Lo scenario è incantevole, il tema sorprendente: un convegno su Machiavelli, in una delle più belle dimore Qajar di Teheran, una villa dell’800 rimasta intatta nel suo splendore di giardini, porticati, harem, e alberi secolari, grazie al fatto di essere la Residenza dell’Ambasciata d’Italia, mentre le altre ville dell’epoca scomparivano una ad una per far posto a palazzi di cemento. Leggere Machiavelli a Teheran? A prima vista si direbbe che qui nessuno abbia molto da imparare dal segretario fiorentino passato alla storia per frasi come ‟il fine giustifica i mezzi”, che al Principe consigliava di essere pronto alla menzogna, alla violenza, alla dissimulazione se voleva mantenere il potere, e di cui la Chiesa bandì per secoli gli scritti e perfino il nome. Machiavelli però, come già avevano visto gli spiriti più liberi della sua epoca e come si capisce meglio oggi, non era ‟machiavellico”. Era un pensatore il cui realismo era mitigato da una profonda coscienza della virtù, e dal convincimento che fosse possibile creare una comunità umana fondata sul cittadino. Perciò leggere oggi Machiavelli a Teheran è un atto di coraggio, e un compito di grande responsabilità. Straordinariamente coraggiosi, e chiaramente non religiosi, sono infatti i suoi scritti, sottolinea Ramin Jahanbegloo, docente di filosofia politica e relatore al convegno. Patriottismo e spirito riformatore si congiungano per Machiavelli nell’unico possibile modello di buongoverno. Gli iraniani hanno una grande passione per la filosofia. All’inizio di quest’anno ci fu a Teheran un’altra conferenza sorprendente: dedicata a Kant per i 200 anni dalla morte. Jurgen Habermas parlò in quell’occasione di ‟asimmetria della situazione comunicativa”, perché i filosofi iraniani conoscono bene la filosofia occidentale mentre gli occidentali poco o nulla di quella persiana. ‟Leggere Kant o Machiavelli è un modo di pensare al mondo e condividerne il patrimonio culturale globale” dice Jahanbegloo. ‟E’un errore pensare che gli iraniani non siano consapevoli di che cosa è uno spirito di cittadinanza condiviso o una politica democratica. Gli intellettuali iraniani sanno perfettamente che senza una stratificata universalità democratica e un ugualmente stratificato senso di cittadinanza, non c’è speranza per un dialogo fra le civiltà”. Lo scopo del convegno, dice Jahanbegloo, è soprattutto di dimostrare che tutta l’opera di Machiavelli è animata da una singola idea di enorme forza sovversiva: la fondazione e la trasformazione della politica avvengono attraverso l’esercizio umano dei poteri di scelta. ‟La questione non è, come per Amleto, essere o non essere, ma scegliere o non scegliere. Costruiamo quello che siamo attraverso le nostre scelte politiche”. Un monito dunque agli iraniani che ormai, avendo perduto ogni speranza di riforma, si disinteressano della politica e anzi la considerano come la più ignobile delle attività? ‟La politica è azione; e perché l’azione politica sia possibile gli uomini devono fare la loro parte. Esiste la possibilità di un nuovo inizio quando gli uomini agiscono insieme: è questa la convinzione profonda di Machiavelli. Naturalmente la politica così concepita è soggetta alle ambiguità proprie dell’agire politico. ‟Oggi che l’ideologia è screditata e la globalizzazione ha sciolto sistemi politici congelati, molti pensano che agire politicamente non sia che un peso fastidioso. Altri cercano attraverso la politica di inculcare nei cittadini un senso univoco e monolitico del bene comune. Così la res publica è sempre in pericolo di venir sopraffatta, o dai nemici della libertà o dai cittadini dimentichi delle loro responsabilità. Nel primo caso abbiamo il fondamentalismo religioso, nel secondo una politica "irresponsabile" che guarda solo alla ricerca della felicità nei termini più strettamente privati e materialistici. ‟Quello di Machiavelli è un mondo che valorizza l’azione, è un ordine di vita attiva, non di vita contemplativa. Una sfera d’azione in cui gli uomini sono obbligati a lasciare il loro vecchio modo di pensare per crearsi una nuova vita. E’un mondo di inizi politici. La questione centrale qui è l’autocostituzione del politico come momento fondativo dello Stato. Oggi in Iran i fondamenti della politica, e