La narrativa italiana d’oggi, scriveva Angelo Guglielmi nel 1995, ‟scorre placida e tranquilla, rinnovando la sua estraneità a ogni problema capace di dirci qualcosa di più di quello che già sapevamo”. Guglielmi continua a leggere e recensire, ma le cose, da allora, non sembrano molto cambiate. Ha diretto a lungo RaiTre inventandosi programmi che durano ancora (da Blob a Chi l’ha visto) e adesso è assessore con la giunta bolognese di Cofferati. Settantasei anni portati con rara chiarezza di idee. Per esempio sull’impegno dello scrittore: ‟Ritengo che la letteratura affermi sempre una sua presenza nella realtà, anche quando apparentemente ne rifugge o le volta le spalle. L’importante è capire cos’è la realtà. Scrittori come Kafka o Beckett non credo che non esprimessero un impegno, anzi, è certo che il loro rapporto con la realtà è più stretto e incisivo e autentico che quello dei cosiddetti realisti loro contemporanei. Tutti i grandi scrittori sono impegnati. Ma detto questo, chi è nel giusto? Moravia o Gadda? Qui inizia il divario tra due figurazioni diverse”. Da un lato il realismo-realismo, dall’altro la sperimentazione e la deformazione linguistica. Chi sta nel giusto? ‟Noi siamo nati in un momento in cui infuriava il romanzo ideologico neorealista. Il Metello di Pratolini ci pareva quanto di più umoristico esistesse. Quel mondo e quel linguaggio raccontavano il falso con parole consumate”. Quel ‟noi” si riferisce all’avventura del Gruppo 63: ‟Noi ci proponevamo di demistificare quel linguaggio. Un’idea non certo nuova. Boine la espresse già nel 1915 quando disse: non è più possibile dire le cose in sintassi; prima di lui Baudelaire e Nietzsche sapevano che la realtà si risolve in un’anarchia di atomi. Di questa disgregazione i grandi scrittori hanno tenuto conto. C’è una bellissima frase di Musil, che Magris ricorda spesso: ‘su tutto i fronti l’io perde il senso che ha avuto finora, di un sovrano che compie atti di governo’”. In Italia non c’era nessuno su questa lunghezza d’onda? ‟Abbiamo avuto Svevo e Pirandello, poi Gadda, Arbasino e il regolato déréglé Calvino, e Landolfi, poi sarebbe arrivato Malerba. Tutti autori per i quali il racconto non era rappresentare la realtà ma lo sgretolamento ottenuto attraverso il comico, il grottesco, il fantastico. Oppure Volponi, che in Memoriale fa posto all’operaio anche lui malato nell’anima facendo vacillare la struttura fino allora intatta dell’io e promuovendo l’incertezza a valore conoscitivo”. Altri hanno espresso piuttosto le loro certezze. Per esempio, il Pasolini ‟corsaro”: ‟Pasolini non era un innovatore. Per sua stessa ammissione, il suo sperimentalismo non era altro che il tentativo di riproporre in modo rinnovato modi di essere e di scrivere ottocenteschi. Lo ha mai sentito parlare di Joyce, Musil, Céline? No, è che loro parlavano del mondo: Pasolini ha sempre parlato di sé. Comunque era un grande comunicatore; il suo meglio era nei saggi e nella poesia, il peggio nei romanzi. A parte Petrolio, in cui confluisce il non-Pasolini, che tristezza Una vita violenta! Un brutto pasticcio sentimental-cronachistico, povero anche come documento. Allora preferisco i grandi giornalisti: i Barbato, i Vergani, gli Emanuelli”. E oggi, che cosa è rimasto di quell’impegno sulla figurazione e sul linguaggio che è stata la sperimentazione anni ‘60? ‟Oggi ci si comporta ancora come se tutto questo non fosse mai accaduto. C’è una medietà narrativa, magari discreta sul piano della scrittura ma inconsistente, romanzi che veicolano significati, sentimenti, pensieri vecchi, dati per definitivi, immutabili e privi di energia interna”. Ma qualche eccezione ci sarà. Ci sono i giallisti, Lucarelli, Camilleri. Scrittori che piacciono a Guglielmi. E poi? ‟C’è un gruppo di giovani scrittori che ha tentato di cambiare le cose, forse senza neanche saperlo”. Un nome per tutti è quello di Niccolò Ammaniti: ‟Ha ripreso a riproporre quelle trame che una volta si era costretti ad abbandonare perché non c’era un linguaggio capace di sostenerle. Ammaniti ha ritrovato il tono giusto pescando nella cultura di massa e del consumismo. Racconta sempre storie estreme, trame che disarticolano i nodi della realtà spingendola verso un catastrofismo ilare. Il suo linguaggio sporco è una beffa al perbenismo linguistico”. Un altro nome è quello di Simona Vinci. Tutta gente che viene fuori dal gruppo dei cannibali: ‟Il gruppo ha permesso loro di crearsi uno spazio, poi furbescamente l’hanno abbandonato. Questa è l’importanza dei gruppi: il Gruppo 63 era un insieme occasionale, ma fu un momento di coagulo necessario per esprimere un’insopportazione per il presente. La malinconia è che oggi non ci sono più contrapposizioni e scontri fra schieramenti”. E in mezzo, tra il Gruppo 63 e i cannibali? ‟Non dimentichiamo Tondelli”. Tondelli? ‟Ha restituito materialità ai pensieri e ai sentimenti. È riuscito a slegare la letteratura dall’equivoco delle altezze per atterrarla”. Atterrarla? ‟Tondelli ha fatto ridiscendere a terra la letteratura, l’ha corporizzata. La generazione dopo Tondelli ha imparato la sua lezione, sono scrittori che trasmettono una nuova energia. Leopardi diceva che la poesia non è quel che dice ma quel che fa...”