Alcune recenti esperienze mi riattualizzano domande forse senza risposta: che cosa muove la gente, e che cosa vede? A parte le «vasche» nelle strade commerciali del centro o le file di giovani in macchina su e giù per viale Trastevere le sere del week-end, destinati a passarle così, quelle sere, in automobile, penso all’ingorgo in cui sono stato incastrato oltre un’ora domenica a Fiumicino, che non è una località turistica ma un porto e un mercato del pesce, e dove volevo mangiare ed oziare, ma sono stato preso nel vortice di chi entrava o usciva da alcuni enormi centri commerciali. È il fenomeno sociale delle aggregazioni intorno alla merce, delle vite che si mostrano «private» solo se si è consumatori o aspiranti tali, del legame coi propri simili, e dell’impiego del tempo «libero», nei parcheggi degli ipermercati. (La strada per il mare in cui ho deviato era invece assolutamente sgombra, così come la spiaggia in cui ho oziato dopo). Mi interrogo anche sul successo di pubblico di quegli «eventi» che ogni città persegue organizzando «grandi mostre», equivalente nel consumo dell’arte di quelle grandi opere diffuse in edicola, e su cui Mario Lavagetto (Eutanasia della critica, Einaudi) sollevava seri dubbi quanto all’effettiva crescita della lettura e della frequentazione di libri che la loro vendita induce. Le persone che fanno la coda per visitare una mostra o un museo, che esperienza hanno da raccontare? Escludendo che abbiano (che abbiamo) una preparazione e un’educazione allo sguardo tali da passare con disinvoltura dal Parmigianino a Lucio Fontana, che cosa vede la gente (che cosa vediamo) quando guarda una mostra di Fontana, di Parmigianino, di Van Gogh e Gauguin (insieme a Brescia)? Sono diverse dagli ipermercati? Non sto giudicando, ma dichiarando un interesse per il bagaglio eventuale di storie che la gente porta, muto, con sé, per la ricchezza invisibile che la loro fatica dovrebbe presupporre. Altra cosa è il populismo tra l’enciclopedico e il televisivo di chi questi eventi li produce. Mercoledì sono andato all’inaugurazione della mostra «Burri. Gli artisti e la materia 1945-2004» alle Scuderie del Quirinale. La folla di persone invitate che avevano ore di tempo per fare una fila da mensa universitaria mi dissuase, non essendo previsto un ingresso riservato per la stampa. Per un po' sono rimasto a guardare la gente, ostinata tra le automobili saettanti, e gli uomini in blu, efficienti come bodyguard nel sorvegliare le transenne. Poi sono tornato a casa.
Beppe Sebaste

Beppe Sebaste

Beppe Sebaste (Parma, 1959) è conoscitore di Rousseau e dello spirito elvetico, anche per la sua attività di ricerca nelle università di Ginevra e Losanna. Con Feltrinelli ha pubblicato Café Suisse e altri luoghi di sosta (1992), Niente di tutto questo mi appartiene (1994), Porte senza porta. Incontri con maestri contemporanei (1997; poi ripubblicato in Il libro dei maestri. Porte senza porte rewind, luca sossella, 2011). Tra i suoi ultimi libri, Panchine. Come uscire dal mondo senza uscirne e Oggetti smarriti e altre apparizIoni, entrambi con Laterza. Per Feltrinelli ha curato e tradotto ne "I Classici" Le passeggiate del sognatore solitario di Jean-Jacques Rousseau (2012) e I miei amici di Emmanuel Bove (nuova ed. 2015).

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