di un agire che ci liberi dall’estraniazione e dalla follia, ci riguardano da vicino. Senza indulgere in alcuna illusione, Machiavelli ci sprona a pensarli e sperimentarli nel presente, sempre restando nell’ambito tra possibile e imprevedibile”. Curando perciò in questo modo il sogno degli iraniani di aspettare sempre qualcosa dal di fuori che li salvi? ‟La scelta politica è un modo per contrastare la passività e il sentirsi superflui nella politica di oggi. Le istituzioni nascono sulle nostre scelte. Attraverso queste scelte facciamo quello che siamo. Credo che una politica senza senso sia il risultato di una cultura politica senza senso. Così ogni volta che leggiamo Il Principe o i Discorsi ci poniamo domande sul nostro retaggio e sulle esperienze politiche nel mondo, dall’Italia all’Iran, dalla Polonia al Sud Africa. E’troppo presto per seppellire Machiavelli in un passato morto”. Per l’Occidente Machiavelli è un pensatore chiave della modernità. Che cosa del pensiero del filosofo fiorentino tocca di più gli iraniani? ‟E’il primo pensatore moderno che pone l’accento sulla realtà com’è, invece che come dovrebbe essere. E’un pragmatico più che un utopista, e noi viviamo in un mondo post-utopico. L’originalità del suo pensiero emerge in contrasto con la concezione aristotelica dello Stato migliore. Machiavelli oppone la sua idea di governo indiretto alla nozione classica di governo diretto come è presentata nel terzo libro della Politica di Aristotele (politeia). La questione per lui non è tanto chi governa, ma come si governa. E infine, è il primo teorico di un mondo disincantato in cui l’individuo è solo, senza ragioni o scopi se non quelli che gli vengono dalla sua propria soggettività. Questo è qualcosa che ci riguarda tutti, in un mondo dove il fondamentalismo religioso si afferma come pericolo per ogni forma di razionalità politica e di dialogo culturale. Per noi iraniani, poi, la sua è una sfida che viene dall’interno, perché ci porta oltre la logica teologico-politica che l’Europa aveva sperimentato nel Medioevo. Le idee di Machiavelli sono in Iran una critica severa a molte nostre certezze. A chi lo voglia stare a sentire, Machiavelli insegna che per noi la prima cosa da fare è formare ed educare una élite capace di capire le complessità della politica moderna. Rileggere Machiavelli a Teheran è dunque un modo per dibattere sul significato della politica; e per capire che la sua idea di "inizio della politica" è un invito a lasciarci alle spalle il nostro machiavellismo”. Di Machiavelli si enfatizza il realismo. Ma oggi nel mondo non c’è già troppo realismo e poca etica? ‟E’completamente sbagliato credere che Machiavelli sia un pensatore che divide la politica dalla morale. Machiavelli distingue non tra politica e morale ma tra due ideali di vita, un ethos repubblicano e una moralità cristiana. Credo che Isaiah Berlin avesse ragione quando scrisse che Machiavelli è un pluralista malgrado se stesso, perché è uno dei primi pensatori della modernità che aiuta il singolo individuo a rendersi conto della necessità di fare, nella vita pubblica, scelte difficili tra alternative incompatibili. Questa è la dolorosa verità che Machiavelli ci insegna. Quello che è più rilevante nel suo pensiero per noi non è solo la sua scienza dello Stato. Ma appunto quello che chiamo "un Machiavelli non machiavellico". Da qui si deve partire per una rilettura non machiavellica di Machiavelli”.
Vanna Vannuccini

Vanna Vannuccini

Vanna Vannuccini è inviata de “la Repubblica”, di cui è stata corrispondente dalla Germania negli anni della caduta del Muro. Ha seguito le Guerre balcaniche, lavorato in diversi paesi e, dal 1997, soprattutto in Iran. Nel 1973 era stata una delle fondatrici di “Effe”, il primo giornale femminista italiano. Tra i suoi libri Quarant’anni in faccia (Rizzoli, 1982), Piccolo viaggio nell’anima tedesca (con Francesca Predazzi, 2004; nuova edizione in Ue: 2014), Rosa è il colore della Persia. Il sogno perduto di una democrazia islamica (Feltrinelli, 2006), Al di qua del muro. Berlino 1989 (Feltrinelli, 2010), L’amore a settant’anni (Feltrinelli, 2012) e Suonare il rock a Teheran (con Benedetta Gentile; Feltrinelli Kids, 2014).

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