La ribellione che infiamma le province meridionali della Thailandia, provocando la morte di quasi 900 persone in poco meno di due anni, potrebbe avere un effetto ‟collaterale” di portata simbolica, oltre che economica: accelerare la crisi del caucciù, la gomma naturale, già insidiato dalla tecnologia e dalla naturale tendenza delle persone a cercare un lavoro meno duro per vivere. Teatro della ribellione sono infatti le province di Pattani, Yala e Narathiwat, nella regione della Thailandia che confina con la Malaysia: abitate da popolazione in maggioranza musulmana, di ceppo etnico e lingua malese (mentre la Thailandia è buddhista e di lingua thai), annesse al regno del Siam poco più di un secolo fa. Pattani era stato il più antico sultanato islamico nell'Asia sud-orientale e resta un noto centro di studi islamici tradizionali. E, più o meno quando sono state annesse alla Thailandia, in queste tre province è arrivato il caucciù. La storia del caucciù è interessante. La principale fonte di gomma naturale è la ‟Hevea brasiliensis”, ‟albero della gomma” originario del bacino amazzonico, che nella seconda metà dell'800 ha alimentato un vero e proprio boom. Là è un albero endemico e la produzione era affidata ai nativi, che conoscevano la pianta e sapevano inciderne la corteccia per raccoglierne il lattice biancastro. I ‟baroni del caucciù” hanno ammassato ricchezze enormi, sul lavoro semi schiavistico di intere popolazioni native. Finché il monopolio è stato rotto. I semi dell'albero della gomma erano stati trafugati dai britannici già negli anni `70 dell'800, ma la svolta è avvenuta nel 1896, quando l'imprenditore agricolo cinese Tan Chay Yan decise di convertire parte delle sue terre nella penisola allora chiamata Malaya (Malesia) e piantarvi la Hevea. Nel giro di un decennio la gomma era diventata l'attività più importante della Malesia: con il vantaggio che qui cresceva in piantagioni ben ordinate, dunque più facile da raccogliere (e per questo migliaia di lavoratori furono ‟importati” dal subcontinente indiano, con le loro famiglie: una gigantesca migrazione coloniale). Negli anni `20 la Malesia aveva soppiantato l'Amazzonia; il caucciù è stato la prima base dell'economia industriale della Malaysia, anche se presto è stato soppiantato dalla gomma sintetica.
La coltivazione della gomma naturale però non è scomparsa. In Malaysia è ormai marginale - le piantagioni industriali oggi producono piuttosto palma da olio. E' la Thailandia che ha il primato, ormai dal 1990: nel 2003 aveva prodotto circa 3 milioni di tonnellate, secondo l'International Rubber Study Group, ovvero circa la metà della produzione di tutto il sud-est asiatico (6,2 milioni di tonnellate. Nel 2004 la produzione del sud-est asiatico è salita a 6.7 milioni di tonnellate). E gran parte della produzione thailandese è concentrata proprio in quelle province meridionali in rivolta.
Benché abbia appena un secolo, la coltivazione della gomma là è considerata una tradizione. Ed è insidiata. In parte, dalle stesse ‟forze” che hanno già spopolato le piantagioni in Malaysia, dove i lavoratori preferiscono la vita meno dura della fabbrica. Si pensi che nel luglio scorso i braccianti in Malaysia hanno infine ottenuto un salario minimo equivalente a 90 dollari al mese, dopo una vertenza durata anni; gran parte della manodopera là è immigrata (dai più poveri Laos, Birmania, Indonesia); gran parte sono donne pagate a cottimo, così che nei mesi buoni arrivano a 200 dollari ma le stagioni di magra sono tempo di povertà e debiti. La Malaysia però perde rispetto a paesi dove il costo del lavoro è minore: come la Thailandia appunto. Ma anche qui la piantagione è una vita dura e malpagata. La siccità ha fatto declinare la produzione. E poi c'è la ribellione. Finora i ribelli avevano attaccato soprattutto i simboli dello stato, stazioni di polizia, uffici governativi, ma di recente sono stati attaccati anche raccoglitori, famiglie thai buddhiste. Così non osano più uscire di notte (le ore migliori per raccogliere il caucciù), né senza la sorveglianza dell'esercito. Un motivo in più per abbandonare le piantagioni.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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