L'Indonesia vuole espandere le piantagioni di palma da olio, una delle voci più importanti del suo export agricolo. Progetta, in particolare, di creare una grande piantagione nel Kalimantan, la parte indonesiana del Borneo, in una zona occidentale presso il confine con la Malaysia. Ne dà notizia Down to Earth, bollettino online che riprende notizie e commenti di gruppi indonesiani per l'ambiente, la giustizia sociale e i diritti umani. ‟Tutto è pronto per un'intensificazione dei conflitti per la terra e per le risorse”, commenta Down to Earth (agosto 2005). Il progetto di espandere l'industria dell'olio di palma è stato annunciato dal presidente Susilo Bambang Yudhoyono: il suo governo punta su questa derrata, molto richiesta sui mercati mondiali (è usato come olio e grasso vegetale per usi alimentari e non) per rimpinguare le entrate del paese. Uscita fragile dalla crisi asiatica del 1997-98, con un impoverimento crescente, attraversata da crisi sociali e politiche dopo il crollo del regime autoritario di Suharto, l'Indonesia ha disperato bisogno di incoraggiare l'export e attrarre investimenti stranieri, per far uscire l'economia dalle secche e finanziare il suo debito estero. In questo, Yudhoyono continua la politica dei suoi predecessori: tutti hanno visto nelle risorse naturali la base su cui rilanciare la crescita. E però lo sviluppo di grandi progetti forestali prima, e piantagioni poi, in Indonesia è stato accompagnato da conflitti drammatici, con intere comunità espulse dalle terre che coltivavano magari in regime di proprietà collettiva... Quando si parla di grandi piantagioni, in Indonesia, bisogna intendere davvero ‟grandi”. Secondo i dati raccolti da Walhi, coordinamento indonesiano per l'ambiente e la giustizia (riferimento locale di Friends of the Earth international), in Kalimantan occidentale 3,5 milioni di ettari sono stati ‟mappati” dal governo per espandervi le piantagioni di palma: è un territorio più grande della Sicilia (l'intero Kalimantan è grande circa quanto la Francia). Il governo vuole ‟sviluppare” in particolare il territorio al confine con la parte malaysiana del Borneo, e una piantagione da 2 milioni di ettari - sarà creata a cavallo tra Kalimantan occidentale e orientale. Secondo il ministro dell'agricoltura Anton Apriyantono (citato dal ‟Jakarta Post” in luglio), nel progetto saranno investiti 567 milioni di dollari in cinque anni, vi lavoreranno 500 mila addetti (si intende il ciclo di coltivazione, raccolto e spremitura dell'olio) e la produzione dovrebbe cominciare nel 2010. Entro quell'anno il governo di Jakarta vuole fare dell'Indonesia il primo produttore mondiale di palma da olio, togliendo il primato alla Malaysia. il governo lega lo sviluppo delle piantagioni di palma nelle zone a ridosso della frontiera con la sicurezza delle frontiere stesse, la ‟riduzione della povertà”, lo sviluppo locale e la necessità di fermare il taglio illegale del legname e il suo contrabbando: visitando Kalimantan in giugno, il presidente Yudhoyono ha dichiarato che con le piantagioni arriveranno le strade e più controlli e posti di blocco per fermare i traffici illegali. Ma creare nuove piantagioni significa tagliare nuove porzioni di foresta, e con le nuove strade la deforestazione illegale e il contrabbando di legname si espanderanno a zone ancora intoccate. Down to Earth prevede ‟nuovi conflitti per la terra - accompagnati a volte da repressione violenta verso coloro che si oppongono agli espropri, impoverimento, negazione dei diritti e distruzione delle fonti di sopravvivenza delle comunità indigene, deforestazione e incendi forestali, inquinamento, indebitamento e condizioni di vita miserabili per gli operai delle piantagioni”, come successo con le piantagioni esistenti. Il bollettino indonesiano riferisce di una conferenza delle comunità indigene di Kalimantan occidentale per discutere le implicazioni dell'espansione delle piantagioni. Walhi ha scovato una ricerca dell'ente del governo giapponese per la cooperazione (Jica), che cinque anni fa raccomandava di non espandere le piantagioni in Kalimantan occidentale oltre un milione di ettari, per garantire l'equilibrio ecologico della provincia. Ma la sete di export ha avuto la meglio.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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