Chi lascia il suo posto nella città di nascita, un vuoto a tavola, una cancellatura da un registro di residenti, poi non si attacca a un’altra geografia. I denti staccati rotolano lontano. Qualunque dimora si procuri, sarà sempre la tenda di un accampamento. Roma è stata per me la capitale degli zingari. Una città si guadagna il titolo quando i suoi cittadini originari sono minoranza, e quando il forestiero è parte del paesaggio, passando inavvertito al suolo come fanno le nuvole in cielo. Roma è capitale di chi non ha più un posto suo e dentro di lei si accampa. Ho avuto per seconda patria un’osteria sua, quartiere San Lorenzo. Nel secolo scorso ce n’erano molte, aperte per l’intera giornata, non solo all’ora dei pasti. Ci andavano i pensionati a leggere il giornale comprato dall’oste, per cavarsi di casa e scambiare una parola. Bevevano un caffè, un bicchiere e stavano lì fino a mezzogiorno. Lasciavano il posto al turno delle botteghe. Venivano i marmisti, il falegname, il meccanico, il tipografo, qualcuno con il cane che s’accucciava ai piedi. Avevano i loro posti fissi, i piatti fissi, il litro di bianco spillato dalla damigiana di vetro veniva inghiottito a sorsi assetati, il pane era la maggioranza del pasto. La mia seconda patria dava sui binari del tram. Al passaggio vibravano le posate, il vino, le parole. La tovaglia era di carta e permetteva di scriverci su i conti della partita a carte, disegnare una faccia, firmare con molti nomi un saluto da spedire a chi stava in prigione. Tempo di osterie e di prigionieri, Roma nel decennio Settanta, voci che non andavano a dormire. L’oste chiudeva quando gli ultimi si alzavano da tavola. Non era una bottega l’osteria, piuttosto una casa del popolo, dove di sport si parlava quasi niente e la televisione non c’era. Suona antico. Si entrava da una porta a vetri che faceva squillare un campanello. Serviva all’oste che era un poco sordo, sordo di guerra, gli serviva il trillo per sapere dalla cucina che era entrato qualcuno. Suonava anche all’uscita, dietro ai saluti. All’osteria si salutava, ognuno tutti gli altri, entrando, uscendo. Oggi si fa senza gli osti e i saluti. Difficile oggi vedere uno che prima di sedersi fa il giro dei tavoli a scambiare una parola. Avevamo la sede alla saracinesca accanto. Cameroni per riunioni larghe, panche più che sedie. La sinistra rivoluzionaria con le sue sigle varie e sincopate si era piantata dentro San Lorenzo. In caso di soprannumero nelle nostre stanze, si andava all’uscio accanto, all’osteria. Si riunivano tavoli, si stava lì a discutere, a stendere il testo di un volantino, un manifesto, all’oste bastava venderci il vino, non per dovere di consumare, solo per far vedere, in caso di controllo di polizia, che per lui noi eravamo dei clienti. Sua moglie e lui erano molto di più che osti, per noialtri, ci davano una e due mani nelle difficoltà. Non solo il cibo a credito, nelle perquisizioni potevamo salvare macchine da scrivere e ciclostile attraverso una finestra che dava nel bagno dell’osteria. Venivano a sequestrare per ammutolirci, levarci la parola scritta. Le perquisizioni non riuscivano ad arrivare di sorpresa. Dovevano venire in molti per provare a entrare e noi avevamo un servizio di allarme. Anche gli artigiani e i pensionati erano più che avventori. Coetanei della guerra mondiale, raccontavano e parlavano volentieri con una gioventù spiccia di modi e curiosa di storia. Si beveva insieme, qualche volta di sera uno di loro restava incerto sui piedi e lo accompagnavamo a casa inciampando e ridendo. Posso chiamare patria un’osteria perché c’erano padri e c’erano figli e stavano insieme senza parentela. Il mio piatto fisso era un quarto pollo lesso, bieta o cicoria in padella, pane e vino di Velletri. Apparecchiavo da me. Qualcuno si sedeva accanto, chiedeva una notizia, succedeva sempre qualcosa e noi eravamo subito informati. Nell’Italia del decennio Settanta, quasi ogni giorno succedeva un fatto di cronaca rossa, una lotta operaia, una scuola occupata e sgomberata a forza dalla polizia, un’occupazione di case nuove e vuote da parte di baraccati organizzati. Allora non lo sapevamo che quel tempo sarebbe stato rubricato: vedi alla voce piombo. Per noi il piombo era un metallo da idraulici o in dotazione alle forze dell’ordine. Presso di noi era raro come una nevicata a Roma. Invece il riassunto definitivo di tutto quel nostro tempo sarebbe stato: anni di piombo. Una versione che a noi di allora suona esotica come le nevi eterne del Campidoglio. All’osteria sedevo anche da solo, però per poco, qualcuno veniva a sedersi, portando per compagnia un piatto di olive. Non c’era verso in quegli anni di starsene con se stessi. All’osteria e fuori c’era una comunità politica che aveva messo al bando le solitudini. Così quando verso la fine del decennio si sciolsero i ranghi e le osterie chiudevano, spegnendo luce e gas, le improvvise solitudini uccisero. Gli isolati si trovarono amputati da un corpo e si infilarono aghi dappertutto. Ma finché eravamo lì, nessuno ci toglieva la sedia da sotto e quando era ora di chiudere, la mettevamo noi sopra il tavolo, poi si dava una botta di ramazza al pavimento e si calava insieme la saracinesca. L’oste diceva che se volevamo, potevamo dormirci, ma noi dormivamo spesso sulle panche della nostra sede per sorvegliarla e stare di difesa contro attacchi notturni. C’erano anche quelli. Noi: ci spartivamo il sonno, il vino, gli spiccioli e di noi conoscevamo solamente i nomi o nemmeno, i soprannomi. Le identità complete non c’interessavano, le venivamo caso mai a sapere dagli arresti, dai processi. Meglio non conoscere i dati anagrafici, non si rischiava neanche per errore di allungare gli schedari. Non ho conosciuto più la combinazione efficace di fraternità e discrezione, di intimità e di vigilanza. Fu la nostra usanza e la nostra difficoltà ancora oggi di tenere a mente i nomi. Sorvegliavamo i nostri movimenti come clandestini ma eravamo pubblici con sedi fisse, giornalini, appuntamenti in piazza. La segretezza serviva, ma non a chiudere i boccaporti, eravamo battelli in vista, in superficie. Più tardi alcuni di noi s’imbarcarono nella lotta armata, quella dei sommergibili che affiorano solo al momento di colpire. All’osteria si combinavano gli amori. Quelli nostri, giovani, in pausa dalla parola politica, alle tavolate si sceglievano al volo, con i convenevoli ridotti a un paio di occhiate più lunghe, e pure gli amori degli anziani. Una donna del mestiere in fine di carriera aveva appassionato due in età di pensione. Al tavolo di loro tre si svolgeva una gara per acciuffare un altro po’di primavera. Il rosso delle facce non veniva dal vino. Una sera uno accoltellò l’altro. L’aspettò sotto casa e con un solo colpo al fegato lo uccise. Le indagini non arrivarono al punto. Nessuno raccontò. L’amore ha una sua forza dura che consiglia agli altri di tacere. Il morto fu trovato messo a sedere in terra senza un filo di sangue. All’inizio fu creduto infarto, poi lo squarcio alla giacca denunciò il colpo di coltello. All’osteria ne parlammo, la nostra inchiesta accertò ch’era stato l’altro. Ce la tenemmo per noi, ci bastava sapere i fatti, non accusare. Per noi quella era una questione in seno al popolo, lo Stato non c’entrava. Ancora oggi credo che se si tratta di amore, lo Stato non deve impicciarsi. Restava però il mistero di un affondo di coltello senza sangue. Chiesi all’oste come poteva essere. ‟Aglio”, la sua risposta. Di solito su faccende serie una parola doveva bastare, ma quella volta dovetti chiedere. A bassa voce, infastidito, mentre spillava vino: ‟Se ungi il coltello con l’aglio, dalla ferita non esce sangue”. La donna del mestiere e l’altro non vennero più. Avevano cambiato osteria, per me un atto simile all’espatrio. Finiva il decennio di cronaca rossa, andai a Torino dove continuava. Poi si serrò anche quella saracinesca. Iniziava il decennio Ottanta chiudendo fabbriche, osterie, molti di noi fuori da quelle, molti di noi dentro i penitenziari. L’osteria stava in via dei Piceni, nome di un popolo sconfitto.
Erri De Luca

