L’anticipazione, apparsa sul ‟Sole 24 Ore”, sembrava incredibile: un parlamentare di Forza Italia, Guido Crosetto, aveva presentato un emendamento per estendere a tutte le società la ‟poison pill” antiscalata che la finanziaria riserva al Tesoro e limitatamente alle società quotate ‟di interesse nazionale” nelle quali lo Stato abbia una ‟qualificata partecipazione”. E invece l’emendamento esiste: ‟Al fine di favorire i processi di privatizzazione e la diffusione dell’investimento azionario, gli statuti delle società possono prevedere l’emissione di strumenti finanziari partecipativi ovvero creare nuove categorie di azioni ‟. Il detentore di questi titoli, se crede, potrà ottenere nuove azioni al nominale nella quantità prevista in statuto. Se dunque qualcuno lanciasse un’Opa sgradita sull’Eni, su Telecom Italia o su Fiat, lo Stato, Olimpia oppure gli Agnelli potrebbero metterlo fuori gioco a basso prezzo. Verrebbe meno così la contendibilità, il cui valore è al momento inespresso dove lo Stato è ancora al 30%, mentre nelle società private è già implicito nella quotazione per la misura dettata dalla consistenza di chi esercita il controllo di fatto. Intendiamoci, la contendibilità non rappresenta un valore uguale per tutti i soci e nemmeno un valore assoluto per la società. Chi è al comando vuol passare la mano solo quando gli conviene; i soci di minoranza possono privilegiare il "mordi e fuggi" invece dell’investimento di lungo periodo sulla gestione industriale. E tuttavia la contendibilità sottratta va pagata quanto il mercato la stima. Per questo il codice civile prevede il diritto di recesso a favore dei soci che non gradiscano certe riforme dello statuto. Ma proprio questo diritto viene soppresso in finanziaria. Ora, un conto è un’eccezione per poche società già ora non contendibili a causa della presenza dello Stato: è un’idea discutibile e discussa, ma per anni è stata accettata in tutta Europa. Ben altro conto sarebbe sottrarre de lege ai soci di minoranza il diritto a godere dei benefici della contendibilità quando il rischio patrimoniale assunto dal gerente sia così basso da non renderne invulnerabile la posizione. Le pillole avvelenate antiscalata, anch’esse discutibili, non sono illegittime se introdotte secondo le regole. Ci sono momenti speciali nei quali si può fare senza pagare dazio al mercato. Così è stato per St Microelectronics nel 1999. Ma oggi, forse, sarebbe più difficile. Per questo, anche l’emendante toglie il recesso. La mossa, dice Crosetto, serve a evitare che l’Unione europea bocci l’articolo 55 della finanziaria come riedizione della ‟golden share”, che conferisce allo Stato il diritto di veto a tutela dell’interesse nazionale. È un’astuzia diplomatica buona a Bruxelles? Mah. Certo determinerebbe la glaciazione del mercato dei diritti di proprietà. E questo è un prezzo troppo alto da far pagare a un sistema dove la selezione dei migliori è già tanto faticosa. La Borsa, incredula, non ha reagito alle indiscrezioni. Speriamo non si sbagli.
Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti (Brescia, 1953) è oggi senatore della Repubblica. Ha lavorato al “Corriere della Sera” dal 2004 al 2013. In precedenza, era stato a “l’Espresso” per diciassette anni. E prima ancora a “Mondo economico”. Gli esordi furono nel quotidiano in cooperativa “Bresciaoggi”, di cui è stato uno degli amministratori. Per Feltrinelli ha pubblicato: Licenziare i padroni? (2003), un’analisi critica di come i principali gruppi privati hanno sprecato la grande occasione degli anni novanta; Il baco del Corriere (2006), storia dell’evoluzione della proprietà del “Corriere della Sera”, dalla fondazione fino allo spionaggio in via Solferino a opera della security di Telecom Italia; Confiteor. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata (con Cesare Geronzi; 2012).

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