Due mezzi di trasporto urbano: il risciò trainato a mano e la metropolitana, treno sotterraneo. Il risciò, carrozzella su grandi ruote, evoca immagini del passato: la Cina ottocentesca, l'India coloniale. Nelle evoluzioni moderne è un veicolo a tre ruote trainato (o spinto) da un uomo che pedala. La versione motorizzata, chiamata auto-risciò, è basato sul triciclo Ape (in India e nel sud-est asiatico; nelle cittadine peruviane ne circolano le versioni giapponesi). Ma nella versione antica era trainato da un uomo che corre scalzo nella polvere o nel fango. Tra il risciò e la metropolitana, l'abisso è evidente. Coesistono però in una grande metropoli come Calcutta, la capitale del Bengala occidentale, ufficialmente ribattezzata Kolkata nel 2001. Il risciò trainato a mano è davvero una reliquia del passato - mentre il metrò continua a espandersi, dopo il primo segmento inaugurato ventuno anni fa: una grande area urbana ha bisogno di trasporti collettivi efficienti come il metrò. Eppure, come cozza con l'immagine consolidata di Calcutta presso molti europei. Il risciò è un'importazione coloniale in India, è arrivato nel 19esimo secolo dalla Cina. A quei tempi Calcutta, fondata nella seconda metà del `700 sulle rive del Hoogly, un braccio laterale del Gange, attorno a un forte e agli empori della Compagnia delle Indie orientali, era la capitale dei possedimenti britannici nel subcontinente indiano (solo nel 1911 la capitale del Raj, regno coloniale, fu spostata a New Delhi). Del suo passato di capitale imperiale Calcutta conserva l'impronta vittoriana del suo centro, i tram su rotaia unici in India, e per l'appunto i risciò trainati a mano. Per decenni, lo spettacolo inumano di un uomo trasformato in bestia da soma ha segnato la città, adattandosi alla perfezione alla sua immagine consolidata (presso gli europei) di girone infernale di miseria. Calcutta è oggi l'unica grande città al mondo dove ancora esistono i risciò a mano, usati per piccoli tragitti nei vecchi quartieri: ma sono destinati a scomparire in pochi mesi. Lo ha annunciato l'estate scorsa il capo del governo del Bengala occidentale, Buddhadeb Bhattachatjee: le licenze non saranno rinnovate: «E' una barbarie che delle persone debbano portare altre persone». La decisione implica trovare occupazioni alternative a quanti si guadagnano da vivere (miseramente) trainando i risciò. La metropolitana è tutt'altra storia. Il primo tratto, aperto nel 1984, collegava il centro degli uffici governativi alla zona di Kalikat, nota ai turisti per il pittoresco tempio a Kali (e l'inquietante ospedale di Madre Teresa) e poco oltre. Pochi turisti stranieri ci si avventuravano, probabilmente non sospettavano nepure l'esistenza di quei treni puliti ed efficienti in stazioni lindissime. Nelle settimane scorse è stato aperto un nuovo segmento, verso sud, da Tollygunge fino a New Garia, quasi 9 chilometri e sei stazioni più in là attraverso una zona popolosa e congestionata - il piano è collegare i distretti agricoli del sud, ormai avamposti urbani abitati da impiegati. Eliminare i risciò aiuterà a cambiare l'immagine di Calcutta-Kolkata, spera il Bhattacharjee, che ha obiettivi ambiziosi di rilancio economico della metropoli bengalese - lo paragonano a un Deng Xiaoping indiano, capace di attrarre investimenti stranieri usando la liberalizzazione avviata negli anni '90 in tutta l'India. In effetti, con i suoi 4,5 milioni di abitanti nella città e 13 milioni nell'area metropolitana (al censimento del 2001), Kolkata sta cambiato aspetto. Nuovi quartieri residenziali, strade a scorrimento veloce, centri commerciali, grattacieli, modernissimi uffici. Certo, un quarto della popolazione resta negli slums o in alloggi di estremo degrado. Intanto cresce il traffico delle quattro ruote. Per decongestionare il traffico, il metrò resta la soluzione più equa ed ecologica - anche se non è mai citata tra i settori «di punta». Eppure, rende Kolkata unica.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>