È in una scena chiave della Recherche che Marcel Proust colloca la metafora dell’orchidea. Siamo nelle prime pagine di Sodoma e Gomorra. Il narratore spia dall’alto l’arrivo del duca e della duchessa di Guermantes, ma poi confessa di essere stato spinto dalla curiosità a guardare attraverso una finestra del pianterreno. È lì che per la prima volta scopre l’omosessualità del signor Charlus. Da dietro le persiane, sorprende il barone in compagnia del vecchio farsettaio Jupien. Il quale ‟sporgeva in fuori il sedere, prendeva certe pose con la civetteria che avrebbe potuta avere l’orchidea per il calabrone provvidenzialmente giunto”. Metafora erotica e di un erotismo dichiaratamente omosessuale, su cui Proust non esita a insistere per pagine e pagine, fino al termine del primo capitolo (Prima apparizione degli uomini-donne), elaborando così in modo indiretto la sua propria appartenenza ai ‟discendenti dei Sodomiti”: ‟questi esseri fuor del comune, che si suol commiserare” e che ‟sono una moltitudine”. Nel più famoso ritratto di Proust, realizzato nel 1892 da Jacques Émile Blanche, il giovane scrittore compare con un fiore all’occhiello: non è una camelia, come vorrebbero alcuni, ma un’orchidea, ‟il fiore della Recherche”, secondo Giovanni Macchia, ‟il fiore dell’invertito solitario”. Ciò non toglie che anche Odette (appassionata di ‟ninnoli cinesi”) abbia un debole per quel fiore ‟chic” ed ‟elegante”: e la vediamo spesso mostrare un bouquet di cattleye (il genere più noto di orchidea) a Swann, mentre è lo stesso narratore a dirci che ‟fare cattleya”, nel linguaggio privato dei due amanti, designa ‟l’atto del possesso fisico”. Immagine-chiave, dunque, per Proust. Fino a diventare corrispettivo della sua opera, almeno secondo il suo ‟maestro” Anatole France, che presentava così ai lettoriI piaceri e i giorni: ‟Ci attira in una atmosfera da serra, fra orchidee intelligenti la cui strana e morbosa bellezza non ha radici nel suolo”. Fiori esotici, dal sapore un po’liberty. E francesi per eccellenza, se è vero che, prima di Proust, Maupassant aveva definito le orchidee ‟esseri prodigiosi, inverosimili, figlie della terra sacra, dell’aria impalpabile e della calda luce”. ‟Grotteschi e multiformi” in d’Annunzio. Nel Piacere, il Vate, soffermandosi sulle suppellettili in casa di una marchesa alla moda, intravede tra porcellane e argenterie, un vaso di Murano con dentro, appunto, un’orchidea ‟sanguigna e difforme”. ‟Fior diabolico” è il commento di donna Elena, che nel guardarla non nasconde un moto di repulsione. Sylvia Plath (a differenza della Dickinson, estasiata dallo spettacolo dell’orchidea sotto il sole estivo), anni dopo, avrebbe usato aggettivi analoghi: ‟mostruoso”, ‟diabolico”. Diabolico? In Italia, come in area anglosassone, il suo colore è il noir. Per la verità, un’aria già un po’minacciosa assume nel Manifesto futurista del 1917, dove Marinetti immagina appunto, nella ‟danza mitragliatrice”, una ballerina con una grande orchidea bianca e rossa tra le labbra, che verrà poi agitata febbrilmente ‟come una canna durante lo sparo”. Bisognerà aspettare qualche anno perché anche da noi il fiore proustiano venga definitivamente sdoganato nel genere poliziesco, forse in omaggio al più celebre coltivatore di orchidee della letteratura, il detective-gastronomo Nero Wolfe o al più prolifico dei giallisti, l’inglese Edgar Wallace, che scrisse L’enigma dell’orchidea rossa. Così nel 1942, ecco uscire Il mistero delle tre orchidee di Augusto De Angelis, l’inventore del commissario De Vincenti (portato in tv da Paolo Stoppa): il romanzo racconta di tre omicidi avvenuti nel mondo della moda milanese. Accanto ai cadaveri delle donne, un’orchidea: ‟mostruoso fiore fatto di carne, nato dal limo in putrefazione, cresciuto in atmosfera da tropico”. Fiore mostruoso. E dunque apparentemente adatto al noir cinematografico.Wallace prestò al grande schermo diverse orchidee da thriller: come le italiane Sette orchidee macchiate di rosso (1972) di Umberto Lenzi. Già erano apparse in sala cattleye et similia di vario colore, tra il comico e (più spesso) il suspence. Mai da urlo: Orchidea bianca nel ‘47 con David Niven, Orchidea bionda nel ‘49 con Marilyn Monroe all’esordio da protagonista, Orchidea nera nel ‘59 con Sophia Loren e Anthony Quinn. Né da urlo saranno quelle a venire: Un’orchidea rosso sangue del ‘75 con un cast femminile straordinario (Rampling, Feuillère, Signoret, Valli, Cortese), Orchidea selvaggia nelle due versioni del ‘90 e del ‘91, che Mereghetti vuole poco più che fumettoni, per finire con Il ladro di orchidee, satira del mondo hollywoodiano, deludente nonostante Nicholas Cage e Meryl Streep. Insomma, a quanto pare, meglio sulla pagina che sullo schermo.
Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano, nato ad Avola (Siracusa) nel 1956, giornalista e scrittore, già responsabile della pagina culturale del “Corriere della Sera”, dove attualmente è inviato speciale, ha lavorato anche per “la Repubblica” e per la casa editrice Einaudi come editor. Ha insegnato Cultura giornalistica alla facoltà di Lettere dell’Università Statale di Milano. Tra le sue opere ricordiamo: la raccolta di poesie Minuti contati (Scheiwiller, 1990), l’intervista con Giulio Einaudi, Tutti i nostri mercoledì (Casagrande, 2001), il romanzo Nel cuore che ti cerca (Rizzoli, 2008), La catastròfa (Sellerio, 2011, premio Volponi), sulla tragedia di Marcinelle; Giallo d'Avola (Sellerio, 2013), Ogni altra vita (il Saggiatore, 2015), I pesci devono nuotare (Rizzoli, 2016), La parrucchiera di Pizzuto (con il nome di Nino Motta, Bompiani, 2017), Respirano i muri (con il fotografo Massimo Siragusa, Contrasto 2018) e il romanzo per ragazzi Sekù non ha paura (Solferino, 2018). Con Feltrinelli ha pubblicato i romanzi Baci da non ripetere (1994, premio Comisso per la narrativa), Azzurro, troppo azzurro (1996), Tutti contenti (2003, premi super Flaiano, super Vittorini, Chianti, finalista premio Città di Bari), Aiutami tu (2005, premio Mondello 2006), e il reportage La famiglia in bilico (2001), oltre a l’introduzione a La mite (1997) di Dostoevskij per i “Classici”.

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