‟Vi darò il Ponte!”. E lui applaudiva. ‟Spazzerò via le baracche!”. E lui applaudiva. ‟Manderò dei giocatori del Milan per farvi restare in A!”. E lui applaudiva. Non lo tenevi, il giorno in cui Berlusconi promise a Messina di tutto e di più: ‟Sono sempre stato innamorato del Cavaliere. Lo sono ancora: innamoratissimo”. Ma la politica è politica. E così Pippo Capurro, l’azzurro più votato alle comunali del mese scorso, è passato alla Margherita. Rivendicando il ruolo eccentrico di berlusconian-prodiano. Lo dicevano, i conoscitori della politica messinese, che sarebbe finita così. Che la fotografia del Consiglio municipale uscita dalla più incredibile e sfacciata campagna elettorale che mai si sia vista in questo Paese, con una scheda larga 97,5 centimetri e alta 48,3 che conteneva il nome di 1.755 candidati schierati da 41 liste per mobilitare mogli e fratelli e cugini così da rastrellare tutti i voti di amicizia, parentela e clientela, non sarebbe rimasta la stessa. Che il sindaco ulivista Francantonio Genovese, vincitore nel ballottaggio nonostante i partiti del centrodestra avessero raccolto al primo turno il 56%, non sarebbe rimasto a lungo nella condizione di minoranza in cui lo aveva costretto una legge cervellotica usata solo nell’isola. Così è stato. E dopo la clamorosa vittoria del candidato dell’Unione, dentro la Casa delle Libertà grondante di consiglieri (26 su 45, o addirittura 28 contando i due eletti con Raffaele Lombardo che sia a Catania sia in Regione sta a destra) ma politicamente battuta nella sua roccaforte, sono cominciate le dichiarazioni di ‟spirito di servizio”. E prima lo stesso leader degli autonomisti, poi il potente sottosegretario casiniano Gianpiero D’Alia, poi altri esponenti del Polo hanno cominciato a dire che per il bene della città, in nome della governabilità, per spirito di servizio... Certo, non sono ancora arrivate le pubbliche ed esplicite dichiarazioni di rottura. Ma molti in città danno per fatto, a torto o a ragione, non solo l’appoggio a Genovese dei lombardiani ma anche del repubblicano Alessandro La Cava (che si è già sganciato dalla destra) e del neo-democristiano Ignazio Romano, che potrebbe essere l’apripista del trasloco dell’Udc. Udc che proprio in questi giorni ha aperto di fatto la crisi in Provincia, presieduta dal cripto-forzista Salvatore Leonardi, ritirando i suoi assessori e chiedendo l’azzeramento della giunta. Risultato: da 17 consiglieri il nuovo sindaco potrebbe salire presto a 21. Più, appunto, il berlusconian-prodiano Pippo Capurro. Figlio di baraccati, cresciuto in uno dei ‟villaggi” (così si chiamano i quartieri) della periferia più disagiata, operaio e poi sindacalista e infine politico, Pippo era stato undici anni fa tra i fondatori di Forza Italia nella città peloritana. Dotato di un forte bagaglio personale di voti raccolti soprattutto nelle zone popolari, era stato rieletto nel Consiglio comunale alla fine di novembre con oltre un migliaio di voti: il più votato di tutti gli azzurri. L’unico a reggere l’urto di un’onda negativa che, irridendo le mirabolanti promesse berlusconiane, aveva dimezzato Forza Italia. Decimata dai 15 consiglieri di alcuni anni fa a sei. Anzi: cinque. Angelino Alfano, il pupillo del Cavaliere mandato come commissario a Messina per capire il perché del disastro, raccogliere i cocci e rilanciare il partito scosso non solo dalla batosta ma dalle polemiche intestine come l’atto di accusa lanciato contro la gestione del partito dal deputato Francesco Stagno D’Alcontres, cugino di Antonio Martino, non è stato avvisato neanche da una telefonata: ‟Venerdì sera avevamo fatto una riunione, ci eravamo confrontati, avevamo discusso su come impostare la nostra opposizione. C’era anche lui, Pippo. E non ci aveva detto niente. Si sa com’è, quando si perde. È duro il pane dell’opposizione. È fisiologico perdere qualcuno come quello”. Lui, il transfuga, fa spallucce: ‟Qui stanno trattando tutti. Si offrono tutti. A partire dai democristiani dell’Udc. Perfino quelli di An lanciano segnali di dialogo. Andiamo verso un inciucio. Una cosa vergognosa”. E per protesta volta la gabbana per primo? ‟Logico. Cosa dovevo fare: star lì ad aspettare di essere tagliato fuori?”. Per non dire del versante spintarelle: ‟Qui a Messina noi portavamo i voti e i deputati si facevano gli affari loro. Non puoi spostare di sede un militare, far promuovere un poliziotto... Insomma: quelli che fanno politica come me hanno bisogno di punti di riferimento... Che gli dico, al mio elettorato?”. Gli dispiace solo, giura, di tradire Silvio: ‟Sono innamoratissimo di lui”. Se lo sognerà di notte, il furore del Cavaliere: tu, Pippo, coi catto-comunisti! Coi complici di Stalin! Con gli eredi del massacro dei Kulaki! Allarga le braccia: ‟Coi miei elettori non potevo fare diversamente”. Casomai, confida, risarcirà il capo alle Politiche: ‟Se voterò per lui? Spero di sì”. E ai rutelliani non fa un po’schifo, come nuovo amico? ‟Ma no, mi han fatto una festa...”
Gian Antonio Stella

Gian Antonio Stella

Gian Antonio Stella è inviato ed editorialista del “Corriere della Sera”. Tra i suoi libri Schei, L’Orda, Negri, froci, giudei & co. e i romanzi Il Maestro magro, La bambina, il pugile e il canguro, I misteri di via dell’Amorino. Insieme a Sergio Rizzo ha scritto, per Rizzoli, La Casta, La Deriva, Vandali e Licenziare i  padreterni. Con Feltrinelli ha pubblicato Tribù s.p.a. Foto di gruppo con Cavaliere bis (2005), Bolli, sempre bolli, fortissamente bolli (2014) e Se muore il Sud (con Sergio Rizzo, 2013; Premio Benedetto Croce 2014).

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