Un enorme pesce-martello vola sul parco dell’Eur, vira sulla pancia, scompare, si coagula di nuovo, diventa brontosauro, fluttua, riappare come pesce persico. Roma, quattro del pomeriggio: gli storni rientrano ai loro quartieri invernali dopo aver depredato le campagne del Lazio. Trenta, quarantamila, divisi in formazioni che cambiano continuamente forma per disorientare il falco pellegrino, il predatore più veloce del mondo. Lui li aspetta ogni sera, ha fatto il nido sul palazzo azzurro dell’Eni apposta per garantirsi la cena. Per questo la nube si deforma ancora, si allunga, si comprime. Fifa, maledetta fifa. In cielo c’è un canguro, un rospo, poi un rettile. E a terra c’è un "clic" che li cattura: quello di Manuel Presti, 38 anni, "Wildlife photographer of the year", primo italiano a vincere il premio del British Museum al miglior fotografo mondiale di animali selvatici. All’inizio nessuno s’accorge dello spettacolo, nelle grandi città la gente è china su scartoffie e cellulari, non alza lo sguardo, non nota la pioggia fine di escrementi che segnala lo stormo metropolitano in arrivo. Ma quando il teleobiettivo - piazzato come una contraerea su un marciapiede - svela ai passanti che in alto c’è qualcosa di speciale, la febbre da avvistamento dilaga. Arrivano i curiosi, cercano la fatamorgana, la trovano, puntano i video-telefonini, gridano di stupore. Mio dio, sembra un pesce-spada! Ma no, è un aquilone! Quello sembra un nodo marinaro! Anche gli uomini, come il falco, subiscono l’ipnosi di questa nube che non è più un insieme di animali, ma ‟un unico, impressionante animale nero che si agita”. Dietro lo scatto vincente, migliaia di foto, settimane di appostamenti. Presti è romano di campagna, bird-watcher da bambino. Ora fa l’ingegnere meccanico, viaggia il mondo per una ditta tedesca, è uno dei tanti cervelli italiani in fuga, ma continua a fotografare per passione. Degli uccelli ha imparato a conoscere l’imprevedibilità e la perfezione assoluta del movimento. Ha studiato l’aerodinamica di volo delle gru, sentito il crescendo nervoso di richiami che precede le partenze dei germani, il segnale impercettibile che le determina, il rumore assordante delle oche polari al momento del decollo sui laghi del New Mexico, il chiacchiericcio degli storni sui viali di Roma o Madrid. Ha visto le loro mirabolanti evoluzioni per depistare il re dei rapaci. Ora, sullo schermo a cristalli liquidi, questo gioco collettivo di sopravvivenza diventa algebra, geometria assoluta, formula, perfezione tridimensionale. L’archivio di Presti è una pinacoteca in bianco e nero, una rassegna di quadri astratti punteggiati a china. La testa di un tirannosauro, poi una fiasca, un boomerang, un’astronave, persino una mano atteggiata nel gesto osceno del ‟vai a quel paese”. Poi ancora un’esplosione, il bang di un fuoco d’artificio: è la fuga di fronte al falco che s’impenna, punta un solo uccello fra i trentamila. Nella foto, il predatore è una macchia nera appena più grossa delle altre, alla periferia della nube. Un’esecuzione-lampo, poi la massa si ricompatta per inventare altre icone. Animali preistorici, impronte d’orso, strumenti da dentista, spirali, lettere greche, geroglifici. I biologi lo chiamano "mobbing", e non è la vigliaccata inventata dagli umani per stressare i loro simili nei gruppi-azienda. è esattamente il contrario. Nessuno sa come sia avvenuta questa capriola linguistica, perché la parola è inequivocabile. Viene da "mob", folla, e vuol dire che le prede fanno ressa sul predatore e persino lo attaccano in via preventiva. Tanti piccoli cervelli in coalizione. ‟In natura è come se un nugolo di segretarie assalisse urlando un capufficio per evitare un licenziamento”, spiega il veterinario e