Tempo di elezioni per i palestinesi. E immancabile torna il problema di sempre: di chi è Gerusalemme? Perché, come già emerso al tempo delle politiche nel gennaio 1996 e alle presidenziali un anno fa, la questione chiave di ogni negoziato di pace resta la stessa. I palestinesi vogliono il pieno diritto di votare per ribadire che la città (almeno nei quartieri che erano giordani sino alla guerra del 1967) resta la loro capitale irrinunciabile. Gli israeliani fanno invece del loro meglio per limitare quel diritto e dimostrare così che Gerusalemme ‟unita” è ormai la legittima capitale dello Stato ebraico. E la soluzione oggi non può che ricalcare il compromesso elaborato, dopo infiniti negoziati, per le due volte precedenti. Così, l’altra sera l’attuale ministro della Difesa israeliano, Shaul Mofaz, ha infine annunciato che alle elezioni politiche previste per il 25 gennaio prossimo i palestinesi residenti nelle parti di Gerusalemme est annesse da Israele dopo la Guerra dei Sei Giorni (e comprese nel muro fatto erigere da Ariel Sharon negli ultimi due anni) potranno votare negli uffici postali. Una scelta che pone il presidente palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) con le spalle al muro. Non potrà più prendere a pretesto il divieto israeliano su Gerusalemme per rinviare le elezioni. Come invece chiedono a gran voce i militanti del suo partito, il Fatah (la corrente maggioritaria dell’Olp), spaventati dalla possibilità molto concreta che il movimento islamico Hamas possa fare la parte del leone. Ma ora c’è una difficoltà in più. Il ricovero di Sharon in ospedale e il passaggio dei poteri al suo vice e nuovo leader del partito di centro Kadima, Ehud Olmert, crea un grave vuoto di potere ai vertici della politica israeliana. Gerusalemme non è esattamente uno di quei nodi che Olmert avrebbe voluto sciogliere in questo primo periodo di rodaggio. Ma non ha scelta. Le elezioni incombono. Ieri mattina ancora Mofaz, che milita con lui in Kadima, si è scontrato con il ministro degli Esteri, Silvan Shalom, il quale invece è rimasto nel Likud e vorrebbe impedire il voto. Il suo ragionamento è diventato il cavallo di battaglia della destra sionista: è inammissibile permettere agli esponenti di Hamas, che sostengono i kamikaze e la distruzione di Israele, di fare campagna elettorale nella capitale. In serata Olmert ha spiegato per telefono al segretario di Stato Usa, Condoleezza Rice, il suo piano che presenterà domenica alla prossima riunione del gabinetto: i palestinesi voteranno, ma i candidati di Hamas non potranno presentarsi. ‟Deve essere chiaro che i terroristi non hanno spazio a Gerusalemme”, ha detto Olmert. ‟Stiamo parlando di gravi restrizioni per la democrazia - spiega Abu Tareq, responsabile della commissione elettorale per la città -. Nelle due tornate precedenti, sui circa 110.000 palestinesi con il diritto al voto nei quartieri annessi da Israele, solo 1.250 andarono a votare negli uffici postali. Qualcuno si recò nei quartieri arabi esterni alla municipalità israeliana, ma tantissimi se ne restarono a casa per paura di essere schedati e che venisse loro negato il diritto di lavorare nelle zone ebraiche. Ora gli israeliani - continua Tareq - stanno già cercando di limitare al massimo le campagne elettorali del centinaio di candidati per la circoscrizione di Gerusalemme. Quelli di Hamas risiedono tutti in Cisgiordania per evitare di essere arrestati e comunque hanno chiamato la loro lista "Riforma e Cambiamento", senza neppure pubblicare il logo di Hamas per non avere problemi”. Dani Rubinstein, uno dei più profondi conoscitori israeliani dell’universo palestinese, resta scettico: ‟Penso che all’ultimo minuto le elezioni salteranno. Sono in troppi a temere la vittoria di Hamas, con Fatah, Egitto e Giordania in testa”.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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