La sinistra italiana, in piena crisi di autostima, stremata da un ripensamento identitario e organizzativo che ne assorbe ogni adrenalina residua, dovrebbe specchiarsi più spesso nella formidabile immagine di efficienza, dinamismo e inventiva offerta dal suo irriducibile rivale, Silvio Berlusconi. Già considerata capace di sobillare procure e tribunali d´Italia per un grandioso disegno inquisitorio, ora viene accusata dal premier, nel corso di un comizio già passato alla storia del cabaret, di addestrare finti pensionati per spedirli "sui tram" a fingere indigenza per denigrare il governo.
È la famosa strategia della pensione. Non corrisponde, ovvio, a niente di vagamente verosimile: perfino gli onesti tram, quando evocati da Berlusconi, fanno pensare più a musical sulla Milano del tempo che fu, con Bramieri e la Masiero al Teatro Manzoni sotto una scenografia di troller, piuttosto che al parco effettivamente circolante, per altro mai frequentato da un magnate che sorvola in elicottero un paese a lui totalmente sconosciuto. Ma l´immagine dei pensionati cenciosi e maldicenti, che imbeccati dagli agit-prop di partito salgono e scendono dai mezzi pubblici per aizzare alla sovversione sociale credule massaie e giovani inesperti, non può che rinfocolare lo spento orgoglio della sinistra italiana.
Tanto per cominciare, lo scenario è un fantastico cocktail di tutti o quasi i luoghi prediletti dall´immaginario della sinistra storica. C´è Brecht: il sordido organizzarsi degli indigenti, la metropoli come sentina del cattivo operare. C´è Zavattini (ah, quegli anziani che borbottano in dialetto milanese…) e la lezione del neorealismo, con gli attori presi dalla strada. C´è la rivoluzione russa (con questo freddo, poi), la folla misteriosa e infida che trasforma la sua vita bigia oggi in furia maldicente, domani, chissà, in un assalto al capolinea del 15, con Eisenstein che filma le dita ossute del pensionato-leader che si levano contro lo sfondo bianco e raggelato del cielo. E c´è, soprattutto, la mitologia grande e terribile dell´organizzazione proletaria, la vecchia talpa che rode le strutture del capitale, il reclutamento dei pensionati-comizianti in sezioni intrise di fumo e vecchi manifesti di gente barbuta, il passa-parola di fermata in fermata, l´avanguardia che cavalca il popolo ignaro e lo conduce, se non alla catastrofe, perlomeno fino a Lambrate.
Bisognerebbe dunque – se la sinistra nutrisse ancora qualche briciola di amor proprio – avvalorare con convinzione l´idea berlusconiana dei "comunisti" ancora in grado di organizzare il sociale con tanta micidiale tenacia: specie adesso, che il sociale non dimostra una particolare sintonia con il marxismo-leninismo e preferisce Simona Ventura. E pazienza se il discorso di Berlusconi si fonda sull´idea paranoica (tipicissima della destra padronale di una volta, quella col cilindro in testa delle caricature di Galantara) che il sociale, in quanto tale, semplicemente non esista, e sia solo il prodotto del genio malato dei sovversivi, che ne catalizzano le pulsioni per creare zizzania. Il ruolo del comunista malvagio e sobillatore sarà anche minaccioso, d´accordo, ma sempre meglio della realtà spesso insipida e tossicchiante della sinistra post-tutto.
Si faccia dunque credere che sì, le lamentele dei pensionati in tram sono state accuratamente preparate da attivisti cresciuti alle Frattocchie, o anche alla scuola del Piccolo. Si faccia credere, necessariamente, che le Frattocchie esistano ancora (ma esistono? O sono state vendute a Ricucci, trasformate in una beauty-farm o in un residence?). E si faccia girare la voce che in quel fu-luogo ancora si aggirano canutissimi insegnanti di rivoluzione, i pochi non ancora trasferiti da Anna La Rosa, i pochissimi non ancora passati a destra, chez Berlusconi, perché la sinistra non li capisce, non li ama più e li pagava poco in relazione al titolo di studio.
Istruiscono pensionati, e già pensano a una sezione-massaie. Distribuiscono vestiti da povero per la grande simulazione, e ritirano quelli da ricco (caratteristici del vero pensionato) come sottoscrizione per il partito. E aspettano il prossimo discorso di Berlusconi per ulteriori suggerimenti su come rinvigorire il ruolo esausto di fantasma che si aggira per l´Europa, con capolinea alla Bovisa.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma nel 1954 ed è cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su “la Repubblica” e “L’Espresso”. Scrive per il teatro e ha scritto per la televisione. Ha fondato e diretto il settimanale satirico “Cuore”. Per Feltrinelli ha pubblicato, tra l’altro, Il nuovo che avanza (1989), Poetastro (1993), Il ragazzo mucca (1997), Canzoni politiche (2000), Cerimonie (2002), Gli sdraiati (2013), Ognuno potrebbe (2015), Il grande libro delle Amache (2017), La sinistra e altre parole strane (2017) e Le cose che bruciano (2019).

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