Il titolo di questo articolo è: Sulla superiorità morale della sinistra. Ovvero: come sopravvivere, abbastanza bene, a Giovanni Consorte. E allora, come si dice, partiamo da me. Sono di sinistra da quando ero Fiamma rossa (non si tratta della sezione clandestina dell'organizzazione marxista-leninista in Italia, bensì dell'allora settore Ragazzi della Gioventù di Azione Cattolica). Non ne saprei dire con esattezza il motivo: ed è ovvio che, all'epoca, più che una scelta, fu un umore, un sentimento, un istinto (e, per molti versi, un frutto del caso). Nel molto tempo passato da allora, di quella collocazione, mai mi sono pentito: nonostante tutto ciò che è successo nel corso di questi decenni.
E non mi riferisco al sempre evocato ‟crollo del muro di Berlino” (mai stati filosovietici, io e i miei amici e sodali); penso, piuttosto, alla crisi di tante categorie culturali e sociali, alla fallacia di tante strategie e, più semplicemente, all'inverecondia di tante sciocchezze che abbiamo detto e scritto.
E ora? Ora, il rischio - e proviene assai più dalle nostre fila che da quelle degli avversari - è l'idea, insinuante e suggestiva, che non ci sia ragione alcuna di dirsi di sinistra, in quanto è venuto meno il fondamento stesso della diversità tra i due campi (destra e sinistra, appunto). Siamo - risultiamo - tutti una sola ‟consorteria”; e questo rafforza una tesi, assolutamente legittima e razionalmente argomentabile, che dice: la diversità, se c'è e quando c'è, sta (tutta o, comunque, in primo luogo) nei programmi. Io, sinistra, dico questo a proposito del ponte sullo stretto di Messina; e tu, destra, sostieni quest'altro. E analogamente: sulla rendita e sul lavoro salariato, io, sinistra, affermo quanto segue; e tu, destra, ribatti tutt'altro. Giusto, ma non mi basta e non mi sembra sufficiente. Non solo: è un criterio, quello indicato, che può non funzionare. Ad esempio: su un elenco assai lungo di temi (alla rinfusa: la laicità, le tossicodipendenze, l'ingerenza umanitaria, il carcere, le scuole non pubbliche, la separazione delle carriere in magistratura, la Rai, il regime cubano... e, più in generale, i diritti individuali e il sistema delle garanzie), può capitare di trovarmi più vicino ad alcuni liberali e radicali che a molti comunisti, vetero-comunisti, neo-comunisti. E di pensare, assai seriamente, che sono questi ultimi (molti di questi ultimi) a stare saldamente ‟a destra”.
In ogni caso, quel criterio, seppure non fosse tanto opinabile, sarebbe insufficiente. Per questa ragione - ovvero per amore o per forza, di necessità o per virtù, ‟per colpa della società” o per convinzione profonda - io sono di sinistra perché penso che la sinistra sia moralmente superiore alla destra. Sì, esattamente ciò che non si può dire: MORALMENTE SUPERIORE ALLA DESTRA. Cessato il frastuono dei fischi e dei cachinni che una simile affermazione è destinata a suscitare, provo a spiegarmi. Innanzitutto, va sgomberato il campo da una prima ipocrisia. In politica, qualunque soggetto parte da una presunzione di superiorità nei confronti degli altri soggetti: e tale superiorità non è mai affidata interamente ai contenuti dei programmi. Se così non fosse, non ci sarebbe vera competizione, conflitto aspro, lotta aperta.
La politica come l'attività agonistica presuppone che un attore (una squadra) sia superiore all'altro e lo voglia dimostrare, attraverso la propria capacità di vincere. E quella superiorità non è mai mera tecnica. Ad esempio, in una formazione di calcio, non è mai esclusivamente capacità di fare più goal o di subire meno goal; sempre tale capacità è componente di un ‟sistema di valori” più ampio: dove si trovano la ‟coesione dello spogliatoio”, l'‟intesa tra i giocatori”, l'‟autorevolezza” dell'allenatore, l'‟intelligenza” del presidente (addirittura la ‟serenità dell'ambiente”); e, infine, la capacità di ‟fare squadra” (definizione che, non a caso, slitta continuamente tra calcio e politica).
