‟Mi hanno politicamente stuprata”. Non poteva scegliere parole più ustionanti, Eva Catizone, per marcare la sua cacciata. Decisa tra veleni e coltellate proprio da quella sinistra che tre anni fa aveva salutato la sua elezione a sindaco di Cosenza come un evento storico. E fu davvero una svolta culturale, la scelta dei cosentini. Scelsero di affidarsi a quella bionda docente di letteratura francese che era stata per alcuni anni la principale collaboratrice di Giacomo Mancini. Una donna! Lì, in Calabria! Dove un antico adagio dice che ‟d’u mari nasci u sali, d’a fimmina lu mali”. Eppure sarebbe stato tutto destinato a passare in secondo piano davanti al clamore della puntata successiva: l’annuncio pubblico di una clamorosa maternità. Clamorosa non solo perché la Calabria non è (ancora) il Cile di Michelle Bachelet e troppa gente storse il naso davanti alla scelta personale di quella prima cittadina single che si rifiutava di dire chi fosse il padre del figlio che aspettava. Ma più ancora perché un paio di giorni dopo l’uomo, sposato e padre di due figli, era venuto allo scoperto con una sofferta intervista: era il segretario regionale diessino Nicola Adamo. Destinato automaticamente, per quella incredibile accoppiata di nomi e cognomi, a finire sulle prime pagine di tutti i giornali d’Italia: Adamo ed Eva! I rapporti si deteriorarono in fretta. Lei da una parte, lui dall’altra. Cose che capitano. Ma aggravate dalla condanna dell’una e dell’altro a non poter rompere di netto. Tanto più dopo che lui era stato eletto alla vicepresidenza della Regione. Come potevano restare alla larga l’una dall’altro il sindaco di sinistra di una grande città e il vicegovernatore calabrese responsabile dei Ds? Fatto sta che un po’ alla volta, via via che s’arrugginiva il rapporto umano, si era arrugginito quello politico. In una crescente e inarrestabile rissa intestina, tutta dentro la sinistra, fino alla rottura di ieri. Una rottura che, quasi che il destino non potesse fare diversamente dopo una storia così violenta di passione e di odio, è stata bagnata da lacrime di disperazione. Quelle di chi voleva bene ad Antonino Catera, cronista politico del ‟Quotidiano di Calabria”, ucciso da un infarto mentre era lì, in servizio, per seguire la resa dei conti. E rimasto lì, morto, sulle scale, per due interminabili ore di adempimenti burocratici mentre i protagonisti del duello si chiedevano cosa fare. Finché nel pomeriggio, come risposta alla dimissioni date da Eva Catizone per prendere in contropiede chi era venuto lì a buttarla giù con la mozione di sfiducia e guadagnare i venti giorni di limbo previsti dalla legge, la stragrande maggioranza dei consiglieri di sinistra più una parte di quelli di destra, hanno rotto gli indugi. E si sono presentati in segreteria con 32 dimissioni in mano. Pari all’80 per cento del consiglio municipale. Diciamolo: era ora. Comunque la si guardi. Era ora per Cosenza, che dopo gli anni manciniani nei quali secondo gli stessi avversari politici si era assistito a numerosi segnali di riscatto della città, era diventata ingovernabile e asfissiata da una guerra che le toglieva l’aria, al punto che l’altro ieri i segretari provinciali della Quercia e della Margherita avevano invitato il prefetto a mandare gli agenti a vigilare sul ‟corretto confronto democratico” nel consiglio comunale convocato per ieri. Era ora per i cittadini, che stando a sondaggio pubblicato domenica dal ‟Quotidiano della Calabria” (contestato dal sindaco dimissionario) avevano ridotto all’11% la loro fiducia nel primo cittadino, individuato a torto o a ragione come simbolo di una situazione di stallo e rissa fratricida. Era ora per la sinistra, che in una manciata di anni, per errori che sarebbe indecente attribuire solo ad Adamo ed Eva, ha bruciato il suo patrimonio di credibilità e di fiducia fino a spingere la ‟Gazzetta del Sud” a salutare la caduta della giunta come ‟la fine ingloriosa” di un ‟ceto politico tanto modesto quanto vanesio”. Ed era ora per la stessa Catizone, che giura d’avere governato bene e di essere stata fatta fuori ‟per motivi di potere e di poltrone” ma certo non poteva più vivere in ostaggio del tentativo di non darla vinta agli avversari. Ormai era un incubo, la testarda decisione del sindaco di resistere, resistere, resistere. E lo dicono proprio gli stracci che volano nella sinistra. Lei, gonfia di dolore e di rabbia, accusa: ‟Mi sono sentita stuprata. Politicamente stuprata. Guardi la fine: non si sono fermati neanche per qualche ora, davanti al corpo di quel cronista morto. Una vergogna. Se ha pesato Adamo? Non ne voglio parlare. È una storia di miserie umane. Pago l’aver tentato di fare una politica diversa. E l’essermi avvicinata a Prodi”. Falso, le rispondono gli avversari come il coordinatore regionale dei Ds Carlo Guccione: ‟Adamo non c’entra nulla. Le pare che 32 consiglieri su 40 (32!) vanno a dimettersi per liberare Adamo da Eva? Assurdo. Adamo aveva tutto l’interesse a starsene acquattato. La situazione era insostenibile, ecco la verità. Per un mucchio di errori fatti anche da lei. Che all’inizio aveva lasciato fuori dalla giunta noi, il primo partito della città. E poi aveva buttato fuori i manciniani”. ‟Finalmente liberi!”, tuona Giacomo Mancini jr salutando la sconfitta della pupilla del nonno, ‟Eva ci ha traditi. Per carità, lei pure è stata una vittima. Di chi l’aveva spinta a far fuori noi socialisti per imbarcare la Margherita. Ma dopo la nostra cacciata ha dovuto mettersi a caccia di voti. E per farlo ha accettato compromessi inaccettabili e assunto mogli, parenti, amanti...”. ‟Giacomo sbaglia. Hanno lavorato per l’amministrazione anche parenti suoi. Vedremo in Regione, chi otterrà cosa in cambio della mia testa...”. Il senatore azzurro Tonino Gentile assiste alla rissa stando alla finestra: ‟Mica abbiamo capito perché la cacciano. Visto quello che c’è in giro, non aveva manco governato male. È stata vittima di un intruglio sentimental-politico. Se la vedono loro. Sa perché noi non ci siamo aggregati alle dimissioni di massa? Volevamo parlarne in consiglio, di ciò che è accaduto. Ma loro no, loro proprio non ne volevano parlare”.
Gian Antonio Stella

Gian Antonio Stella

Gian Antonio Stella è inviato ed editorialista del “Corriere della Sera”. Tra i suoi libri Schei, L’Orda, Negri, froci, giudei & co. e i romanzi Il Maestro magro, La bambina, il pugile e il canguro, I misteri di via dell’Amorino. Insieme a Sergio Rizzo ha scritto, per Rizzoli, La Casta, La Deriva, Vandali e Licenziare i  padreterni. Con Feltrinelli ha pubblicato Tribù s.p.a. Foto di gruppo con Cavaliere bis (2005), Bolli, sempre bolli, fortissamente bolli (2014) e Se muore il Sud (con Sergio Rizzo, 2013; Premio Benedetto Croce 2014).

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