Periodicamente, in coincidenza con l'aggiornamento dei principali dizionari d'italiano, spunta qualche pezzo di colore, tra le pagine dei giornali, che censisce i neologismi entrati a pieno titolo tra i lemmi della nostra lingua. Chissà se i prossimi aggiornamenti registreranno un ampio impiego di ‟islamofobia”. Chissà se questa parola troverà, in futuro, ulteriore ragion d'essere: se la sua fonìa corrisponderà a una sostanza - un clima d'opinione, umori diffusi, atteggiamenti collettivi - di una certa consistenza: o se, auspicabilmente, la sua parabola si rivelerà breve e trascurabile.
Esiste, poi, un'altra parola, del cui corso e della cui continuità nel tempo, non si può - ahinoi - dubitare in alcun modo: e la cui corrispondenza a una realtà, tuttora attiva e drammatica, è agevolmente documentabile: l’‟antisemitismo” è un tassello essenziale di quella nebulosa semantica che descrive il razzismo, le sue origini e le sue manifestazioni; ne interpreta i tratti più oscuri e ne esplicita la deriva paranoica; ne sostanzia, in sommo grado, le componenti più aggressive.
Da qui, una domanda: l'antisemitismo e l'islamofobia possono essere accostati e analizzati contestualmente? Senza salti mortali, senza equilibrismi dialettici e, tuttavia, con intelligenza e razionalità? Perchè si tratta, certo, di sostanze assai diverse: e, tuttavia, sostanze che - a fronte di una reciproca estraneità - risultano in qualche modo correlate e spesso sovrapposte. Se ne può ragionare, dunque, facendo riferimento alle dichiarazioni del presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad, che vorrebbe cancellare Israele dalla carte geografiche, o affrontando i nodi irrisolti della questione israelo-palestinese.
Ma non è solo la ‟vicinanza” storica e geografica che consente un'analisi congiunta: essa spiega solo parzialmente la relazione tra i due fenomeni: e, infatti, Israele non è l'ebraismo e il pregiudizio antisemita preesiste alla sua fondazione come stato. È vero, altresì, che lo scenario internazionale, i conflitti armati in corso, la paura del terrorismo non sono i soli fattori che alimentano un clima di sospetto e, talvolta, di aperta ostilità nei confronti dell'Islam.
Esiste un elemento, dai confini incerti e dai contenuti cangianti, che accomuna intimamente - a livello psicologico e culturale, prima che politico o ideologico - antisemitismo e islamofobia: è il pregiudizio verso ‟nemici”, che si avvertono come simili, nonostante tutto, e reciprocamente legati: oltre che per ragioni territoriali, per alcuni tratti ‟antropologici” particolarmente significativi (cosmopolitismo e nomadismo, sradicamento ed estraneità, presunta e comune tendenza alla vittimizzazione). E tali da farli apparire sospetti di ‟tradimento” o, comunque, di una ‟doppia lealtà”. Antisemitismo e islamofobia si innervano, così, negli scontri in atto, li percorrono e li attraversano: ma con essi non coincidono. Corrispondono, piuttosto, a forme mutevoli di paura, d'insicurezza, di allarme. Il problema di fondo riguarda, evidentemente, la possibile legittimazion e istituzionalizzazione di quei sentimenti: il fatto, cioè, che - in presenza di ansie collettive collegabili all'Islam - le agenzie che producono la mentalità condivisa (gli organi dell'informazione e della formazione, in primo luogo) costruiscano stereotipi e sedimentino ostilità; e che le politiche pubblico-istituzionali traducano quei pregiudizi in procedure di discriminazione. È urgente, pertanto, affrontare il fenomeno. E l'antisemitismo, che in epoca moderna si è rivelato come la forma più acuta, matura e violenta di razzismo, può diventare un termine di paragone importante per analizzare e comprendere.
Per queste ragioni, A Buon Diritto. Associazione per le libertà e l'Unione dei giovani ebrei d'Italia promuovono un dibattito, dove un musulmano, Khaled Fouad Allam, propone il suo punto vista sull'antisemitismo e un ebreo, Gadi Luzzatto Voghera, fa altrettando a proposito di islamofobia. Ai loro interventi seguirà una discussione tra Piero Fassino e Gianfranco Fini. L'appuntamento è per il 14 dicembre, alle 17.00, presso la Sala delle Conferenze, a Roma, in piazza Montecitorio 123a.
Luigi Manconi

Luigi Manconi

Luigi Manconi insegna Sociologia dei fenomeni politici presso l’Università IULM di Milano. È parlamentare e presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato. Tra i suoi libri recenti: Corpo e anima (Minimum fax 2016), La pena e i diritti (con G. Torrente; Carocci, 2015), Abolire il carcere (con S. Anastasia, V. Calderone, F. Resta, Chiarelettere 2015), Accogliamoli tutti (con V. Brinis; Il Saggiatore 2013), La musica è leggera (Il Saggiatore, 2012), Non sono razzista ma. La xenofobia degli italiani e gli imprenditori politici della paura (con Federica Resta; Feltrinelli, 2017). Nel 2001 ha fondato l’associazione A buon diritto.

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