Abbiamo finalmente scoperto ciò che tutti sospettavamo: le numerose denunce e testimonianze sulle prigioni di Guantanamo e Abu Ghraib erano una trappola per distogliere l'attenzione dell'opinione pubblica dal vero segreto: negli ultimi mesi, i grandi media hanno rivelato che la Cia gestisce delle strutture di detenzione segrete oltre la legge e al di fuori di qualsiasi vigilanza ufficiale in due paesi dell'Europa orientale e in alcuni paesi asiatici. La Cia non ha nemmeno ammesso l'esistenza di questi ‟luoghi oscuri” con ‟prigionieri fantasma”: se lo facesse potrebbe esporre il governo Usa a cause legali, dato che i prigionieri lì reclusi sono sottoposti a ‟tecniche di interrogatorio rafforzate” (nella neolingua degli Stati uniti, torture). L'idea originale era nascondere e interrogare le due dozzine circa di leader di al Qaeda ritenuti responsabili degli attacchi dell'11 settembre, o che rappresentassero una minaccia imminente, ma quando la Cia ha iniziato ad arrestare un maggior numero di persone, il cui valore in termini di intelligence e i cui collegamenti con il terrorismo erano meno certi, lo standard originale per la consegna dei sospetti a quell'universo invisibile è stato ridotto o ignorato. Che cosa sta effettivamente accadendo qui? In un dibattito sul destino dei prigionieri di Guantanamo trasmesso dalla Nbc all'incirca un anno fa, una delle bizzarre argomentazioni a favore dell'accettabilità etico-giuridica del loro status era: ‟loro sono quelli che sono stati mancati dalle bombe”. Dato che erano il bersaglio dei bombardamenti Usa e sono sopravvissuti accidentalmente, e dato che questi bombardamenti rientravano in una operazione militare legittima, non possiamo condannare il destino che è toccato loro una volta catturati, dopo il combattimento: qualunque sia la loro situazione, è migliore, meno grave, della morte... Questo ragionamento dice di più di quanto non intenda fare: mette il prigioniero quasi letteralmente nella posizione dei morti viventi, di coloro che in un certo senso sono già morti (il loro diritto a vivere è confiscato dal loro essere obiettivi legittimi dei bombardamenti assassini), sì che essi sono ora degli esempi di quello che Giorgio Agamben chiama homo sacer, colui che può essere ucciso impunemente dato che, agli occhi della legge, la sua vita non conta più. Se i prigionieri di Guantanamo sono collocati nello spazio ‟tra le due morti”, rivestendo la posizione di homo sacer, legalmente morti (privi di uno status giuridico determinato) pur essendo ancora vivi biologicamente, le autorità Usa che li trattano in questo modo si trovano anch'esse ad avere una sorta di status legale intermedio omologo a quello dell'homo sacer: agendo esse in quanto potere giuridico, i loro atti non sono più coperti e costretti dalla legge. Esse operano in uno spazio vuoto che resta però nel dominio della legge.
La strategia economica esemplare del capitalismo odierno è l'outsourcing - affidare il processo ‟sporco” di lavorazione materiale (ma anche la pubblicità, il design, la contabilità...) a un'altra società per mezzo di un subappalto. In questo modo, si può agevolmente aggirare regole ecologiche e sanitarie: la produzione è fatta, diciamo, in Indonesia dove le regole ecologiche e sanitarie sono molto più permissive che in occidente, e la compagnia globale occidentale che possiede il logo può respingere ogni responsabilità per le violazioni di un'altra compagnia. Non stiamo arrivando a qualcosa di simile, per quanto riguarda la tortura? Non viene subappaltata anche la tortura, affidata agli alleati degli Usa nel terzo mondo, che possono praticarla senza doversi preoccupare dei problemi giuridici o delle proteste pubbliche? Questo outsourcing non è stato esplicitamente auspicato da Jonathan Alter su ‟Newsweek”, immediatamente dopo l'11 settembre? Dopo avere affermato che ‟non possiamo legalizzare la tortura; è contraria ai valori americani”, egli conclude nondimeno che ‟dovremo pensare a trasferire alcuni sospetti ai nostri alleati meno schizzinosi, anche se è ipocrita. Nessuno ha detto che sarebbe stato bello” (Jonathan Alter, ‟Time to Think about Torture”, ‟Newsweek”, 5 novembre 2001).

