L'ufficio è spesso al buio, perché la corrente elettrica resta intermittente a Muzaffarabad, capitale del territorio montagnoso chiamato Azad (‟libero”) Jammu e Kashmir, provincia di fatto del Pakistan: è tra le zone più colpite dal terremoto dell'8 ottobre scorso. Uzma, giovane donna dai modo perentori, indica una mappa affissa alla parete e impartisce istruzioni a un gruppo di donne e uomini, coordinatori di alcune comunità rurali del distretto. Un delegato del Programma alimentare mondiale (Pam, agenzia delle Nazioni unite) confronta con loro una lista di località isolate dove bisogna mandare aiuti con urgenza. Muzaffarabad, con un campo sportivo trasformato in eliporto, è ciò che le Nazioni unite chiamano ‟hub” delle operazioni umanitarie: ne testimonia il traffico di camion carichi di derrate che sale dalla capitale pakistana Islamabad, e quello degli elicotteri che smistano aiuti e tende nelle località. Sungi è una piccola organizzazione non governativa pakistana, si occupa di sviluppo rurale e da qualche anno lavora anche nel Kashmir: ora la sua rete di attivisti locali torna utile, parecchie agenzie umanitarie internazionali si sono rivolti anche a loro per organizzare la distribuzione di viveri e assistenza nella regione devastata dal sisma. ‟Prima abbiamo mandato i nostri operatori a verificare lo stato dei villaggi, sopravvissuti, feriti, necessità più urgenti. Su questa base mandiamo il materiale disponibile e organizziamo la distribuzione con la comunità stessa”, spiega Uzma.Sungi fa parte di un più ampio coordinamento di organizzazioni non governative pakistane - quelle che si definiscono ‟progressiste”, che ‟lavorano per i diritti sociali, lo sviluppo socio-economico e la difesa dei diritti umani, con particolare enfasi sulla giustizia e l'eguaglianza di opportunità per le donne, la società rurale, i lavoratori, le minoranze, i bambini, e la popolazione svantaggiata delle zone più remote e deprivate del Pakistan”. Sono raccolte nel Joint Action Committee (www.jacngospakistan.org), ‟comitato d'azione comune”. ‟Ci siamo convocati il 9 ottobre, domenica, il giorno dopo il terremoto” ci spiega Tahira Abdullah a Islamabad: l'abbiamo incontrata nella sede provvisoria della coalizione, ingombra di scatoloni, fagotti di coperte, pacchi di alimentari. Ci mostra le liste dei volontari che si sono messi a disposizione, ordinata per competenze: medici, chirurghi, personale sanitario, ingegneri... Il Joint Action Committee riunisce oggi un centinaio di ong (‟di cui 25 solo nella zona delle twin cities”, le città gemelle Islamabad-Rawalpindi”). E' nato una ventina d'anni fa, racconta Tahira Abdullah, e si convoca si specifiche campagne, quando è necessario. La sua storia riflette quella della fragile società civile organizzata in questo paese che ha conosciuto più regimi militari che civili (anche oggi è governato da un presidente capo delle forze armate). ‟E' nato dal movimento delle donne”, spiega Tahira, che nel 1981 era tra le attiviste che avevano dato vita al Forum d'azione delle donne, coalizione di gruppi femminili che si battevano ‟contro la teocratizzazione del paese, il regime militare, e le leggi discriminatorie verso le donne e le minoranze non musulmane” - erano gli anni di del generale Zia ul-Haq, che aveva islamizzato il diritto civile e la magistratura (molto è cambiato da allora, ma non il posto delle donne nel sistema legale: Tahira cita la grande marcia organizzata un anno fa contro la persistenza del ‟delitto d'onore”). Nell'85, sull'onda di queste battaglie, era nata la coalizione più ampia di ong che rappresentano il baluardo della (debole) democrazia in Pakistan. E' la prima volta però che il Jac si convoca per un terremoto: il Pakistan non aveva mai vissuto un disastro naturale così drammatico. ‟Al disastro naturale ora si sommano rischi creati dall'uomo ‟, dice Tahira Abdullah, e parla di donne e bambini che ora sono i più vulnerabili tra gli sfollati, delle malversazioni che già emergono, della gestione degli aiuti affidata ai militari o alle forze religiose. Tra loro tenta di farsi spazio la rete delle ong democratiche raccolte nel Jac.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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