Eccola qui la prossima sfida per Ehud Olmert. Un gruppetto di rabbini estremisti e i loro seguaci: sono solo 500 persone, per lo più teenager che giocano a fare gli oltranzisti in nome di ‟due millenni di antisemitismo e in difesa delle tombe dei patriarchi”. Ma che la stampa israeliana non esita a definire ‟hooligans, criminali, provocatori, razzisti” e persino ‟una minaccia e un danno per la nostra immagine internazionale e nei rapporti con il mondo arabo”. Ieri decine di loro - i ragazzini con la kippà e un velo di barba, le loro compagne con i foulard in testa e le gonne lunghe - erano tornati a scontrarsi con il migliaio di poliziotti mandati in fretta e furia dal governo a presidiare il centro storico di Hebron. Una vera patata bollente per il neo-premier, attento a non trasgredire le indicazioni di massima fornite da Ariel Sharon prima dell’emorragia celebrale, che dal 4 gennaio l’ha escluso dalla scena politica. E anche bisognoso di lanciare un segnale forte in vista delle elezioni del 28 marzo: attenzione, il governo deve governare e il nuovo partito Kadima saprà farlo anche senza Sharon. Già a metà dicembre il quotidiano Maariv aveva rivelato l’intenzione dell’anziano premier di applicare lo stile del ritiro unilaterale adottato nella striscia di Gaza 5 mesi fa anche a parte della Cisgiordania. Il passaggio dalle parole ai fatti avrebbe dovuto avvenire dopo il voto. Ma adesso sono i gruppi più estremisti tra i circa 230.000 coloni ebrei della Cisgiordania a fare precipitare la situazione. Negli ultimi mesi hanno ripreso la strategia degli insediamenti-blitz: pochi caravan impiantati in una notte senza alcun permesso e in barba ai divieti militari. Nel nord della Cisgiordania, tra Neblus, Tubas e Jenin, in circa un anno hanno tagliato quasi 2.000 ulivi dei contadini palestinesi per il puro gusto della provocazione. Ma è a Hebron che si gioca il braccio di ferro più importante. Da qualche anno otto famiglie si sono trincerate nel cuore della vecchia casbah palestinese e vorrebbero espandersi ancor più verso i quartieri arabi. Dicono di essere nel giusto, di essersi ripresi le abitazioni della sessantina di ebrei uccisi nel pogrom del 1929. Poche decine di persone paralizzano il cuore di una città abitata da circa 130.000 arabi. Due giorni fa è scaduto l’ultimatum voluto da Olmert: l’esercito ha un mese di tempo per sloggiare i coloni. E cresce lo spirito di resistenza. ‟Non lasceremo affatto che in Cisgiordania possa ripetersi lo smacco di Gaza. Qui resisteremo, combatteremo, ci opporremo, con ogni mezzo. Certo che noi leader della comunità ebraica locale continuiamo a imporre il divieto della guerra fratricida. Vale lo slogan di Gush Katif l’estate scorsa: un ebreo non può spargere sangue ebraico. Però qui c’è gente esasperata, spaventata. Tra di noi hanno trovato rifugio alcuni profughi tra i circa 8.000 coloni espulsi da Gaza. E minacciano di usare le armi. Qualcuno potrebbe chiudersi in casa con i figli e farsi saltare in aria all’arrivo dei nostri soldati”, avvisa David Wilder, portavoce della comunità. In verità la sfida ha significati molto più profondi. Perché Hebron sin dal primo gruppo di ebrei ortodossi che vi tornò per la prima volta in occasione della Pasqua del 1968 (dal pogrom del 1929 alla guerra del 1967 i sopravvissuti dell’antica comunità ebraica si erano trasferiti a Gerusalemme) è diventato il centro ideologico della destra sionista religiosa. Qui hanno occupato la zona dell’antica moschea-sinagoga dove secondo la tradizione si trovano le tombe dei Patriarchi (Abramo, Isacco, Giacobbe, Sara, Rebecca e Lea). Poco lontano, alla fine degli anni Settanta, è sorta la colonia di Kiriat Arba (5.000 abitanti). Nel febbraio 1994 uno dei medici impiegati nell’infermeria locale, Baruch Goldstein, imbracciò il mitra di ordinanza si recò all’alba nella Tomba dei Patriarchi è uccise a freddo una trentina di musulmani in preghiera. Uno shock gravissimo, che accese l’elemento di guerra religiosa tra ebrei e musulmani e contribuì al fenomeno degli attentati kamikaze. Allora l’ex premier laburista Yitzhak Rabin non ebbe la forza di fare evacuare gli ebrei di Hebron. Anzi: alcuni rabbini elaborarono la legittimazione ideologica per l’assassino di Rabin. Oggi Olmert dovrà sconfiggere anche le loro maledizioni.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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