ricercatore triestino Paolo Zucca, specialista in falchi da preda. Forse le bestie sono più solidali e sindacalizzate degli uomini moderni. Il futuro, dicono gli scienziati, è del gruppo intelligente: ratti, gabbiani, cornacchie, storni. E spesso il mobbing è una delle loro strategie. Negli uccelli la perfezione è assoluta. Anche le sardine si stringono in un unico blocco per spaventare i predatori, ma con lo squalo non funziona lui si tuffa a fauci aperte e inghiotte. Il falco non può, è piccolo, deve concentrarsi su un’unica preda o si confonde. E se va in picchiata a 350 orari su una massa simile, s’ammazza o resta lesionato a vita. Per questo deve avvicinarsi lento, magari cacciare in coppia con un altro falco, costruire il suo letale corteggiamento con un’unica vittima, spesso urlare prima dell’attacco, come i lupi, per paralizzarla e farle perdere la testa. Ma difficilmente la nube alata offre smagliature. Al contrario: si compatta come le Frecce Tricolori, obbliga l’aggressore a ripetuti attacchi a vuoto. A volte, addirittura lo cattura, lo ingloba nella pancia, lo assorda di grida, lo spaventa, lo porta alla pazzia claustrofobica prima di lasciarlo andare. Stazione Termini, la sera dopo. Di nuovo immagini da Quark sopra il balcone di casa. Grumi a forma di girasole, cavolfiore, ramarro. Tra una figura e l’altra, la massa si mette di taglio e scompare, poi gira tutta assieme e ridiventa visibile. Miraggi di un inurbamento in massa. Le metropoli offrono vantaggi agli uccelli. Sono calde, non ospitano predatori di terra, hanno viali pieni di alberi sempreverdi, perfetti come riparo notturno. Rumori? Inquinamento? Sono irrilevanti. Ogni anno tra ottobre e febbraio il centro di Roma è un immenso dormitorio di pennuti coperto di caccole. In America hanno trovato nidi di passeri persino dentro i semafori; quando s’accendeva il rosso vedevi in trasparenza il profilo della femmina che covava. Altrove, un merlo s’era installato nelle balestre di una vecchia automobile, e ci restava anche quando accendevano il motore. Fa quasi buio, i movimenti accelerano, diventano nervosi. Poi nella nube si apre una falla, il mucchio diventa come un sacco di riso in movimento con una perdita regolare, quasi verticale. Sono gli uccelli che scendono a dormire. Perché diavolo organizzino tutto questo can-can anziché andare dritti a nanna non è chiaro. ‟Forse - suggerisce Presti - devono sondare il terreno prima di scegliere dove andare”. Ma forse hanno solo voglia di giocare, e difatti (a differenza dei pesci) compiono le loro evoluzioni anche in assenza del falco. Secondo Mauro De Logu, il giovane veterinario dell’Università di Bologna che ha individuato l’ultimo virus aviario tra i germani della Maremma, ‟gli storni si allenano in continuazione”, come il gatto con la pallina, o come il capriolo che accelera e frena ‟per puro divertimento, per il solo gusto di disegnare figure”. Ma il mistero dei misteri è come facciano a muoversi tutti insieme, in modo così perfetto, senza collidere, e con un fronte di avanzamento privo di sbavature. Non hanno una meta precisa, non hanno un capo-stormo e nemmeno un percorso da seguire. L’anarchia è totale. E allora? Le prime risposte arrivarono negli anni Sessanta, con William Hamilton, che scrisse il classico Geometria del branco egoista. Ma la neuroscienza era agli inizi, le teorie della cognizione animale pure. I modelli matematici funzionavano sì e no per i branchi bi-dimensionali dei mammiferi, non per gli uccelli. La socio-biologia era praticamente sconosciuta. E la fotografia non aveva raggiunto la capacità di svelare nell’intimo la funzionalità dei movimenti animali. Secondo uno studioso inglese, Mark Canterbury, che sta passando al calcolatore le istantanee