Il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad insiste: parlando nella città sud-orientale di Zahedan ha messo in dubbio che l'Olocausto degli ebrei sia mai avvenuto - come aveva già detto la settimana scorsa durante un vertice dell'Organizzazione della conferenza islamica alla Mecca, in Arabia saudita. ‟Hanno costruito una leggenda sotto il nome di "massacro degli ebrei" e ora la tengono più alta di dio stesso, della religione e dei profeti”, ha dichiarato ieri il presidente iraniano, ripreso dalla tv di stato. Le dichiarazioni di Ahmadinejad hanno provocato un coro di condanne in Europa e negli Stati uniti, oltre che in Israele. Proprio come in ottobre, quando aveva dichiarato che Israele è ‟un tumore” da ‟cancellare dalla mappa”. E di nuovo, le parole del presidente iraniano aumentano il gelo tra Tehran e le nazioni occidentali, complicando i tentativi di ripresa del dialogo sulla questione nucleare. Il portavoce della Casa Bianca Scott McClellan ha dichiarato che le ‟oltraggiose” parole di Ahmadinejad rendono ancora più importante che la comunità internazionale lavori ‟per impedire all'Iran di sviluppare armi nucleari”. Per la portavoce della Commissione europea, le parole del presidente iraniano sono ‟inaccettabili”, e ‟non faranno nulla per ricostruire la fiducia nelle intenzioni dell'Iran”. Per il ministro degli esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier quei commenti sull'Olocausto ‟potrebbero pesare sulle nostre relazioni bilaterali e anche sulle chances dei negoziati sul dossier nucleare dell'Iran”.
L'indignazione occidentale di fronte alla negazione dell'Olocausto è inevitabile. Meno scontate sono le reazioni in Iran stesso e nel mondo musulmano alle dichiarazioni di Ahmadinejad (che nel suo discorso di ieri ha ripetuto l'appello a spostare Israele in Europa o in America e ha enunciato lo ‟scontro tra civiltà: ‟Se la vostra civiltà consiste in ingiustizie, oppressione e povertà per la maggioranza del globo per garantirvi il vostro proprio benessere, allora noi diciamo che odiamo la vostra fragile civiltà”). Il presidente iraniano in effetti si rivolge all'opinione musulmana, più che all'Occidente: e nel mondo musulmano le sue parole non hanno suscitato sorpresa, come se in fondo interpretassero un senso comune diffuso. Così non ci sono commenti, ufficiosi o ufficiali (la Conferenza islamica alla Mecca però ha ribadito l'usuale richiesta che Israele si ritiri entro i confini del 1967, cosa ben diversa dal ‟cancellare” Israele).
In Iran, l'ayatollah Ali Khamenei, che come Guida suprema è la massima autorità dello stato, ieri ha esortato i palestinesi a continuare la lotta armata: ‟L'esperienza degli ultimi 50 anni dimostra che il compromesso e il negoziato con gli occupanti sionisti non migliorano la situazione”, ha detto incontrando Khaled Meshaal, capo in esilio del gruppo palestinese Hamas. Del resto, le invettive contro lo stato sionista sono uno slogan ufficiale. Ma in passato agli slogans faceva da contrappunto un presidente, Mohammad Khatami, che invocava il ‟dialogo tra le civiltà”. Ora Ahmadinejad dichiara invece di voler rivitalizzare gli ideali fondamentali della Rivoluzione islamica.
Ieri il quotidiano Sharq, indipendente, ha pubblicato una dichiarazione critica del Partito della Partecipazione, la principale formazione politica ‟riformista”: definisce il discorso di Ahmadinejad una ‟provocazione”, ‟... tenere questi discorsi, che non vanno a beneficio né degli iraniani né degli oppressi palestinesi, non farà che aumentare il consenso e il sostegno per il regime israeliano e unificherà l'approccio contro l'Iran”.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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