Rivendica la ‟piena legittimità dei kamikaze e della lotta armata”, però aggiunge che non sarà Hamas a rompere per prima la tregua degli ultimi mesi. Annuncia che se lui dovesse essere il prossimo primo ministro palestinese si rifiuterà ‟categoricamente” di negoziare direttamente con Israele. Ma subito dopo dice che si potrebbe fare tramite ‟intermediari”, come Europa, Paesi arabi, Stati Uniti e persino con ‟un collaborazionista del rango di Mahmoud Abbas” (o Abu Mazen, l’attuale presidente palestinese). Afferma che i suoi partner principali sono nel mondo arabo, anche se poi ammette che i loro regimi ‟non sono amici”, tanto che si sono adoperati per cercare di rinviare le elezioni politiche in Cisgiordania e Gaza per evitare una vittoria del fronte islamico. C’è solo una definizione calzante per riassumere il messaggio di Mahmoud Zahar in questa ora di intervista raccolta nella sua abitazione nel cuore di Gaza: ambiguità. Un’avvolgente, fumosa, volutamente contraddittoria ambiguità. Zahar, considerato uno dei massimi leader politici del movimento che nella sua piattaforma del 1988 predica la distruzione dello Stato ebraico in nome dell’Islam e dal 1994 ha metodicamente adottato la strategia degli attentati suicidi, non fa nulla per nasconderla. Oggi lui è tra i fautori della tregua con Israele. Qui tutti sanno che al momento solo Hamas ha la forza e il numero di uomini armati per fermare il caos a Gaza. Ma non è neppure un mistero che i suoi gruppi militari stiano acquistando nuovi missili e proiettili anticarro, pronti ad agire dopo le elezioni del 25 gennaio. Un bel problema per il neo-premier israeliano Ehud Olmert. Per il momento ripete la parola d’ordine di Ariel Sharon: con Hamas non si tratta. Ma come agire nel caso in cui i fondamentalisti islamici ottenessero un forte risultato elettorale? E Zahar non lo aiuta davvero, anche se a detta dei maggiori commentatori palestinesi la sua ambiguità nasconde una nuova moderazione.

Cosa farà Hamas se vincesse le elezioni, sarebbe pronta a negoziare con Israele?
Assolutamente no. Se io fossi il prossimo primo ministro indirizzerei tutti i miei sforzi per avere contatti diretti con i Paesi arabi, primi tra tutti Egitto e Giordania. Specie dal punto di vista economico per noi sarebbe molto più conveniente. Oggi per esempio Israele ci vende la benzina a 6 sheqel al litro. Gli egiziani chiedono solo uno sheqel. Anche la nostra dipendenza dal sistema idrico ed elettrico israeliano non ha senso.

Ma lei si rende conto che non potete evitare di parlare con gli israeliani? Dopo il ritiro da Gaza quest’estate ora si dovrà trattare del futuro della Cisgiordania.
Israele si è ritirato da Gaza grazie alla nostra resistenza armata. Per loro è stata una sconfitta. Ora dobbiamo continuare la lotta in Cisgiordania e a Gerusalemme. In genere la guerra è come la semina e il raccolto rappresenta il momento del dialogo politico. Ma Israele resta il nostro frutto avvelenato. Hanno tradito Arafat e ora stanno eliminando Abu Mazen. Chi parla con loro è destinato alla sconfitta. Ma lo potremmo fare via intermediari: in Europa, nel mondo arabo, tramite gli americani. Lo stesso Abu Mazen potrebbe occuparsene.

Pensate di riprendere la lotta armata e i kamikaze?
È una domanda sbagliata. Quella giusta sarebbe: se gli israeliani vi attaccano, cosa farete? Noi risponderemo, come abbiamo sempre fatto contro gli assassini mirati, la repressione, gli arresti della nostra gente.

Nel 1996 Hamas non partecipò alle elezioni politiche perché era contro gli accordi di Oslo. Ora li riconoscete?
No, semplicemente gli accordi di Oslo sono morti e sepolti. Siamo in una fase diversa e noi entriamo nel processo elettorale proprio per demolire quel poco che resta di Oslo.

Come vede la fine politica di Sharon?
Lui è fuori gioco. Noi palestinesi invece siamo vivi e vegeti. Comunque, non vedo alcuna differenza tra destra e sinistra sionista. Una fa con la violenza ciò che l’altra fa con un mezzo sorriso: ovvero rubare la nostra terra, impedirci di avere uno Stato indipendente. E il nostro dovere è fare ciò che fecero i partigiani europei contro i nazisti: resistere a ogni costo.

Hamas vorrebbe arruolare i suoi gruppi armati nella polizia palestinese?
No, è vero il contrario. La polizia palestinese, che sino ad ora ha abdicato al suo ruolo nella lotta contro gli invasori, deve unirsi ai nostri uomini e riprendere a combattere gli israeliani. Solo con le armi possiamo prenderci ciò che non otteniamo con il negoziato.

Gaza è scivolata nel caos. C’è il rischio di guerra civile tra voi e le milizie armate del Fatah?
Il problema è che Fatah ha paura di perdere le elezioni. Sono divisi tra di loro. La gente non ne può più della loro corruzione. Si uniscono solo per cercare di evitare che si vada alle urne. Ma la popolazione è con noi. E il 25 gennaio farà quadrato con Hamas attorno ai seggi elettorali. Non ci saranno brogli. Noi garantiremo che lo scrutinio non venga interrotto.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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