Ovvero tutte doti morali che, per vincere, è necessario possedere in quantità maggiore del proprio avversario. È necessario, in ogni caso, presupporre di possedere. Consiste esattamente in questo la superiorità morale: nella convinzione della propria legittimità a vincere. E questa convinzione costituisce una risorsa essenziale per produrre identità e appartenenza e per rendere competitivo quel gruppo. Non diversamente accade in politica. Da sempre. Ma - ecco il punto - è giunto il momento di riconoscere che quella presunzione di superiorità da parte della sinistra è stata irreparabilmente compromessa dalla caduta del ‟tasso di moralità” all'interno della sinistra stessa? Il quesito è doveroso, ma la mia riposta è: assolutamente no.
La superiorità morale, infatti, non è un elemento del patrimonio genetico o un tratto antropologico; non è una grazia divina o una qualità che si ottiene, insieme al ‟kit del bravo militante” (tessera, bandiera, distintivo, parole dell'inno...), all'atto dell' iscrizione a una formazione che si dice di sinistra. La superiorità morale, la sola che può esistere, la sola che conta e - soprattutto - la sola di cui non si può fare a meno, è un'acquisizione ideologica e storica. Ideologica perché, molto semplicemente, fa riferimento ad alcune idee-guida e le traduce in fattore di identità e risorsa di militanza; storica perché investe quelle idee in un tempo preciso e in uno spazio circoscritto (qui e ora), rendendole poste in gioco del conflitto politico.
E le idee in questione sono quelle di sempre. Ovvero eguaglianza e libertà. Secondo Angelo Panebianco, ‟l'idea della superiorità morale della sinistra (egualitaria) rispetto alla destra (antiegualitaria)” sarebbe stata accreditata da Norberto Bobbio in ‟un ingenuo pamphlet”, che indicava ‟nel valore della eguaglianza ciò che divide destra e sinistra”. Il libro di Bobbio non sostiene esattamente quanto attribuitogli, ma è vero che qui emerge il nodo teorico e politico più aggrovigliato. Esattamente qui. Ma in termini diversi da quelli proposti. Io credo che la sinistra - la sua ragion d'essere e, dunque, la sua ‟diversità” - non sia interamente riassumibile nell'egualitarismo: quasi si trattasse di un drappo da sventolare o di una virtù teologale da onorare. L'eguaglianza non è una condizione da raggiungere ‟nella prossima legislatura” né un obiettivo programmatico, come il reddito di cittadinanza o le unioni civili (anche se ha molto a che vedere con entrambi): è una tensione, un conflitto, una ‟lotta” tra un processo economico-sociale di riduzione delle diseguaglianze e un processo economico-sociale di conservazione delle diseguaglianze. Ma quella ‟lotta” - lo sappiamo, lo abbiamo imparato - avviene all'interno di uno spazio, dove la volontà di eguaglianza può sottoporre a tensione il sistema delle libertà, essere attratta dalle forzature dirigiste e dalle accelerazioni dispotiche: e, dunque, porre in contraddizione eguaglianza e libertà. È questo che complica dannatamente le cose: perché abbiamo appreso, a nostre spese, che non c'è incremento dell'eguaglianza che ‟valga” la riduzione della libertà.
Dunque, sinistra è là dove si tenta - senza velleità utopiche e senza tentazioni autoritarie - la quadratura del cerchio tra eguaglianza e libertà. Sinistra è ogni volta che la quadratura del cerchio viene resa più vicina e realizzabile: ogni volta che si persegue e si conquista il MASSIMO di PARI OPPORTUNITÀ possibile e immaginabile (o meglio: immaginabile e possibile).
