Per una volta Berlusconi ha detto il vero: sotto il suo impero l’Italia conoscerà finalmente i poliziotti di quartiere. Ne ha istituiti una sessantina di milioni, ieri mattina alla Camera, con una legge che introduce in Italia la licenza di uccidere per chiunque contro chiunque.
Da domani, per sparare in faccia a qualcuno sarà sufficiente che ci si senta minacciati. E se non t'hanno dato il porto d'armi, la leggina del centrodestra prevede che tu possa ripiegare sul coltello o su qualsiasi altro ‟mezzo idoneo”: pinze, motoseghe, randelli, attizzatoi, fionde... Una fantasiosa estensione del principio di legittima difesa che ci riporta dritti dritti nel basso medioevo.
Eppure a codesta legge di un solo articoletto, che la Lega si prepara a sventolare negli alpeggi elettorali di Pontida tra ampolle sacre e piadine, va comunque riconosciuto un merito: fa piazza pulita di ogni ipocrisia, di ogni pietismo sociologico mettendo finalmente sullo stesso piano la vita e la borsa, la pelle e i piccioli. Si può sparare su chi ti aggredisce ma anche su chi cerca di fregarti il portafogli, sui ladruncoli che s'infilano a casa tua, sui briganti di quindici anni che vanno all'assalto delle tabaccherie, sul topo d'auto che ti guarda con la faccia cattiva. Come accadeva nel far west, quando i ladri di cavalli non si rieducavano: s'impiccavano e basta. Surreale il commento dell'ingegner Castelli: ‟È un importante passo avanti per Abele”. Caino è avvertito.
È che se uno s'impegna, una buona ragione per mettere mano alla fondina si troverà sempre: difendere l'incasso, difendere la vita, difendere i cavalli, difendere la faccia... Qualche decina di anni fa accadde a Catania, nel vecchio San Cristoforo, che un giovane capomafia si prendesse a pistolettate con il boss d'una famigliola rivale. Per strada, sotto gli occhi del popolo: dicono le cronache che fu un bel duello. Uno ci rimase stecchito, l'altro finì in galera. Ma solo per poco: in Assise lo assolsero per legittima difesa. Spiegò l'avvocato, e gli credette la corte, che a quel duello l'imputato non si sarebbe potuto mai sottrarre, pena la sua onorabilità. E siccome da quelle parti l'onore vale quanto la vita e la borsa... Insomma, il tipo (che si chiamava Ferrera, detto ‟Cavadduzzo”, ed era cugino di Nitto Santapaola) fu assolto e poté da quel giorno cominciare la sua carriera criminale. Il suo avvocato invece si meritò la paga e la gloria: era un principe del foro di Napoli, si chiamava Giovanni Leone. Quando lo elessero Presidente della Repubblica, a San Cristoforo festeggiarono con tre giorni di fuochi d'artificio.
Claudio Fava

Claudio Fava

Claudio Fava (1957), giornalista e politico, ha dedicato gran parte della sua attività professionale alla denuncia della criminalità organizzata (il padre Giuseppe è stato ucciso dalla mafia) ed è autore tra l’altro di Cinque delitti imperfetti (Mondadori, 1994), Il mio nome è Caino (Baldini & Castoldi, 1997) e Quei bravi ragazzi (Sperling & Kupfer, 2007). Con Feltrinelli ha pubblicato I cento passi (2001), insieme a Marco Tullio Giordana e Monica Zapelli, e Teresa (2011).

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