Non mostra rimorso e neppure odio. Non sappiamo ancora se avesse figli. Non sembra neppure particolarmente spaventata o sotto choc. Non per la morte del marito e non per il fatto di essere agli arresti con l’accusa di strage (quasi 60 morti e un centinaio di feriti, compresi anziani, donne e bambini). Ma con voce monotona, quasi trattasse argomenti che non la riguardano, Sajida Atrus Al Rishawi snocciola davanti alla televisione giordana il racconto del suo attentato kamikaze assieme al marito e due compagni venuti dall’Iraq contro i tre grandi alberghi di Amman mercoledì sera 9 novembre. Ieri la sua figura un po’goffa, intabarrata in un pesante vestito nero, il capo coperto con il velo, l’accento e la parlata semplice delle persone che vengono dalla campagna, è apparsa per poco più di un minuto sulle televisioni di tutto il mondo. Un breve accenno alle sue generalità (appartiene alla stessa tribù dell’attuale ministro della Difesa iracheno) e la provenienza dal cuore delle zone irachene sunnite in rivolta: ‟Sono nata a Ramadi nel 1970”. Poi la descrizione dell’operazione. ‟Il cinque novembre arrivammo in Giordania su un’auto bianca condotta da altri due uomini. Fu mio marito, Ali Hussein Al Shammari, a organizzare il nostro viaggio. Io non mi occupai di nulla”, dice, spiegando che per non dare nell’occhio si chiusero in un appartamento nel centro di Amman affittato in precedenza e senza avere alcun contatto con esterni. Una mossa tragicamente vincente. È noto infatti che i servizi segreti giordani da tempo hanno infiltrato i ranghi dei gruppi fondamentalisti locali. La terrorista non ci lascia neppure capire se le spiace di non essere riuscita a fare brillare la sua cintura esplosiva assieme agli altri tre del commando. Si limita invece a ricordare che il marito aveva due cinture. ‟Una me la fece indossare e mi spiegò come farla detonare una volta fossimo arrivati all’hotel Radisson”, aggiunge. La descrizione dell’attentato è telegrafica. ‟Arrivammo all’hotel con un’auto affittata. Entrammo, lui andò verso una direzione e io dalla parte opposta. Era in corso una festa di matrimonio, con bambini, donne e uomini. Mio marito fece scoppiare il suo ordigno, ma io non riuscii con il mio. Allora mi unii ai sopravvissuti e corsi assieme a loro verso l’esterno”, spiega alzandosi in piedi e mostrando alla telecamera sia il detonatore avvolto dalla scientifica in un sacchetto di plastica sia l’ordigno disinnescato allacciato attorno al suo corpo. Secondo le autorità giordane, la donna avrebbe provato per prima a farsi saltare in aria, vedendo che il detonatore non funzionava il marito le avrebbe ordinato di uscire e soltanto dopo si sarebbe fatto scoppiare. Un documento comunque senza precedenti. Occorre forse risalire agli scenari della violenza in Cecenia per trovare un caso simile, in cui marito e moglie scelgono di immolarsi assieme in un’azione suicida. Senza dubbio gli inquirenti e gli uomini dei servizi lavoreranno a tempo pieno per risalire dalla donna alla rete del terrorismo operante tra Amman e Bagdad. A detta del vice premier, Marwan Moasher, la Rishawi sarebbe oltretutto sorella di Samir Atrus Al Rishawi, a sua volta morto alcuni mesi fa durante i combattimenti con i soldati americani nella zona di Falluja e soprattutto ex stretto collaboratore del numero uno di Al Qaeda in Iraq, il giordano Abu Musab Al Zarqawi. La testimonianza conferma così gli annunci via web resi noti da Al Qaeda negli ultimi giorni, che sin dall’inizio hanno rivendicato la provenienza irachena dei terroristi e persino parlato di una ‟coppia sposata” all’interno della cellula. Prima del weekend ne era nato anche un giallo, quando gli inquirenti avevano annunciato di aver trovato una testa di donna tra i resti delle vittime, salvo poco più tardi identificarla come quella di una giovane ragazza presente alla festa. Ora l’equivoco è risolto.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>