È così che oggi funziona sempre di più la democrazia del primo mondo: ‟subappaltando” il lavoro sporco ad altri paesi... Possiamo vedere come questo dibattito sulla necessità di usare la tortura non fosse assolutamente accademico: oggi gli americani non credono neanche che i loro alleati facciano bene il lavoro; il partner ‟meno schizzinoso” è la parte disconosciuta dello stesso governo Usa - un risultato piuttosto logico, se pensiamo a come la Cia ha insegnato per decenni la pratica della tortura agli alleati dell'esercito americano in America latina e nel terzo mondo. E, nella misura in cui l'approccio liberal scettico predominante può anche essere definito come caratterizzato da ‟convinzioni subappaltate” (facciamo praticare agli altri - i primitivi, i ‟fondamentalisti” - le loro convinzioni per noi), la nascita di nuovi fondamentalismi religiosi nelle nostre società non segnala la stessa sfiducia nei confronti dei paesi del terzo mondo? Non solo non sanno praticare per noi le nostre torture, ma non sanno più nemmeno praticare per noi le nostre convinzioni...
Comunque, le due procedure possono anche coesistere: le agenzie del governo americano che gestiscono la ‟guerra al terrore” seguono un programma chiamato ‟extraordinary rendition” (‟consegna straordinaria”): la politica che consiste nel catturare gli individui sospetti senza nemmeno una sembianza di processo per poi spedirli agli interrogatori di regimi alleati il cui ricorso alla tortura è noto (si veda Bob Herbert, ‟Outsourcing torture”, ‟International Herald Tribune”, 12-13 febbraio 2005). Un'altra forma di coesistenza è costituita dai ‟luoghi oscuri” della Cia, localizzati in paesi stranieri ma gestiti dalla Cia.
Che ne è allora della contro-argomentazione ‟realistica”? La guerra al terrore è sporca, ci troviamo in situazioni in cui la vita di migliaia di persone dipende da informazioni che possiamo ottenere dai nostri prigionieri. Di conseguenza, come ha detto Alan Dershowitz, ‟non sono favorevole alla tortura, ma se proprio dobbiamo usarla, dovrebbe almeno avere l'approvazione della corte”. La logica sottostante - ‟dato che in ogni caso la useremo, meglio legalizzarla e così prevenire gli eccessi!” - è estremamente pericolosa: dà legittimità alla tortura ed apre così la via a più torture illecite. Contro l'‟onestà” liberal di Dershowitz, paradossalmente dobbiamo attenerci a quella che si presenta come una ‟ipocrisia”: okay, possiamo ben immaginare che, in una certa situazione, di fronte al proverbiale ‟prigioniero che sa” e le cui parole possono salvare migliaia di vite, si debba fare ricorso alla tortura. Ma anche (o proprio) in questo caso è assolutamente cruciale che questa scelta disperata non sia elevata a principio universale. Seguendo l'urgenza inevitabilmente brutale del momento, dobbiamo semplicemente farlo. Solo in questo modo, nella stessa impossibilità o proibizione di elevare ciò che abbiamo dovuto fare a principio universale, riteniamo il senso di colpa, la consapevolezza della inammissibilità di ciò che abbiamo fatto.
Nel marzo 2005 gli Usa erano in pieno caso Terri Schiavo. La donna aveva riportato un danno cerebrale nel 1990, quando il suo cuore si era fermato brevemente per uno scompenso chimico attribuito a un disturbo dell'alimentazione; i periti incaricati dal tribunale avevano stabilito che era in uno stato vegetativo permanente, senza speranza di ripresa. Mentre suo marito voleva che fosse scollegata dalle macchine per morire in pace, i suoi genitori sostenevano che poteva migliorare e che non avrebbe mai voluto essere privata dell'alimentazione o dell'acqua. Il caso è giunto ai massimi livelli del governo americano e degli organismi giudiziari. Sono intervenuti la Corte Suprema e il Presidente, il Congresso ha approvato risoluzioni con procedure d'urgenza, ecc. L'assurdità della situazione, se inquadrata in un contesto più ampio, è mozzafiato: con decine di milioni di persone che muoiono di Aids e di fame in tutto il mondo, l'opinione pubblica degli Stati uniti era concentrata su un singolo caso attinente al prolungamento del corso della nuda vita, di uno stato vegetativo permanente privo di tutte le caratteristiche specificamente umane. Questa è la verità di ciò che intende la chiesa cattolica, di ciò di cui parlano i suoi rappresentanti, a proposito della ‟cultura della vita” in contrapposizione con la ‟cultura della morte” dell'edonismo nichilistico contemporaneo. Ciò che qui incontriamo, è in effetti una sorta di giudizio infinito hegeliano che asserisce l'identità speculativa del più alto e del più basso: la Vita dello Spirito, la dimensione spirituale divina, e la vita ridotta ad una inerte condizione vegetativa... Questi sono i due estremi che oggi troviamo in relazione ai diritti umani: da una parte gli uomini ‟mancati dalle bombe” (esseri umani a tutti gli effetti, mentalmente e fisicamente, ma privi di diritti), dall'altra un essere umano ridotto alla mera vita vegetativa, una vita protetta però dall'intero apparato statuale.
Trad. Marina Impallomeni
Slavoj Zizek

Slavoj Zizek

Definito dalla stampa statunitense "il gigante di Lubiana", Slavoj Zizek è un filosofo i cui interessi vanno dalla psicoanalisi alla filosofia alla politica. Sloveno, nato nel 1949, "clerico vagante" nelle università tedesche, americane, australiane, testimone privilegiato del crollo della sua nazione, la ex Jugoslavia, Zizek è uno dei pochi pensatori viventi ad avere il coraggio di interpretare la cultura di massa mediante la filosofia, ma anche di chiarire Hegel e Freud attraverso Schwarzenegger e Stephen King.

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