. Altri esempi di letteratura che fa? ‟Beh, ho molto apprezzato in questi anni la memorialistica che mette al centro una vita veramente vissuta, restituendoci il modello ottocentesco centrato sull’eroe. Lo scrittore non è più un dispensatore di verità buona a essere soffiata su una storia di invenzione. Tanto vale ricorrere a una vita realmente vissuta che non ha bisogno di cercare significati in prestito”. Nomi e titoli? Sebastiano Vassalli che racconta Dino Campana, Daniele Del Giudice che racconta Bobi Bazlen, la vita di Emilio Lussu ricostruita da Giuseppe Fiori. ‟Se io voglio avere lo stesso piacere che provavo leggendo un romanzo dell’Ottocento leggo una biografia. Ormai bisogna scavare, frantumare la crosta, come in miniera, per trovare un senso. Altrimenti si scrivono solo libri falsi o ideologici”. Anche quando si recupera l’oralità come succede massicciamente oggi? ‟Spesso l’oralità diventa un alibi, un modo di nascondere la persistenza del sublime, come nell’ultimo Veronesi, Caos calmo, che usa un linguaggio apparentemente malandrino e spregiudicato ma invece fa il verso alla letteratura alta che vuole pronunciarsi sul significato del mondo. L’oralità vera è quella di Gadda o di Céline”. Anche l’espressività di Piperno? ‟Il limite di Piperno è il suo linguaggio sonorizzato: si ha l’impressione di un piccolo motivo suonato da un’orchestra di 180 elementi, frastornante e rumorosa”. Tra i libri ‟ideologici”, Guglielmi colloca anche alcuni romanzi di Antonio Tabucchi: ‟Dopo un inizio fulminante, nei suoi libri ha fatto irruzione una pericolosa ideologia del narrare chiudendo gli spazi al gioco letterario”. Capita lo stesso con Umberto Eco? ‟Eco è un grande scienziato delle lingue e delle strutture narrative. Elabora delle idee e con i romanzi ne sperimenta la praticabilità”. Anche questa è ideologia della letteratura? ‟No, Eco ha avuto il merito di rendere meno drammatica la frattura tra letteratura alta e paraletteratura. Ha aperto un mare enorme ai giovani scrittori, un mare meticcio in cui confluiscono anche i fumetti, le canzonette, un linguaggio non più sublime”. È questo l’impegno dello scrittore? ‟Sì, è l’impegno di chi vuole assaporare la realtà in una dimensione nuova e diversa frugando in una quotidianità in cui dimorava immalinconita. La verità è che noi viviamo in un tempo molto fermo: basta pensare a cos’è stato il Novecento fino agli anni ‘60-’70. Arbasino ha ragione”. Cosa dice Arbasino? ‟Dice che viviamo in un mondo spento, senza grandi imprese e pensieri. Stiamo ancora lavorando con le briciole stanche del secolo scorso e il Duemila non è ancora cominciato: per risolvere in maniera posticcia il desiderio di vivere una grande storia dobbiamo inventarci una guerra di religione tra musulmani e cattolici. È ridicolo. In realtà non stiamo vivendo assolutamente nulla”.
Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano, nato ad Avola (Siracusa) nel 1956, giornalista e scrittore, già responsabile della pagina culturale del “Corriere della Sera”, dove attualmente è inviato speciale, ha lavorato anche per “la Repubblica” e per la casa editrice Einaudi come editor. Ha insegnato Cultura giornalistica alla facoltà di Lettere dell’Università Statale di Milano. Tra le sue opere ricordiamo: la raccolta di poesie Minuti contati (Scheiwiller, 1990), l’intervista con Giulio Einaudi, Tutti i nostri mercoledì (Casagrande, 2001), il romanzo Nel cuore che ti cerca (Rizzoli, 2008), La catastròfa (Sellerio, 2011, premio Volponi), sulla tragedia di Marcinelle; Giallo d'Avola (Sellerio, 2013), Ogni altra vita (il Saggiatore, 2015), I pesci devono nuotare (Rizzoli, 2016), La parrucchiera di Pizzuto (con il nome di Nino Motta, Bompiani, 2017), Respirano i muri (con il fotografo Massimo Siragusa, Contrasto 2018) e il romanzo per ragazzi Sekù non ha paura (Solferino, 2018). Con Feltrinelli ha pubblicato i romanzi Baci da non ripetere (1994, premio Comisso per la narrativa), Azzurro, troppo azzurro (1996), Tutti contenti (2003, premi super Flaiano, super Vittorini, Chianti, finalista premio Città di Bari), Aiutami tu (2005, premio Mondello 2006), e il reportage La famiglia in bilico (2001), oltre a l’introduzione a La mite (1997) di Dostoevskij per i “Classici”.

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