Succedono cose strane, in Italia, nell’Italia bloccata di Berlusconi. Succede che Andrea Barbato, esiliato dalla Rai di Berlusconi Primo nella totale assenza di incarichi di lavoro, venga ricordato affettuosamente nel decennale della sua morte sul finire del regno sgangherato di Berlusconi Secondo.
Qualche lettore si domanderà se non sia fuori luogo inserire una nota polemica (e deliberatamente elettorale) nel ricordo di un grande giornalista, un caro amico scomparso
Dirò di no, non per rivendicare quella cacciata di Andrea dalla Rai, che è stata la prima epurazione nella carriera del ‟liberale” di cui per forza devi parlare, se parli dell’Italia degli ultimi quindici anni. Dirò di no perché Andrea Barbato, forse il giornalista più interessante e originale di una generazione, forse il più straordinariamente televisivo che sapesse scrivere, forse il giornalista principe della carta stampata che sembrava nato per il video, non era affatto ‟un uomo al di sopra delle parti”, come si dice nelle finte lodi delle nuove legioni di astenuti.
Andrea, con il suo sorriso ironico, il suo distacco proverbiale, e il tono pacato e civile della migliore conversazione, era netto, prendeva parte ed era disposto a pagare per non cedere di un millimetro.
Che non fosse accomodante neppure con coloro che difendeva, o con cui si schierava, era un tratto della sua integrità non negoziabile. Gli uomini integri sono a volte ruvidi e fastidiosi. Andrea aveva un bel sorriso, il tono giusto, la battuta allegra e fulminante, era l’uomo più attento alla ragione di un altro. Ma non potevi mai confondere in lui la voglia e anzi la determinazione professionale (ma anche umana) di sapere e capire, con la inclinazione a mascherare o anche solo ad attenuare l’identificazione, per quanto rischiosa di se stesso. Ti presentava una mappa immediatamente leggibile. ‟Io sono qui” diceva col suo lavoro. E non ti potevi sbagliare.
La sera del 7 febbraio, alla Casa del Cinema, c’è stata una bella occasione di viaggiare all’indietro nella macchina del tempo. Ha fatto da guida una breve parte del film della De Antoni, ‟Caro Andrea Barbato”. E poi amici e colleghi, fra quelli che c’erano e che hanno lavorato con lui hanno parlato, raccontato, ricordato, da Zavoli a Veltroni.
Stranamente non c’era niente di triste e di patetico in una serata che avrebbe potuto essere una sorta di celebrazione e invece era puro racconto, avrebbe dovuto essere il passato, eppure tanti di noi lo vivevano come qualcosa che si stava ancora compiendo, correva il rischio di essere dolente e funebre e invece era affollato di episodi di tranquilla vitalità e di quel tratto raro, nel giornalismo, che è la creatività, il gesto unico, il lavoro d’autore.
C’erano i due figli di Andrea, Nicola e Tommaso. Nicola ricorda e sa tutto. Tommaso era piccolo e il papà lo sente raccontare da noi. Deve pensare a volte di averne avuti una decina di Andrea-papà, se mette insieme, in un unico filo, ciò che ha visto nel film, e poi ciò che è stato narrato in sala da una ventina di voci diverse che hanno percorso, negli stessi o in altri momenti, tratti di strada accanto ad Andrea o guardandolo lavorare.
Raccontando di una delle tante vicende americane vissute insieme (dall’arresto di Martin Luther King a Selma, alla ‟battaglia di Chicago”, la Convenzione democratica assediata, dai giovani contro la guerra in Vietnam e difesa con furore dalla Guardia Nazionale) ho suggerito a Tommaso di ricercare nella periferia di New York detta ‟il Bronx”, un immenso graffito che avevamo dipinto sulla parete di una casa per scrivere i titoli di un programma firmato insieme che si chiamava ‟Dove va l’America”. Quella scritta, sia pure rovinata dal tempo, c’è ancora, tutta in italiano, tutti i titoli di testa del nostro programma per la Raitre allora diretta da Angelo Guglielmi. Ma ci sono immagini e ricordi ben più vivi. Alcuni sono stati selezionati con straordinaria bravura nel documentario RaiSat, e creano il senso raro delle immagini vere che si sovrappongono ai ricordi e coincidono in modo praticamente perfetto.
Strano che non si sia verificata una divaricazione fra il ricordo affettuoso e l’oggettività del documento. Se mai vince il documento, da cui ti sorride un giornalista che, nell’Italia dei nostri giorni (i suoi erano già i ‟nostri giorni”) non si domanda se quello che sta dicendo in tv gli gioverà alla carriera. Non gli gioverà.
Eppure non è una sfida, è il solo modo di fare una professione rigorosa, come quella del magistrato. In quella professione non puoi alterare niente e lui, tranquillamente, non alterava niente. Erano esemplari le sue Cartoline. Se fossero qualcosa che si può possedere e si conserva, sarebbero un oggetto di culto. Esemplare la «cartolina» inviata a Silvio Berlusconi, che stava per debuttare sulla scena politica.
Una ‟cartolina” di Barbato durava pochi minuti. Il suo non era certo il ‟tono alto” spesso esecrato, o il titolo urlato denunciato non appena qualcuno dice una cosa vera.
Nel più pacato dei modi, con tranquilla conversazione, Andrea Barbato descrive Berlusconi, la minaccia, il pericolo, la evidente e netta contrapposizione alla democrazia. Anticipa gli eventi con straordinaria chiarezza e senza chiedersi se giovasse mettersi - in quel momento - contro Berlusconi in quel modo.
Altri se lo sono chiesto, si sono fatti molto prudenti e l’Italia è cambiata. È cominciato il bradisismo, che adesso, per fortuna, sta per finire. Ad alcuni di noi resta il vanto di aver avuto un amico caro, un giornalista italiano di nome Andrea Barbato.
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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