Il gruppo petrolifero francese Total indennizzerà i cittadini birmani che la accusano di aver usato il loro lavoro forzato. L'accusa era oggetto di un'azione legale presentata da 8 birmani nell'ottobre del 2002 al tribunale di Nanterre, in Francia: accusavano l'azienda petrolifera di ‟sequestro”, per essere stati costretti dall'esercito birmano a lavorare alla costruzione di un gasdotto in Birmania meridionale. Martedì Total e i querelanti hanno firmato un accordo: l'azienda verserà un indennizzo di 10mila euro ciascuno, loro ritirano la denuncia. La notizia era riportata dal quotidiano francese Le Monde con la data di ieri. Secondo l'accordo, Total aprirà uno ‟sportello”, per 6 mesi, per rispondere a tutte le domande di danni formulate dagli abitanti dei 13 villaggi della regione interessata da quel gasdotto: gli otto cittadini che hanno presentato denuncia in effetti si riferiscono a una violenza subiti da un'intera collettività. Per questo Total ha creato un fondo di 5,2 milioni di euro. Un dettaglio: Total non riconosce ‟colpa”, ma dichiara di aver scelto il risarcimento come ‟soluzione alternativa destinata a risolvere un conflitto in cui ciascuno rivendica la sua buona fede”. Il fondo per i risarcimenti sarà gestito con l'aiuto di una Ong thailandese (i birmani erano sfollati in Thailandia per sfuggire al lavoro forzato in Birmania) e sarà controllato dagli avvocati delle due parti: per i querelanti birmani sono gli avvocati William Bourdon e Bernard Dartevelle, dell'Associazione Sherpa, che si dedica al monitoraggio dele azioni delle aziende transnazionali che operano in paesi dove i regimi sono autoritari e/o le legislazioni a tutela dei diritti dei lavoratori (o dell'ambiente) sono deboli.
Il caso Total riporta alle cronache un terribile caso di collusione tra grandi multinazionali e un regime dittatoriale tra i più feroci (ma, stranamente, tollerati) del mondo. Risale alla metà degli anni `90. Nel 1993 Unocal e Total, in joint venture con l'ente petrolifero di stato della Birmania, hanno cominciato a sfruttare i giacimenti di gas off shore nel mar delle Andamane; il progetto, chiamato Yadana, includeva la costruzione di un gasdotto fino alla terraferma e poi attraverso la penisola di Tenasserim fino in Thailandia, per sboccare sul golfo del Siam. Il progetto comportava sgomberare i villaggi lungo il tracciato, allestire alloggiamenti per i tecnici stranieri e militari, eliporti, e poi la costruzione del gasdotto stesso. Interi villaggi sono stati spianati con le ruspe, la popolazione costretta a fuggire, e gli adulti arruolati a forza a lavorare sotto la sorveglianza dell'esercito. Di li a poco ondate di profughi sono arrivate attraverso la foresta in territorio thailandese, dove sindacalisti birmani in esilio hanno raccolto le loro testimonianze piene di violenze, villaggi bruciati, stupri. Sono loro che hanno denunciato ciò che avveniva in Birmania meridionale.
Il gasdotto di Tenasserim era già entrato nelle aule di tribunale. E' stato in California, con il procedimento Doe versus Unocal: un gruppo di 15 contadini birmani, uomini e donne, assistiti dagli avvocati statunitensi del International Labor Rights Fund, avevano chiamato in causa Unocal. Il fatto che il tribunale di San Francisco abbia accolto il procedimento era in sé una vittoria: il tribunale aveva ritenuto fondati gli argomenti dell'accusa, cioè che l'azienda petrolifera sapeva cosa avveniva lungo il tracciato di quel gasdotto ed era perciò corresponsabile della violenza scatenata dall'esercito birmano (da loro pagato, come da contratto, per provvedere la ‟sicurezza”). Quando Unocal ha negoziato un accordo extragiudiziario, con risarcimenti per circa 30 milioni di euro e finanziamenti vari, è stata dunque un'ammissione: in giudizio rischiava la condanna.
Nel caso francese, l'azione giudiziaria non è cominciata - d'altra parte gli avvocati dell'associazione Sherpa dichiarano di non voler ‟cadere nella giuridicità isterica all'americana” (su ‟Le Monde”): loro intenzione è creare un precedente, finora unico in Europa, per ‟rafforzare la responsabilità etica delle imprese”.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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