Per chi ha voluto dare credibilità al processo di transizione in corso in Iraq, le elezioni di ieri dovrebbero rappresentare l'ultima tappa. Ora le truppe potranno ritirarsi, secondo quanto stabilito dalla risoluzione dell'Onu che aveva avallato l'occupazione della forza multinazionale fino al ritorno della ‟sovranità” agli iracheni. Quindi il dibattito sul ritiro o meno delle truppe potrebbe apparire a questo punto persino superfluo. Ma qui casca l'asino.
Sono proprio gli artefici del processo di transizione a non credere a questo risultato tanto che i maggiori fautori, gli americani, escludono un loro ritiro. Il paradosso del ‟coronamento” del piano Bremer sta nel fatto che avvenendo senza riflettori, fatta eccezione per quelli degli ‟embedded” con le truppe statunitensi, perde qualsiasi credibilità: quale processo democratico può essere tale se non può nemmeno essere documentato dai media?
La schizofrenia di chi accredita il voto, ma paventa la possibilità di una guerra civile a seguito del ritiro delle truppe, fa parte dello stesso sporco gioco che ipocritamente ignora la realtà irachena. Dove a chiedere testimoni è la società civile stretta tra la ferocia dell'occupazione e le violenze di alcuni gruppi armati e dei terroristi. Quella società civile ora sembra disposta persino ad affidarsi alle screditate Nazioni unite, se non altro per segnalare le irregolarità del processo elettorale sotto occupazione, paventate paradossalmente anche da gruppi armati che in gennaio avevano imposto l'astensione. Non a caso, dunque, uno dei punti principali della campagna elettorale è stata la fine dell'occupazione, sostenuta, con più o meno convinzione, da quasi tutte le liste in lizza. Sponsorizzate soprattutto da partiti e gruppi religiosi, in questo caso anche sunniti che, viste le esperienze passate, hanno deciso di votare per non restare tagliati fuori dal gioco politico. E per indurre la propria comunità a votare alcuni leader religiosi - compresi alcuni considerati vicini alla resistenza - hanno emesso una fatwa (sentenza coranica), proprio come aveva fatto la massima autorità sciita, l'ayatollah Ali al Sistani, nelle elezioni di gennaio. Una fatwa serve a dare una legittimità religiosa al voto dei sunniti penalizzati dall'astensione di gennaio. E allora di quale democrazia si parla? Di quella degli editti religiosi? O di quella dell'ex-agente della Cia (ed ex-baathista) Iyad Allawi che ha sponsorizzato una lista laica?
Non solo tornano in campo i sunniti, ma a ricrearsi una legittimità attraverso le urne sono anche molti ex-baathisti, che smarcandosi dai terroristi di al Qaeda sfidano gli Usa sul terreno della pacificazione: la fine della violenza in cambio del ritiro delle truppe. E probabilmente sono in grado di farlo, confermando che non sono le truppe straniere a evitare la violenza ma a provocarla.
E c'è chi si chiede ancora quale sarà il momento opportuno per il ritiro delle truppe per evitare la guerra civile, che in Iraq si sta consumando già da oltre due anni. Una guerra che non è raccontata, i cui morti non si contano, ma sono migliaia. Il ritiro non porrà fine immediatamente a questo bagno di sangue, ma potrà innescare un processo che dovrà vedere finalmente e realmente protagonisti gli iracheni.
Il disastro provocato dall'intervento militare, oltre che da tre decenni di regime sanguinario di Saddam, richiederà tempo, molto tempo. Per questo occorre iniziare subito, con una rottura rispetto alla situazione attuale: con il ritiro delle truppe. Che non deve però segnare l'abbandono dell'Iraq, al contrario occorrerà un forte impegno internazionale per garantire la ricostruzione del paese e la restituzione della sovranità agli iracheni.
Giuliana Sgrena

Giuliana Sgrena

Giuliana Sgrena, inviata de ‟il manifesto”, negli ultimi anni ha seguito l'evolversi di sanguinosi conflitti, in particolare in Somalia, Palestina, Afghanistan, oltre alla drammatica situazione in Algeria. Negli ultimi due anni ha raccontato la guerra e l'occupazione in Iraq. Nei suoi servizi cerca di indagare la realtà che sta dietro lo scontro armato, la vita quotidiana delle principali vittime delle guerre moderne: donne e bambini. Ha dedicato particolare attenzione all'islamismo e al suo effetto sulla condizione delle donne. Attualmente collabora, tra l'altro, con RaiNews24, con il settimanale tedesco ‟Die Zeit”, con la radio della Svizzera italiana e con riviste di politica internazionale. Libri pubblicati: La schiavitù del velo, voci di donne contro l'integralismo islamico (manifestolibri 1995); Kahina contro i califfi, islamismo e democrazia in Algeria (Datanews 1997); Alla scuola dei taleban (manifestolibri 2002); Il fronte Iraq, diario da una guerra permanente (manifestolibri 2004).

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