Una conferenza dei paesi produttori di diamanti e delle industrie che li trattano, riunita a Mosca, martedì ha preso una decisione senza precedenti: controllare l'export di diamanti grezzi da tutta l'Africa occidentale, per rintracciare quelli prodotti in Costa d'Avorio ed evitare che siamo messi sul mercato. È una misura drastica, una novità nell'ambito del sistema noto come Kimberley Process - il programma sponsorizzato dalle Nazioni unite per mettere fine al traffico di gemme estratte in zone di conflitto e spezzare il legame tra le gemme e la guerra. E' un legame documentato da fior di rapporti delle Nazioni unite: per tutti gli anni `90 e oltre, milizie ribelli, ‟signori della guerra” e commercianti senza molti scrupoli hanno finanziato con i diamanti l'acquisto di armi alimentando conflitti sanguinosi (è il caso di Angola, Congo, Liberia e Sierra Leone). La storia oggi si ripete in Costa d'Avorio. Nel settembre 2002 una ribellione tra i militari è diventata una guerra civile che ha spaccato il paese in due; un cessate il fuoco (gennaio 2003) e accordi di pace hanno retto pochi mesi, poi il paese è ripiombato nel conflitto: oggi una fragile zona pattugliata dalle Nazioni unite separa i ‟governativi” nel sud dai territori controllati dai ribelli nel nord. Il conflitto ha fatto migliaia di morti e grandi masse di sfollati. Ora un Comitato di esperti dell'Onu afferma che la produzione di diamanti nel nord del paese ‟fornisce un importante reddito a Force Nouvelle”, il movimento ribelle contro il governo centrale (Panel of Experts on Côte d'Ivoire, rapporto al Consiglio di sicurezza diffuso il 7 novembre). Il rapporto dice che centinaia di scavatori sono al lavoro nei ‟pozzi” di diamanti in tre zone della Costa d'Avorio nord-orientale, presso i villaggi di Seguela, Bobi e Diarabala. Ne escono circa 300mila carati di diamanti all'anno, un valore di circa 25 milioni di dollari. Il comitato di esperti rintraccia le vie seguite dai diamanti ivoriani per arrivare sul mercato: il Mali e la Guinea.
Sono informazioni simili a quelle raccolte da Global Witness, un'organizzazione non governativa che ha sede in Inghilterra e indaga sul legame tra risorse naturali e conflitti. Gli investigatori di Global Witness hanno intervistato un commerciante di diamanti in Mali che ha lavorato per sei anni come scavatore di gemme in Costa d'Avorio, a Seguela: spiega che migliaia di persone come lui scavano diamanti in quella regione, e che gli uomini di Force Nouvelles impongono loro una ‟tassa” sulle pietre trovate. Hanno intervistato altri commercianti di diamanti, in Mali, che prendono una commissione sui diamanti contrabbandati dalla Costa d'Avorio e dichiarano di rivenderli a compratori che arrivano da Russia, Sudafrica, Stati uniti, Gran Bretagna, e anche dall'Italia. ‟E' molto probabile che quei diamanti entrino nel meccanismo del commercio certificato di Kimberley”, fa notare l'ong londinese.
Già, il ‟certificato”. Il Processo di Kimberley, che riunisce quasi tutti i paesi produttori di diamanti e quelli che li comprano (grezzi), oltre alle maggiori aziende che commerciano diamanti grezzi, si basa su un meccanismo volontario di certificazione: i paesi produttori devono fornire ogni pietra grezza estratta nel loro territorio di un certificato che precisa da dove viene; tutti si impegnano a importare ed esportare solo diamanti ‟certificati”, e dunque a trattare solo con altri paesi che partecipano al programma. La Costa d'Avorio aderisce al Kimberley Process e al sistema della certificazione dal suo varo (nel 2003), e così anche la Guinea; il Mali non ne fa parte ma ha chiesto di entrare. Il punto è: chi assicura che questo meccanismo sia rispettato, e che gemme contrabbandate da zone di conflitto non siano riciclate con certificati fasulli? Nel caso della Costa d'Avorio, la conferenza del Kimberley Process ora ha stabilito che tutta la produzione di diamanti dell'Africa occidentale sarà monitorata e tutte le pietre esportate dalla regione dovranno avere un certificato di ‟profilo” (caratteristiche, carati etc) per essere meglio rintracciabili. E' un banco di prova per il sistema dei certificati.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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