C’è chi decide di andarsene e chi decide, nonostante tutto, di rimanere. Roberto De Simone è tra questi. I suoi 73 anni li ha vissuti tutti a Napoli, lavorando, immaginando, creando, cantando, studiando, insegnando, scrivendo, componendo, dirigendo. In città ha visto succedersi la destra, il centro e la sinistra, eppure dice: ‟A volte mi sembra che sia cambiato ben poco. Conservo ancora il programma del governo Lauro: scuole, case per tutti, lavoro per tutti, promesse che si sono sempre ripetute”. Per rendere al meglio ciò che è avvenuto nel dopoguerra ricorre a un vecchio film di Rosi, Le mani sulla città. ‟Diversi intellettuali decisero di andarsene, di sottrarsi ai malesseri di questa città... e costruirono un’intellighenzia fuori da Napoli, diventando punti di riferimento anche per noi, ma alla lunga non ci tornarono i conti con le loro analisi”. Anche loro vittime dei luoghi comuni? ‟La malavita, la camorra... Tutte cose che hanno subito una trasformazione radicale e che non corrispondono più all’idea che ne avevamo nel dopoguerra, quando per esempio la droga non c’era, quando c’erano attività artigianali ancora vive, una piccola economia del vicolo che è stata spazzata via, un’idea della famiglia che non c’è più. Oggi per i giovani è molto più difficile resistere alle tentazioni del guadagno immediato. Quelli che ancora danno garanzie sono molti nuclei familiari sani, con un vero rigore morale, non certo le strutture politiche”. Per questo, secondo De Simone, l’invito di Eduardo, fujitevenne (scappate), è stato raccolto da molti, a torto o a ragione. A volte per necessità: ‟Oggi i giovani sono spesso pendolari tra Sud e Nord: lasciano la famiglia, lavorano sottopagati e con orari impossibili dal lunedì al venerdì a Roma, a Bologna o a Firenze e tornano per il fine settimana. Quelli che rimangono qui arrangiandosi, senza avere la maniglia, cioè la raccomandazione di mammà e papà e senza cedere alle facili tentazioni meriterebbero una medaglia. Io ho conosciuto tanti ragazzi eccezionali, che si pigliano cura dei compagni drogati, che si preoccupano di non farli ricadere, gente che combatte la sua battaglia con una volontà fuori dal comune, ma anche con intelligenza”. Cioè? ‟Quando dirigevo il Conservatorio ho visto diplomati di altissimo livello, contrabbassisti richiesti a Salisburgo, pianisti e cantanti che sono riusciti a imporsi fuori, e chi rimaneva qui non trovava niente da fare. Ma ci sono anche gli architetti, gli ingegneri, gli insegnanti...”. L’‟esiliato in patria”, come si definì qualche anno fa De Simone, che ha denunciato l’esistenza di un’oleografia meridionale più pericolosa persino di quella laurina e degli spaghetti-pizza-mandolino, non si smentisce: ‟Ho deciso di fare resistenza qui, nella mia città”. La sua resistenza, si sa, è legata alle ricerche sulla tradizione popolare. ‟Ma per attualizzarla”, sottolinea: ‟È chiaro che la tradizione popolare si è estinta per lo più, il mondo contadino è finito e non è stato sostituito da una civiltà industriale. Spesso si propaganda un’immagine folcloristica che non ha niente a che fare con la tradizione e con i vecchi linguaggi. Però...”. Però? ‟I vecchi linguaggi rimangono, basterebbe andare a scovarli: magari sono mescolati con gli slang derivati dal contatto con il mondo americano, con il modello unico televisivo, con la musica leggera, però si conservano ancora nelle province e nelle periferie”. Si sa bene quanto De Simone abbia lavorato sul patrimonio culturale della tradizione producendo spettacoli memorabili come La cantata dei pastori e La Gatta Cenerentola, iniziative coraggiose come ‟La Nuova Compagnia di Canto Popolare”. ‟Io credo ancora che la salvezza del Sud venga dai suoi valori culturali. Prendiamo la Campania: è una delle poche regioni che possono testimoniare la propria storia a partire da più di duemila anni fa. Ecco, l’identità locale nei suoi rapporti con un’area affine più ampia, magari quella del Mediterraneo, non è mai