In ogni caso, quanti scelgono la prima opzione (la riduzione delle diseguaglianze) non sono ‟i buoni” e non rappresentano ‟il bene”; quanti scelgono la seconda (la conservazione delle diseguaglianze) non sono ‟i cattivi” e non rappresentano ‟il male”. Questi ultimi possono essere buonissimi (spesso lo sono), perseguire l'interesse collettivo e ritenere che il bene comune sia il risultato di un sistema virtuosamente diseguale (fior di teorie lo argomentano efficacemente), ma il risultato della loro azione - è questo che conta - incrementa le ingiustizie sociali. Se l'analisi che io faccio, con gli strumenti di cui dispongo, conferma questa mia ipotesi, devo ritenere immorale (‟moralmente inferiore” perché riprovevole) la loro azione: in quanto - secondo la mia interpretazione, ovviamente fallibile, ma non per questo meno convinta - quell'azione produce effetti negativi e ‟aumenta il dolore del mondo”. Da questa valutazione così netta deriva, forse, un ‟disprezzo razziale” per gli avversari? Ma quando mai! Non c'è proprio nulla di ‟genetico”, e nemmeno di ‟antropologico”, nel giudizio di radicale diversità tra destra e sinistra (almeno tra una certa destra e una certa sinistra), ma la consapevolezza che quella diversità - oltre che programmatica - ha un fondamento profondo e, come si è detto, ideologico e storico.
E tale dichiarazione di diversità radicale non implica un rapporto di nemicità: comporta, questo sì, prospettive politiche non conciliabili.
Dunque, la moralità della sinistra e, di conseguenza, la sua ‟superiorità morale” discende in primo luogo (sarei tentato di dire: esclusivamente) dalla volontà di perseguire, attraverso azioni politiche, la combinazione possibile tra riduzione delle diseguaglianze e incremento delle libertà. La disonestà di alcuni o di molti e la volontà di arricchimento di tanti, all'interno della sinistra, è un fatto grave, ma non la causa principale della crisi in atto.
Insomma, non è Consorte il pericolo: il pericolo è pensare che basti non essere Consorte per non correre pericoli.
P.S. La discussione di questi giorni - quella pubblica così come quella all'interno dei luoghi della sinistra - ha evocato costantemente la figura, le parole, lo stile politico e di vita di Enrico Berlinguer. Forse questo ha indotto qualcuno a rileggere la sempre citata intervista al segretario del Pci, fatta da Eugenio Scalfari e pubblicata da Repubblica il 28 luglio 1981 (ci vuole un attimo per rintracciarla su internet). Non c'era alcuna teoria (e, per la verità, nemmeno mezza parola) a proposito della ‟diversità antropologica” del Pci, in quell'intervista. C'era, piuttosto, un discorso politico circostanziato sul fatto che ‟i partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni”; un discorso che richiamava quanto la migliore scienza politica europea da tempo andava dicendo a proposito della ‟colonizzazione” della società civile da parte del sistema dei partiti e quanto anche la politologia italiana (compreso il giovane Panebianco, guarda un po') cominciava allora ad analizzare.
Luigi Manconi

Luigi Manconi

Luigi Manconi insegna Sociologia dei fenomeni politici presso l’Università IULM di Milano. È parlamentare e presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato. Tra i suoi libri recenti: Corpo e anima (Minimum fax 2016), La pena e i diritti (con G. Torrente; Carocci, 2015), Abolire il carcere (con S. Anastasia, V. Calderone, F. Resta, Chiarelettere 2015), Accogliamoli tutti (con V. Brinis; Il Saggiatore 2013), La musica è leggera (Il Saggiatore, 2012), Non sono razzista ma. La xenofobia degli italiani e gli imprenditori politici della paura (con Federica Resta; Feltrinelli, 2017). Nel 2001 ha fondato l’associazione A buon diritto.

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