Erri De Luca

Erri De Luca è nato a Napoli nel 1950. Ha pubblicato con Feltrinelli: Non ora, non qui (1989), Una nuvola come tappeto (1991), Aceto, arcobaleno (1992), In alto a sinistra (1994), Alzaia (1997, 2004), Tu, mio (1998), Tre cavalli (1999), Montedidio (2001), Il contrario di uno (2003), Mestieri all’aria aperta. Pastori e pescatori nell’Antico e nel Nuovo Testamento (con Gennaro Matino; 2004), Solo andata. Righe che vanno troppo spesso a capo (2005), In nome della madre (2006), Almeno 5 (con Gennaro Matino; 2008), Il giorno prima della felicità (2009), Il peso della farfalla (2009), E disse (2011), I pesci non chiudono gli occhi (2011), Il torto del soldato (2012), La doppia vita dei numeri (2012), Ti sembra il Caso? (con Paolo Sassone-Corsi; 2013), Storia di Irene (2013), La musica provata (2014; il libro nella collana "I Narratori", nella collana "Varia" il dvd del film), La parola contraria (2015), Il più e il meno (2015), il cd La musica insieme (2015; con Stefano Di Battista e Nicky Nicolai), Sulla traccia di Nives (2015), La faccia delle nuvole (2016), La Natura Esposta (2016), Morso di luna nuova. Racconto per voci in tre stanze (2017), Diavoli custodi (2017; con Alessandro Mendini), Pianoterra (2018), Il giro dell'oca (2018), Anni di rame (2019), Impossibile (2019) e, nella serie digitale Zoom, Aiuto (2011), Il turno di notte lo fanno le stelle (2012) e Il pannello (2012). Per i "Classici" dell'Universale Economica ha tradotto lEsodoGionail Kohèletil Libro di Rutla Vita di Sansone, la Vita di Noè ed Ester; ha curato L'ospite di pietra. L'invito a morte di don Giovanni. Piccola tragedia in versi, di Aleksandr Puškin Canto del popolo yiddish messo a morte, di Itzhak Katzenelson (2019). Sempre per Feltrinelli ha tradotto e curato L'ultimo capitolo inedito de La famiglia Mushkat. La stazione di Bakhmatch di Isaac B. Singer e Israel J. Singer (2013).

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