Strappate con la forza al presidente Ciampi altre settimane di libero accesso radiotelevisivo – prima che entri in vigore la par condicio – Silvio Berlusconi ne ha pianificato un abuso inedito nella storia delle democrazie parlamentari e dello stesso marketing politico. Non mi azzardo a ipotizzare i riflessi numerici che tali scorrerie eserciteranno sui risultati elettorali del 9 aprile, data ancora troppo lontana. Spostamenti marginali, dicono gli esperti, eppure forse determinanti. Ma come non accorgersi, prima ancora, del calcolato salto di qualità impresso nella postura, nell’eloquio e nell’esibizione di sé di colui che resta pur sempre il capo del nostro governo?
I dissacranti sfottò di un imprenditore come Della Valle e di un giornalista amico come Feltri l’hanno finalmente indotto ad accantonare la litania delle statistiche trionfali in cui ogni volta incespicava davanti alle telecamere, nello sforzo di convincere il Paese che le cose vanno bene. Via, via tutti quei foglietti! Detto, fatto.
Adesso però è come se Berlusconi, con furia disperata e vitalismo titanico, afferrasse per il bavero uno a uno i milioni di italiani beneficiati dal modello di vita con cui da decenni li allieta; prima che noia, scetticismo e ingratitudine li allontanino definitivamente: "Vi siete forse dimenticati chi sono io? L’uomo che ha plasmato a sua immagine e somiglianza il Paese? Ma vi rendete conto che senza di me tornate a essere nessuno? Dubitate forse che ancora nel futuro i miei interessi coincidano con i vostri? Potrei infischiarmene di voi, e godermi la ricchezza, invece ecco che mi dedico ancora al mio popolo, proprio come ai vecchi tempi".
La familiarità, la confidenza, la consanguineità, prendono il posto del noioso rendiconto politico. Al diavolo il contratto con gli italiani e i grandi successi di cinque anni di governo enumerati con la finta pignoleria dell’imbonitore. Stasera vi racconto come la moglie e i figli si contendano le mie notti a Macherio (ma non ci riescono, almeno loro, a imporgli discrezione?). Grazie alla mamma, poi, il repertorio bauscia sull’infallibilità tracima nell’iconografia di madonne e bambinelli sacri. Altro che politica, partiti, governo: non ve lo ricordate che io sono uno come voi, certo superdotato, dunque predestinato a guidarvi?
La grande abbuffata radiotelevisiva vuole raggiungere proprio questa Italia profonda bisognosa solo di avere un capo. Ingenuo sarebbe controbattere con gli argomenti della politica quando sono i gesti, gli ammiccamenti, l’esibizione di regalità plutocratica, la complicità erotica o calcistica o familista a fare la differenza. Ogni replica suona drammaticamente inadeguata quando Berlusconi si propone quale mito populista, ovvero come il fondatore di un popolo, cioè colui che plasma il suo stesso elettorato in foggia di blocco sociale e ideologico.
La novità è tutta in quello smottamento di messaggi elementari, personali, prepolitici. Il loro fondamento risiede nella certezza ferrea dell’insostituibilità del Cavaliere e dell’apparato proprietario che egli è in grado di muovere al combattimento. Egoriferito fino allo spasimo, sinceramente convinto di rappresentare il fattore decisivo in grado di rovesciare i pronostici, senza alcun timore di esasperare una leadership superomistica, Berlusconi offre sé stesso come unico rimedio ai suoi medesimi fallimenti.
Potrebbe sembrare, questa, l’ultima caricatura del berlusconismo, o il suo canto del cigno, o la maldestra uscita di scena tragicomica di un primattore troppo ostinato (siamo forse al "ridi pagliaccio"?). Così viene adombrata perfino da quella parte dei suoi estimatori che ne ha già pronosticato la sconfitta e prima ancora gli aveva consigliato di passare la mano rinunciando alla candidatura: gente che nel degrado ci ha sguazzato e ne serba un malinconico, struggente ricordo, ma già pensa al dopo.
Meglio però essere prudenti. Liquideremo come inutilmente disperate le performance via etere del Berlusconi d’inizio 2006 solo con il senno di poi, nel caso davvero le prossime elezioni certifichino il venir meno della sua speciale sintonia con mezza Italia che dura da una dozzina d’anni.
Nel frattempo constatiamo giorno dopo giorno, indecente, il dispiegarsi di una vera e propria turbativa di mercato, come dovrebbe denunciare l’autorità di controllo competente, se ce ne fosse una. Trascendendo le proprie funzioni politiche e le proprie responsabilità istituzionali, il mero proprietario cavalca in cerca di visibilità purchessia il territorio dell’immaginario collettivo. Crede più che mai nella televisione come decisivo sostituto della politica: il luogo in cui la prepotenza diventa una virtù; e il premier delle leggi ad personam ritorna per miracolo immacolato uomo dell’antipotere.
L’auditel, strattonato, s’impenna al cospetto dell’ennesimo nuovo Berlusconi.
Gad Lerner

Gad Lerner

Gad Lerner è nato a Beirut nel 1954 da una famiglia ebraica che ha dovuto lasciare il Libano dopo soli tre anni, trasferendosi a Milano. Come giornalista, ha lavorato nelle principali testate italiane da inviato o con ruoli di direzione. Ha ideato e condotto vari programmi d’informazione televisiva alla Rai, La7 e Laeffe. Ha diretto il Tg1. Le sue ultime trasmissioni d’inchiesta sono “Operai” e Ricchi e poveri. Con Feltrinelli ha pubblicato Operai (1988, 2010) e Tu sei un bastardo. Contro l’abuso delle identità (2005), Scintille (2009) e Concetta. Una storia operaia (2017).

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