Con le curve pavesate, da anni, di croci celtiche e svastiche, fa veramente ridere che le autorità calcistiche (e politiche) "auspichino" che la politica rimanga fuori dagli stadi. Nel coro indistinguibile e pavido delle reazioni post-Di Canio, in fondo l´unico che si distingue è un La Russa pre-Fiuggi, che proprio non capisce che cosa ci sia di male in un saluto romano. Sarebbe reato, diciamolo per inciso, ma la depenalizzazione di fatto dell´apologia di fascismo, in quel carnaio di illegalità che sono gli stadi, rischia di passare per un dettaglio. Perfino nel commento del sindaco di Roma.
Quanto alla politica, e a Livorno-Lazio: eccola lì, ridotta a un derby di provincia tra due curve ringhiose di figli di mamma, che tornando a casa non troveranno né lager né gulag, ma la Domenica sportiva. E la storia italiana, con il suo carico di tragedia e di gloria, di dittatura e libertà, è finalmente al vaglio del giudice sportivo: una o due domeniche di riposo per chi saluta romanamente le svastiche esposte nella sua curva? E i "valori" fascisti, evocati da un attaccante in crisi di nervi come "senso di appartenenza al mio popolo", diventano l´incresciosa parodia domenicale del sangue (vero) versato a fiumi nella guerra del Duce, e del suo amico tedesco sterminatore di ebrei, zingari e omosessuali.
Io me ne frego - per usare un´espressione a lui familiare - che Paolo Di Canio sia fascista. Ce ne sono ancora tanti, in questo Paese, di quelli difficili e di quelli facili, di quelli duri e di quelli molli sdoganati dal sottogoverno, tutti gratificati, comunque, dall´andazzo modaiolo (e molto radical-chic, caro Di Canio) del revisionismo storico, e dello sfregio ininterrotto alla Costituzione. Quasi tutti col culo al caldo, anche se la retorica di parrocchia si ammanta di rischio e audacia: una minoranza sdoganata da fior di professori e ministri, giornalisti e romanzieri, gente da palinsesto, fascisti da audience, che però ama tanto passarsela da perseguitata, perché è più maudit.
Quello che duole, quello che fa ribrezzo, è vedere il grumo ancora dolente del Novecento italiano ridotto a litigio da moviola, come i fuorigioco e i rigori: e di questo Paolo Di Canio, se è intelligente come dice, dovrebbe provare vergogna. Vergognarsi di essere, per giunta orgogliosamente, il protagonista più vistoso di una farsa, con il fascismo e il comunismo ridotti a un palio domenicale per pochi isterici, le solite curve ululanti negli stadi sempre più vuoti, abbandonati da chi ha schifo proprio di quella farsa, di quella spropositata e presuntuosissima simulazione di guerra incarnata da poveracci che su Mussolini non hanno letto un libro, e fanno fatica a leggere per intero anche uno striscione.
Se davvero Di Canio, che è un professionista famoso e un romano abbiente, avesse a cuore "il suo popolo", come pomposamente definisce i due o trecento disturbati che hanno sequestrato la curva della povera Lazio pavesandola di croci uncinate, la pianterebbe di aizzarli: o ha bisogno di una così triste claque per le sue vanitose passerelle da ardito fuori tempo massimo? Telefonerebbe al suo competitor Lucarelli, il goleador guevarista del Livorno, e gli proporrebbe di smetterla con questa ridicola caricatura dell´ideologia, con questa pagliacciata degli opposti bomber. L´ideologia è una cosa seria, è ragione di vita e di morte, non è una cosa da zona Uefa.
Addolora particolarmente che perfino la Comunità ebraica sia stata costretta a scomodarsi per queste infime beghe, per questi sbrachi da piccola gente. Vedere la Comunità ebraica, con quello che si porta in spalle, costretta a questionare con un calciatore, è una enormità, ed è cosa che dovrebbe costringere il calciatore a sprofondare, ad accorgersi che qualcosa di veramente iniquo e stupido è accaduto. E quel qualcosa non è soltanto il saluto romano, che piaccia o non piaccia al fascista rinato La Russa evoca in milioni di italiani le leggi razziali, la dittatura e la guerra. E´ anche l´appropriazione indebita della politica da parte di una piccola compagnia di giro che ha trasformato gli stadi in un truce Bagaglino, con quello che imita Farinacci e quest´altro che fa gol in nome degli oppressi. Dire che il Che non è la svastica, per chi valuti con un minimo di sale in zucca i simboli e la loro genesi, è un´ovvietà, ma perfino le ovvietà sono sprecate in un contesto così incivile e neurolabile come gli stadi di calcio. Perfino il Che, dentro quelle scodelle ribollenti e violente, fa cattivo brodo.
Accorgersi di fare una cosa cretina è una delle forme più alte di "virilità", direbbe Di Canio. Beh, smetta di farla. I tic nervosi si curano, forse sono addirittura mutuabili.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma nel 1954 ed è cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su “la Repubblica” e “L’Espresso”. Scrive per il teatro e ha scritto per la televisione. Ha fondato e diretto il settimanale satirico “Cuore”. Per Feltrinelli ha pubblicato, tra l’altro, Il nuovo che avanza (1989), Poetastro (1993), Il ragazzo mucca (1997), Canzoni politiche (2000), Cerimonie (2002), Gli sdraiati (2013), Ognuno potrebbe (2015), Il grande libro delle Amache (2017), La sinistra e altre parole strane (2017) e Le cose che bruciano (2019).

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