stata valorizzata, ma è tutto quello che abbiamo e su cui bisogna puntare. Invece persiste un perbenismo borghese attento a non perdere i propri privilegi di classe, al di là del merito”. Nel perbenismo borghese De Simone mette anche quell’‟eduardismo” che ha dettato legge nel teatro: ‟Il teatro di Eduardo si esprimeva in un dialetto spurio, una specie di dialettese, un linguaggio molto realistico, quotidiano e piccolo borghese, che non ha niente a che fare con la dimensione rituale tipica della tradizione”. Vuol dire che la grande personalità di Eduardo ha imposto un modello viziato di napoletanità? ‟La vecchia messe di attori pre-Eduardo, che non recitavano con quel suo parlato naturalistico, è completamente sparita: pensi a cos’erano gli attori dell’Oro di Napoli di De Sica. Oggi esistono solo tanti Eduardi in miniatura e tante Pupelle Maggio. Nel ‘76 scrissi La Gatta Cenerentola per reagire a queste forme di naturalismo quotidiano: già allora Eduardo era un modello pericoloso”. Sono passati trent’anni. Qualcosa di diverso sarà pur emerso in questi anni. I nomi sono quelli, per esempio, di Ruggero Cappuccio e di Beppe Lanzetta. Che cosa opporre dunque al conformismo post-eduardiano? ‟Progetti, progetti, progetti. Il Meridione ha bisogno di progetti. Il mio invito è quello di studiare le nostre fonti espressive, la letteratura, il teatro, la pittura, la tradizione orale, senza stereotipi, inventare nuove formule, oppure utilizzare i vecchi modelli e le opere del passato per ricontestualizzarli nell’oggi. In fondo è quello che hanno fatto i grandi dei secoli scorsi: Basile, Di Giacomo, Viviani... sono fonti di ispirazione straordinarie per inventarsi un nuovo linguaggio teatrale, poetico, culturale. Sennò rimaniamo a Scarpetta e Eduardo, che è trasversale, va bene a tutti, piace alla destra, al centro e alla sinistra... ma non ci aiuta a guardare avanti”. Guardare avanti come? ‟Ecco come può salvarsi il Sud: resistendo, testimoniando il disagio di oggi, cercando di non dimenticare la complessità delle proprie radici, ma nello stesso tempo evitando di scambiare il conformismo per tradizione. Il passato in sé non serve a niente, rischia di essere il culto mortuario di una tradizione che nessuno più conosce. Bisogna sezionarlo, violentarlo, renderlo umoralmente vivo. Secondo me aveva ragione Stravinskij: per avere forza, la tradizione deve ripassare nel sangue vivo delle nostre vene e nella nostra carne. Ma il fatto è che bisogna avere sangue e carne, e il nostro Sud ce l’ha”.
Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano, nato ad Avola (Siracusa) nel 1956, giornalista e scrittore, già responsabile della pagina culturale del “Corriere della Sera”, dove attualmente è inviato speciale, ha lavorato anche per “la Repubblica” e per la casa editrice Einaudi come editor. Ha insegnato Cultura giornalistica alla facoltà di Lettere dell’Università Statale di Milano. Tra le sue opere ricordiamo: la raccolta di poesie Minuti contati (Scheiwiller, 1990), l’intervista con Giulio Einaudi, Tutti i nostri mercoledì (Casagrande, 2001), il romanzo Nel cuore che ti cerca (Rizzoli, 2008), La catastròfa (Sellerio, 2011, premio Volponi), sulla tragedia di Marcinelle; Giallo d'Avola (Sellerio, 2013), Ogni altra vita (il Saggiatore, 2015), I pesci devono nuotare (Rizzoli, 2016), La parrucchiera di Pizzuto (con il nome di Nino Motta, Bompiani, 2017), Respirano i muri (con il fotografo Massimo Siragusa, Contrasto 2018) e il romanzo per ragazzi Sekù non ha paura (Solferino, 2018). Con Feltrinelli ha pubblicato i romanzi Baci da non ripetere (1994, premio Comisso per la narrativa), Azzurro, troppo azzurro (1996), Tutti contenti (2003, premi super Flaiano, super Vittorini, Chianti, finalista premio Città di Bari), Aiutami tu (2005, premio Mondello 2006), e il reportage La famiglia in bilico (2001), oltre a l’introduzione a La mite (1997) di Dostoevskij per i “Classici”.

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