‟I terroristi non sono altro che eretici dell’Islam. Rappresentano un problema non solo giordano, ma globale. Dovremo combatterli rafforzando la cooperazione nel mondo arabo e internazionale”. Re Abdallah li definisce takfiri, ovvero estremisti che condannano illegittimamente come ‟apostati” altri musulmani (ad esempio i leader politici) e li combattono con atti terroristici. Re Abdallah ha voluto concedere quest’intervista nel palazzo reale a fianco il giovane fratello, principe Ali, che coordina i servizi di sicurezza. Un segnale forte in tempi di pericolo, dopo che il 9 novembre tre kamikaze iracheni di Al Qaeda si sono fatti esplodere ad Amman causando quasi 60 morti. Un quarto kamikaze, una donna, è stata catturata e ora ‟rappresenta una preziosissima fonte di informazione per debellare la rete terroristica comandata da Zarkawi”. A sottolineare quanto sia delicato il momento, ieri notte sono inoltre arrivate le dimissioni di undici alti ufficiali dei servizi giordani. Sua Maestà, qui ancora in tanti non credono che i terroristi militino in Al Qaeda. C’è chi accusa Israele o gli Usa. Non è un problema? ‟Esiste un profondo conflitto all’interno del mondo islamico, non solo in Giordania, ma anche in Arabia Saudita, Egitto, Siria, persino tra le comunità musulmane in Europa o negli Stati Uniti. Occorre che le nostre popolazioni facciano una chiara scelta di campo, distinguendo tra takfiri, violenti salafiti o wahabiti da un lato e esponenti della tradizione islamica moderata dall’altro. Le nostre popolazioni devono chiedersi: davvero chi si fa saltare in aria nel mezzo di una festa con anziani, donne, bambini innocenti rappresenta la nostra religione? E occorre una mobilitazione generale contro il terrorismo”. Cosa fare? ‟Nel breve e medio periodo dobbiamo operare militarmente, coordinare i nostri servizi di informazione con altri Paesi. Ma nel lungo periodo la battaglia è soprattutto culturale, potrebbe durare 10 o 15 anni. Ogni Paese del Medio Oriente deve insegnare nelle scuole, nelle moschee, in ogni occasione pubblica che il takfirismo non ha assolutamente nulla a che vedere con l’Islam. Gli eretici creano la guerra civile nella nostra religione, tra Occidente e mondo arabo, vogliono il caos. La ragione deve trionfare sul fanatismo. E’però uno sforzo costoso. Pochi giorni fa un mio conoscente rimase sbalordito dai toni estremisti di un imam in una moschea di Cincinnati. Dovremmo mandarne uno noi a rimpiazzarlo. Ma sono spese che non possiamo affrontare da soli”. Come educare? ‟Per esempio, sono in tanti tra i musulmani a non credere che gli attentati dell’11 di settembre siano stati perpetrati da Al Qaeda, sebbene gli stessi terroristi li rivendichino. E’contro questo tipo di cecità irrazionale che dobbiamo lottare”. Ha altri dettagli sulla donna kamikaze catturata viva? ‟E’stata presa grazie all’aiuto indiretto dei comunicati del gruppo di Zarkawi. Sono stati loro a dire che c’era una donna nel commando e che si era fatta saltare in aria. Non sapevano ovviamente che il suo detonatore non aveva funzionato. Noi pensavamo che lei fosse solo parte della fase logistica. Ora sappiamo molto di più, potrebbero esservi anche altri personaggi coinvolti a cui stiamo dando la caccia”. Ci sono giordani coinvolti? ‟Forse. Ma la differenza tra questo e altri tentativi di attentato nel passato è proprio il fatto che i maggiori attori sono iracheni. Di più non posso dire”. Sarà condannata a morte? ‟In coordinazione con l’Unione Europea vorremmo modificare il nostro codice penale. La Giordania potrebbe presto diventare il primo Paese del Medio Oriente senza pena capitale. Ma per il momento è in vigore. E stiamo dibattendo sulla sorte della terrorista”. L’Iraq è passato da importatore a esportatore di terrorismo? ‟Sì. Ma direi che le forze della guerriglia irachena stanno prendendo il posto di quelle arrivate dall’estero. Credo che se domani al Zarkawi morisse verrebbe sostituito da un locale. Ecco perché l’appuntamento elettorale del 15 dicembre è tanto importante per l’Iraq. Bisogna che vi partecipino in massa tutte le componenti del Paese”. E la questione palestinese? E’vero che, a fronte delle debolezze dimostrate da Mahmoud Abbas contro Hamas e i gruppi radicali, lei sta pensando di riprendere il controllo parziale della Cisgiordania? ‟Assolutamente no. Prima i palestinesi devono guadagnare la totale indipendenza delle loro terre e fondare uno Stato in Cisgiordania e Gaza. La comunità internazionale dovrebbe aiutare il presidente palestinese a equipaggiare e armare meglio la sua polizia. Il rilancio economico palestinese è l’unico modo per garantire pace e stabilità. In un secondo tempo, molto remoto, potremo riconsiderare i rapporti tra Giordania e Palestina, persino tornare a parlare di confederazione”.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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