‟Se potessi parlare con lui adesso, sono sicuro che Arik mi direbbe: ‘Grazie per gli auguri. Ma ora lavorate per risolvere i problemi del Paese’, ha parlato così, ieri, Ehud Olmert aprendo la prima riunione di gabinetto da quando, mercoledì sera, Sharon giace incosciente all’ospedale Hadassah di Gerusalemme. Un incontro di basso profilo. Olmert, il premier ad interim, è preoccupato di trasmettere un senso di tranquillizzante continuità al pubblico israeliano. E allo stesso tempo non vuole apparire come colui che cerca di approfittare dello stato di salute di Sharon per prendere il suo posto. Dunque si è trattato di affari di normale amministrazione, rinviando al prossimo futuro le questioni più importanti. Per esempio, la decisione se permettere o meno agli abitanti arabi di Gerusalemme Est di partecipare alle elezioni politiche palestinesi previste per il 25 gennaio. Presto dovrà comunque prendere decisioni importanti. ‟Porgiamo a Ehud Olmert la nostra mano e gli chiediamo di considerare l’ipotesi di tornare al tavolo dei negoziati”, ha invocato il capo dei negoziatori palestinesi, Saeb Erekat attraverso i microfoni della Cnn. Ma, se nel gabinetto l’attenzione resta formalmente concentrata sul paziente più importante di Israele intubato nel suo letto di ospedale, nei corridoi della politica la tensione è alle stelle. In gioco resta soprattutto il futuro del partito di centro Kadima. Sharon l’aveva creato due mesi fa raccogliendo il fior fiore dei laburisti a sinistra e del Likud tra i ranghi della destra. E adesso per Olmert, suo vice e depositario di quelle scelte, si presenta il compito difficilissimo di tenerlo assieme. Negli ultimi tre giorni il personaggio più contestato è stato però l’82enne ex-dirigente laburista Shimon Peres. Resterà o no nel partito? Un suo incontro venerdì con Olmert era terminato con un nulla di fatto. Anzi, a differenza della quasi totalità dei nuovi dirigenti del Kadima, Peres si era rifiutato di confermare la sua fedeltà a Olmert quale leader del partito. Intanto il nuovo leader laburista, Amir Peretz, invitava apertamente Peres e un altro esponente laburista come Ehud Barak a ‟tornare a casa” e lasciare il Kadima. Con il finire dello shabbat, il giorno di riposo ebraico, erano cresciute le critiche. ‟Peres si dimostra il solito politicante pronto a approfittare dello stato di salute del premier per guadagnare in termini di potere personale”, sussurravano impietosi alcuni ministri del Kadima citati largamente ieri dai media locali. ‟Una figura meschina. Peres non perde mai l’occasione per squalificarsi. Nulla a che vedere con altri ministri entrati di recente nel Kadima. Per esempio il ministro alla Giustizia, Zippy Livni, che si è comportata in modo dignitoso. Ha subito confermato la sua fedeltà a Olmert e posto gli interessi del partito al di sopra delle ambizioni personali”, ci dice tra gli altri David Landau, direttore del quotidiano Haaretz. A conti fatti, Peres rappresenta al momento circa 8 deputati, quasi tutti vecchi laburisti, ma soprattutto è in grado di raccogliere larghi consensi tra il milione di russi immigrati negli ultimi 15 anni. Ma ieri mattina l’ondata di critiche si è fatta troppo acuta. E Peres ha rotto il silenzio. ‟La decisione di porre Olmert alla guida del Kadima è stata saggia. E io la sostengo appieno”, ha dichiarato alla radio militare e poi a diverse televisioni straniere. Ieri sera sul secondo canale della televisione israeliana appariva più come un imputato davanti alla corte che non un esponente del partito dato per vincente. ‟Non sto negoziando alcun ritorno tra i laburisti e non chiedo affatto di diventare leader né al posto di Olmert né di Peretz”, ha ripetuto, quasi avesse le spalle al muro. Lui comunque insiste che la sua fedeltà non è per Kadima, ma per Sharon, con la speranza che il ritiro unilaterale iniziato dalla striscia di Gaza quest’estate prosegua presto in Cisgiordania. E dice ai giornalisti: ‟Resto fedele alla parola data ad Ariel. Mi dovete chiedere se sostengo Olmert, non se resto in Kadima senza Sharon”.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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