di Presti, le forze in gioco sono cinque. C’è in ogni individuo le necessità di non cadere, quella di non urtare il vicino, la tendenza di stare il più possibile al centro per sicurezza (come le pecore), la resistenza dell’aria, e infine le interferenze esterne come l’arrivo del falco. Ma costruire una simulazione biomatematica tridimensionale resta ancora arduo. C’è di mezzo la teoria dei giochi, che regola l’equilibrio tra preda e predatore. E anche la neurologia, che ha scoperto un bel po’di cose sui diversi riflessi dell’occhio destro e di quello sinistro negli animali. Per esempio: un rospo acchiappa più prontamente una mosca che arriva da destra. Un piccione o uno storno vedono prima il falco se si avvicina da sinistra. Giorgio Vallortigara, vicentino, specialista di neuroscienza animale, spiega che un occhio degli animali è più pronto a reagire al pericolo, mentre l’altro è più adatto a trovare il cibo, e questo succede ‟perché il cervello animale è asimmetrico e su questa asimmetria si basa non solo la sua efficienza individuale ma anche la coesione dei gruppi”. In uno stormo di uccelli questa asimmetria cerebrale può essere l’ultima chiave delle geometrie di volo e condizionare persino gli attacchi dei predatori più esperti. Lo storno è un fenomeno. Sa maneggiare utensili col becco, far leva con schegge di legno per stanare insetti dalle cortecce. Quand’è a terra nelle campagne per mangiare, si organizza in piccoli gruppi, con turni di guardia da svolgere sugli alberi vicini per dare l’allarme in caso di pericolo. ‟è un imitatore perfetto - racconta Fabio Perco, responsabile dell’oasi ornitologica alle foci dell’Isonzo - la sera lo senti che racconta le sue storie e i suoi incontri. Fa la civetta, la quaglia, il merlo, persino il falco”. In città ha imparato anche la musichetta del cellulare dalla gente che passa di sotto. La sua vita è un chiacchiericcio infinito. Per ore, dopo il buio, lo senti litigare, minacciare, fischiare, gorgheggiare, finché non ha trovato la posizione giusta sull’albero. Gli storni sono una coalizione di allegri scassinatori. Praticamente una Banda Bassotti. Sono immigrati dannatamente furbi. Per evitare assembramenti urbani, il Comune di Roma aveva installato altoparlanti con la registrazione dei gridi d’allarme del branco. Roba sofisticata, col timbro ecologista della Lipu, la Lega italiana protezione uccelli. Ma gli storni hanno capito il trucco, ora sanno distinguere tra segnali veri e finti. Se il "recorder" spara il suo urlo prefabbricato nei parchi, non fanno una piega e continuano a dormire. Ormai non li ferma nessuno, ogni anno tornano più numerosi. Contro di loro, i grandi artisti del cielo, non c’è Bossi-Fini che tenga.
Paolo Rumiz

Paolo Rumiz

Paolo Rumiz, triestino, è scrittore e viaggiatore. Con Feltrinelli ha pubblicato La secessione leggera (2001), Tre uomini in bicicletta (con Francesco Altan; 2002), È Oriente (2003), La leggenda dei monti naviganti (2007), Annibale (2008), L’Italia in seconda classe. Con i disegni di Altan e una Premessa del misterioso 740 (2009), La cotogna di Istanbul (2010, nuova edizione 2015; Audiolibri “Emons-Feltrinelli”, 2011), Il bene ostinato (2011), la riedizione di Maschere per un massacro. Quello che non abbiamo voluto sapere della guerra in Jugoslavia (2011), A piedi (2012), Trans Europa Express (2012), Morimondo (2013), Come cavalli che dormono in piedi (2014), Il Ciclope (2015), Appia (con Riccardo Carnovalini; 2016), Il filo infinito. Viaggio alle radici d'Europa (2019) e, nella collana digitale Zoom, La Padania (2011), Maledetta Cina (2012), Il cappottone di Antonio Pitacco (2013), Ombre sulla corrente (2014), Gulaschkanone (2017).

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