul governo Chavez cominciano a piovere comunicati, richieste di chiarimento e lettere di protesta dei suoi sostenitori. "È abominevole che dopo avere riunito i rivoluzionari di tutto il mondo in appoggio alla rivoluzione bolivariana, la stessa rivoluzione bolivariana catturi uno di questi rivoluzionari per consegnarlo, come mostra d'affetto, all'imperialismo", scrive, ad esempio, sul sito di Rebelión, lo storico Roberto Lopéz Sanchez. Il 2 gennaio si fa viva anche la Comandancia delle Farc che, dopo avere definito "deplorevole" il sequestro del suo uomo, chiede perentoriamente al governo venezuelano di "stabilire quali siano le garanzie date alle altre organizzazioni bolivariane". Soltanto successivamente il ministero degli interni venezuelano emette un comunicato ufficiale che, mentre afferma che Granda è entrato clandestinamente nel paese (e che la sua cittadinanza venezuelana è falsa), annuncia un'indagine sul coinvolgimento nel sequestro di funzionari venezuelani con l'eventuale compartecipazione di agenti colombiani. La cui conferma, dichiara il ministro Jesse Chacón, "significherebbe una grave violazione della sovranità nazionale".
Se Uribe non palesa nessun imbarazzo a rivendicare tra le righe il sequestro (meritando il rimprovero del quotidiano ‟El Tiempo” che ricorda "l'alto prezzo pagato dalle autorità quando scelgono scorciatoie che violano le leggi"), la patata bollente sta principalmente nelle mani di Chavez. Prima di tutto perchè è risultato evidente l'infiltrazione dei suoi servizi segreti. Ma anche perché si trova stretto tra la volontà di scrollarsi di dosso l'accusa di tolleranza verso le Farc, alimentata in questi anni dagli Usa e dall'opposizione interna, e la volontà di mantenere una coerenza politica, sua e del movimento progressista che l'ha difeso in questi anni. Se è difficile prevedere gli sviluppi di questo sequestro internazionale, è abbastanza logico pensare che abbia voluto non tanto colpire le Farc, ma soprattutto mettere in difficoltà Chavez, dopo il successo del referendum di agosto. Ed è ancora più logico riconoscere in tutto l'intrigo lo zampino di Washington.
Guido Piccoli

Guido Piccoli

Guido Piccoli, giornalista e sceneggiatore, ha vissuto a Bogotá gli anni più caldi della "guerra ai narcos". Sulla Colombia ha scritto la biografia di Escobar, Pablo e gli altri (Ega edizioni 1994) e la guida della Clup (1996).

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