Della rivolta delle banlieues sono rimaste solo le scritte sui muri e un clima estremamente cupo. Le strade sono deserte come se alle sette di sera fosse già in vigore il coprifuoco. Sarà per colpa dello stato di emergenza, quello sì che è in vigore. In giro non si vedono poliziotti; pochi i passanti, tutti immigrati, maschi, giovani, diffidenti, come noi (uniche donne in circolazione) quando chiediamo informazioni sulla strada per il centro culturale «Africa». Siamo nella «città dei 4.000», così almeno era stata battezzata negli anni `60, quando era iniziata la costruzione di 4.000 alloggi che dovevano essere un modello di nuova urbanizzazione. Che nel frattempo è diventato simbolo del degrado, enormi edifici grigi e fatiscenti, in parte abbandonati dai primi abitanti - classe operaia e immigrati della prima generazione - per lasciare posto ai più emarginati, discriminati. La Courneuve, a circa 20 minuti di metropolitana dal centro di Parigi, è una zona off limits, innominabile, indicata solo con un numero: la «zona 9-3» (dal numero del prefisso postale).

Un'oasi nello squallore
La sede dell'associazione «Africa» è un'oasi nello squallore generale. Al pianterreno un paio d'uffici e un'aula dove tutti i pomeriggi si ritrovano i bambini a fare i compiti, una sorta di doposcuola per chi a casa non ha nemmeno lo spazio per appoggiare i quaderni. Nel seminterrato, una sala con bar serve per conferenze, feste e ricorrenze varie, matrimoni compresi.
L'animatrice del centro e portavoce dell'associazione, Mimouna Hadjam, è una vera forza della natura: algerina di origine è arrivata alla Courneuve all'inizio degli anni `80 dal nord della Francia, da subito ha lottato contro tutte le discriminazioni, non solo razziste ma anche di genere. E' salita all'onore delle cronache (interviste su giornali e tv) nei giorni della rivolta delle banlieues, quando erano anche i giovani del suo quartiere a dare fuoco alle macchine. Lei non si è spaventata e nemmeno sorpresa perché quel disagio che ha provocato la violenza lo vive ogni giorno.
Il tema della serata all'«Africa» non è però la rivolta - anche se alla Courneuve non si può prescindere dal clima che ci circonda - ma la laicità, a cento anni dall'approvazione della legge che il 9 dicembre 1905 aveva sancito la separazione tra stato e chiesa.
La presenza è soprattutto femminile: sono soprattutto le donne della banlieue che hanno aiutato ad organizzare il dibattito e la festa che l'ha preceduto, ma si rifiutano di essere solo manodopera e ascoltano attente. Nemmeno una bambina vivace riesce a distrarre la madre che segue con interesse un dibattito che affronta problemi che la riguardano da vicino, come i diritti delle donne garantiti dalla laicità dello stato. Gli altri, oratori e pubblico, sono arrivati alla spicciolata dalla capitale.
«Laicità» è un termine che non appartiene agli immigrati dei quartieri popolari: francesi sulla carta, ma discriminati nella realtà. Una discriminazione ancor più difficile da accettare per chi sul passaporto ha scritto «francese» e non ha nemmeno una via di fuga verso il paese di origine, come si illudevano invece di poter avere i loro padri. Una mancanza di identità che non si può accontentare del surrogato religioso, anche se a volte può essere una scorciatoia.

Islam o laicità
«Se nel titolo del dibattito avessimo scritto islam invece di laicità probabilmente la partecipazione sarebbe stata maggiore», dice Samir, militante del Forum sociale che ha organizzato una iniziativa simile in un'altra banlieue degradata di Parigi, la Trappe. Anche la Trappe è stata infiammata dalla rivolta ma i ribelli del quartiere non hanno nessun contatto con le associazioni politiche, nemmeno con i no-global come Samir.
La «laicità» non attira il grande pubblico; ma sono soprattutto i mussulmani - algerini, iraniani, ecc. - che presenziano ai dibattiti e sono interessati a difendere la legge francese del 1905. Non a caso il centenario è stato celebrato più dalla società civile che dalle istituzioni. La legge, mettendo fine alla strumentalizzazione della religione a scopi politici, avrebbe dovuto mettere fine a secoli di guerre di religione. Almeno negli auspici.
«La repubblica assicura la libertà di coscienza. Garantisce la libertà dell'esercizio del culto...», afferma il primo articolo della legge sulla laicità. E, altrettanto importante, l'articolo 2 recita: «La repubblica non riconosce né salario né sovvenzioni ad alcun culto» (con le eccezioni spiegate nella scheda). Ma sono proprio questi gli articoli che il ministro degli interni Nicolas Sarkozy vorrebbe rivedere. E' sorprendente.
Viene subito da pensare alla battaglia sostenuta dal governo francese per imporre la legge contro i simboli religiosi nelle scuole approvata il 15 marzo 2004. Sono passati meno di due anni ma quella sembra storia di altri tempi. Nessuno ne parla più, le ragazze espulse dalla scuola pubblica sono meno di due decine e le banlieues non si infiammano più per difendere il velo come segno di identità. Nemmeno gli islamisti si sono resi conto di quello che stava succedendo e non sono stati in grado di gestire la tensione crescente: l'esplosione dei casseurs (che avevano come unico segno di appartenza quello territoriale) ha messo in evidenza i problemi sociali, la discriminazione reale, senza distinzione di credo e di pelle, ma certamente di classe. E di genere. Certo bruciare le macchine, usare la violenza non è roba per donne. Tanto più se recluse in casa, come sono soprattutto nella banlieue. Per le strade della Courneuve non ne abbiamo visto nemmeno una, ma nel dibattito sulla laicità all'«Africa» c'erano più donne che uomini, anche quelle della «Cité dei 4.000», e nessuna di loro portava il velo.

