Uno dei suoi inni patriottici la definisce ‟the land of hope and glory”, la terra della speranza e della gloria; un altro, ‟Rule, Britannia”, la esorta a governare il mondo, cosa che faceva, quando aveva un Impero. Shakespeare, nel Riccardo II, la chiama ‟meraviglioso trono di re, isola scettrata, seggio di Marte, secondo Eden, pietra preziosa incastonata nel mare d´argento che la protegge come una muraglia o una fossa scavata a difesa d´un castello”. Un tempo, per evocarla, bastava dire ‟fumo di Londra”, oppure ‟God save the Queen”; da un decennio, sulle ali del Blairismo, è invece diventata ‟Cool Britannia”, la Britannia sfavillante, trendy, alla moda. Non bastano rime o slogan, tuttavia, a identificare un paese: occorrono pure simboli concreti. Forse convinto che sia ora di riconfermare i vecchi e stabilirne di nuovi, il governo britannico ha chiesto a una commissione di esperti (accademici, artisti, intellettuali) di stilarne un elenco. Il risultato è ‟Icons” (Icone), lista di dodici super-simboli nazionali, che l´opinione pubblica potrà allungare o correggere inviando i suoi suggerimenti su un sito del ministero della Cultura. Il cui responsabile, David Lammy, spiega: ‟Aiutateci a definire la nostra identità nazionale”. Magari l´obiettivo era anche quello di promuovere il turismo; ma intanto sui giornali fioccano le polemiche.
L´elenco, infatti, non mette tutti d´accordo. Ci sono, è vero, due o tre simboli che era lecito aspettarsi: l´immancabile ‟cup of tea”, la tazzina della bevanda nazionale (sebbene le statistiche dicano che è in declino, superata dal caffè); il ‟RouteMaster”, Padrone della Strada, l´autobus rosso a due piani col muso rientrante (sebbene sia appena andato in pensione dopo mezzo secolo di servizio, rimpiazzato da un bus sempre rosso, sempre a due piani, ma più comodo e high-tech); e le misteriose pietre di Stonehenge, reliquia dell´era primitiva (sebbene disposta in perfetto cerchio da mani più moderne, sostiene qualcuno). Alcuni simboli, però, appaiono meno convincenti: come la nave di immigrati sbarcata in Gran Bretagna dai Caraibi nel 1948, ‟come Angel of the North”, un enorme monumento d´arte moderna alle porte di Tyneside, come la trasmissione di marionette televisive ‟Punch and Judy”, come la prima traduzione della Bibbia al tempo di re Giacomo. E anche se altri simboli ricevono maggior plauso dai media, il mitico aereo Spitfire, il romanzo ‟Alice nel paese delle meraviglie”, il ritratto di Enrico VIII, la FA Cup di calcio e la canzone patriottica ‟Jerusalem”, le assenze di simboli altrettanto o più potenti fanno discutere i commentatori. Come possono mancare, dicono, il Big Ben e il panciuto taxi nero, il pub e la pinta di birra lager, il fish and chips, Churchill e i Beatles, Shakespeare e Dickens, l´elmetto del ‟bobby”, la bombetta e l´ombrello, e - già che ci siamo - la pioggia e Wimbledon? Ma il vero scopo dell´iniziativa era aprire il dialogo. E quello di sicuro è stato raggiunto.
Enrico Franceschini

Enrico Franceschini

Enrico Franceschini (Bologna, 1956), giornalista e scrittore, è da più di trent'anni corrispondente dall’estero per “la Repubblica”, per cui ha ricoperto le sedi di New York, Washington, Mosca, Gerusalemme e attualmente Londra. Nel 1994 ha ricevuto il Premio Europa per le sue corrispondenze sul golpe di Mosca. Per Feltrinelli ha pubblicato La donna della Piazza Rossa (1994), Russia. Istruzioni per l’uso (1998), Fuori stagione (2006), Avevo vent’anni. Storia di un collettivo studentesco. 1977-2007 (2007), Voglio l’America (2009), L’uomo della Città Vecchia (2013) e Scoop (2017).

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