Complicità dei sindaci
Un segnale importante. Anche perché, come spiega Mimouna Hadjam, «è da vent'anni che le reti islamiste lavorano per imbavagliare le donne, a volte con la complicità dei sindaci, compresi quelli di sinistra, per riportare la pace sociale nelle loro città» (quasi tutti i quartieri sconvolti dagli avvenimenti di novembre sono amministrate dalla sinistra, anche se non sono più le roccaforti del partito comunista).
Non si tratta certamente di un atteggiamento nuovo della sinistra, «ci sono sostenitori del comunitarismo (che contrappone il riconoscimento dei diritti universali a quelli basati sull'appartenenza a una comunità culturale - o religiosa - specifica, ndr) anche tra i comunisti», sottolinea con rammarico la portavoce dell'Associazione Africa (già militante del Pags, il partito comunista algerino). E ricorda come già negli anni ottanta, ai tempi delle dure lotte sindacali, soprattutto nelle grandi fabbriche automobistiche, sindacalisti e padroni si erano ritrovati d'accordo nel concedere ai mussulmani spazi di preghiera all'interno dei luoghi di lavoro. «Così abbiamo cominciato ad essere identificati come mussulmani, racconta Mimouna, e subito dopo sono comparsi alla Courneuve i primi casi di poligamia, è stato imposto il velo alle donne e gli uomini hanno cominciato ad indossare il kamis. Ma in quegli anni le donne tendevano a dare la priorità alla lotta di classe rimandando a una fase successiva quella per i loro diritti. Io penso che non ci debba essere una graduatoria nelle lotte: ma se dovesse esserci una priorità, per me sarebbe quella femminista».
Dunque laicità come garanzia dei diritti delle donne, almeno nei principi. «Per me la laicità resta un obiettivo, la Francia non è uno stato laico, si tratta piuttosto di una società laicizzata», sostiene Mimouna, anche perché le violazioni alla laicità sono molte. Da una parte c'è l'eccezione dell'Alsazia-Moselle, dove lo stato nomina l'arcivescovo di Strasburgo, e dall'altra, in base agli accordi bilaterali, la Francia pratica una discriminazione nei confronti delle donne continuando a riconoscere gli statuti di famiglia di Algeria, Marocco e Mali, che tra l'altro prevedono il ripudio della moglie. In questo caso più che di violazione della laicità si tratta di residui coloniali, o entrambi.
Comunque «il contropotere islamista opera nei quartieri popolari», sostiene Mimouna. E gli islamisti cercheranno anche di cavalcare la rivolta di novembre, che pure è sfuggita loro completamente di mano. A partire dai media: da quando sono scesi in campo gli islamisti le partecipazioni a trasmissioni televisive di Mimouna sono state cancellate e sostituite da quelle di Tariq Ramadan e «fratelli». Del resto a voler «islamizzare» la rivolta sono stati la destra e il ministro degli interni Sarkozy, che ha chiamato in causa gli imam, i quali non si sono lasciati sfuggire l'opportunità e hanno emesso una fatwa (una sentenza coranica) per invitare i rivoltosi alla calma. Naturalmente la fatwa non ha avuto nessun effetto: ma ha dato agli islamisti il ruolo di interlocutori delle banlieues.
Giuliana Sgrena

Giuliana Sgrena

Giuliana Sgrena, inviata de ‟il manifesto”, negli ultimi anni ha seguito l'evolversi di sanguinosi conflitti, in particolare in Somalia, Palestina, Afghanistan, oltre alla drammatica situazione in Algeria. Negli ultimi due anni ha raccontato la guerra e l'occupazione in Iraq. Nei suoi servizi cerca di indagare la realtà che sta dietro lo scontro armato, la vita quotidiana delle principali vittime delle guerre moderne: donne e bambini. Ha dedicato particolare attenzione all'islamismo e al suo effetto sulla condizione delle donne. Attualmente collabora, tra l'altro, con RaiNews24, con il settimanale tedesco ‟Die Zeit”, con la radio della Svizzera italiana e con riviste di politica internazionale. Libri pubblicati: La schiavitù del velo, voci di donne contro l'integralismo islamico (manifestolibri 1995); Kahina contro i califfi, islamismo e democrazia in Algeria (Datanews 1997); Alla scuola dei taleban (manifestolibri 2002); Il fronte Iraq, diario da una guerra permanente (manifestolibri 2004).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>