‟Non leggo le cose sui nostri giornali, figuriamoci le cose saudite”. È tutta qui, in questa frase buttata lì su ‟Libero”, la sostanza politica di Roberto Calderoli. Il quale da anni espelle tutte le cose che gli passano per la testa, a dispetto dei ruoli via via assunti fino allo spropositato incarico di ministro per le Riforme istituzionali, come fosse ancora all’osteria Ceresola, in valle Imagna, dove tra i fumi dell’alcool tenne la sua prima arringa padana superando (parole sue: è un letterato) ‟l’impeachment della timidezza”. Potete scommettere infatti che perfino ieri, dopo aver visto il disastro combinato con le sue avventate spiritosaggini, dopo l’intimazione di dimettersi lanciatagli da Berlusconi, dopo le pesanti accuse interne e internazionali, lui si è sentito come quei personaggi dei cartoni animati che, fatta crollare una città intera, escono dalle macerie spolverandosi la manica: ‟E non fatela tanto grossa!”. Che gli importa del resto del mondo se il suo solo orizzonte sono la Val Brembana, la polenta taragna, il prato di Pontida, il matrimonio celtico con calice di sidro, il Dio Taranis e le odi ai ‟Poveri padani oppressi” del sommo poeta Archimede Bontempi? Bergamasco, rampollo di una famiglia dove nonni e fratelli e cugini sono tutti dentisti al punto che sul tema c’è un detto insulso in italiano (se il tuo dente ha il vermicello, devi andar dai Calderoli), ma meraviglioso in bergamasco (‟Se ol to dént al gh’à ‘l careul, te gh’è de ‘ndà dai Caldereul”), cresciuto sciando e sgommando nei rally, laureato in chirurgia maxillo-facciale, ci tiene a presentarsi da anni come il più fedele dei fedelissimi bossiani. Fino a dire: ‟Io ho un capo, si chiama Bossi, è l’unica guida che riconosco e se mi dice ‘buttati da questo ponte’ io mi butto. Sissignore, magari mi dispiace, ma mi butto. Se lui mi spiega che è utile alla Lega, io mi sacrifico”. Uso a obbedir sbraitando, ai tempi della scelta secessionista (da lui confermata fino a un attimo prima del contrordine: ‟Io mi onoro di essere secessionista!”) arrivò a espellere non solo il cognato Luigi Negri e sua moglie Elena, colpevoli di tradimento per avere scelto l’alleanza col Cavaliere e la destra con anni di anticipo sul Senatùr, ma perfino la loro cagnetta Gilda, il cui quotidiano ingresso a palazzo Marino al seguito della padrona, quando questa era consigliere, fu proibito su disposizione calderoliana dal sindaco Marco Formentini in persona. Infettato da qualche vanità letteraria dopo aver ‟letto quattro volte i Promessi Sposi”, è autore di un libro dal titolo Mutate mutanda (ispirato al latino ‟mutatis mutandis”) dall’incipit indimenticabile: ‟"Muta Mutanda!", cambia ciò ce deve essere cambiato! Ho coniugato poi, al plurale, questo mio personale imperativo per poterlo rivolgere a voi dalla copertina del libro, perché esso rappresenta la terapia al mio morbo personale, terapia che ho individuato dopo una faticosa autopsia di me stesso e la conseguente diagnosi. Questo lavoro è un sofferto dissezionamento della mia sfera cosciente e del mio iter emozionale e culturale”. Dotato di un’autoironia che sarebbe ingeneroso non riconoscergli, confidò un giorno: ‟Su di me non avrei scommesso una lira”. Chi lo conosce annuì: giusto, non una lira. Bossi, che si picca di essere uno scopritore di statisti (da Erminio ‟Obelix” Boso a Mario Borghezio) individuò invece in lui l’uomo giusto per farne prima il vicepresidente del Senato, poi uno dei ‟saggi” addetti a dare una sistemata allo Stato costruito da Cavour e infine il ministro per le Riforme istituzionali. Incarichi guadagnati seminando lungo tutta la carriera (destinata nelle ultime settimane a subire perfino l’onta di voci fastidiose in seguito alle presunte rivelazioni di Giampiero Fiorani) preziose pillole di britannica sobrietà. ‟Dove collocare i confini della Padania? Da medico so che se la cancrena avanza occorre amputare alto: mi fermerei a Pesaro”, spiega nei giorni in cui teorizza che la secessione è ormai cosa fatta: ‟Un anno e ci arriveremo”. ‟La civiltà gay ha trasformato la Padania in un ricettacolo di culattoni”, discetta raccomandando all’Ulivo, reo di ‟una politica estremamente permissiva nei confronti dei musulmani e degli omosessuali”, di fondare ‟il partito dei finocchi anziché delle margherite”. ‟Si ricordino i vescovi che oltre a mantenere l’esercito di parassiti del meridione, i padani mantengono anche loro”, sentenzia auspicando ‟il realizzarsi di una Chiesa Cristiana finalmente libera e padana”, chiedendo gli elenchi di tutti gli insegnanti meridionali e di tutti i capistazione del Bergamasco e barrendo contro le assunzioni alle poste ‟ennesimo esempio di colonizzazione meridionale”. E via così. Per anni. Un giorno propone che tutti i consigli comunali lombardi varino una ‟taglia di un milione per chi denunci un albanese irregolare”. Un altro avverte che ‟un dì, di fronte al tribunale del popolo padano, siederanno molti personaggi che oggi sono ai vertici delle istituzioni con l’accusa di genocidio”. Un altro ancora incita a ‟sparare sugli scafisti, una volta che abbiano lasciato il carico”, ‟usando cannoni o colubrine: ciò che importa è restituire l’Adriatico alla civiltà”. E barrisce che ‟la Padania saprà rispondere al manganello tricolore”. E ringhia che ‟l’Italia è stata ridotta a una riserva albanese”. E accusa gli avversari di sinistra di essere ‟nazisti rossi”. E propone la castrazione chimica dei pedofili anche se personalmente dice di essere ‟per un bel colpo di forbici”. E denuncia gli immigrati di ‟imbastardire la nostra identità”. E chiama sprezzante in tivù la giornalista palestinese Rula Jebreal ‟quella signora abbronzata”. E mai una volta che, espellendo questo o quel pensiero, si sia posto il problema non dico del rispetto per gli altri (ieri ‟il mafioso Berlusconi” o oggi ‟l’Omoparlamento europeo”) ma dei danni che l’uso bombarolo di certe parole, in bocca a un ministro che sulla carta rappresenta tutti gli italiani, anche chi lo considera uno scriteriato, possono avere a livello interno e internazionale. Il fatto è che per anni, via via che si alzavano i decibel dello schiamazzo politico, pareva che gli stranieri non prendessero sul serio certi nostri capipopolo neanche quando dicevano cose mostruose come le parole di Bossi sulla ‟razza padana, razza pura, razza eletta”. E quelli come Roberto Calderoli pensavano di avere la franchigia quando sputavano ridendo cose oscene tipo ‟il mio maialino non vede l’ora di fare la pipì sulla moschea”. Che poi qualcuno cavalchi pretestuosamente e perfino in malafede certe cose, come è successo con le vignette su Maometto, è un altro discorso. Ma l’odonto-statista bergamasco pensa davvero che la nostra identità culturale e religiosa si difenda con battute come quella sul maialino? Ora lo sa: pare impossibile, ma c’è chi lo prende sul serio. Purtroppo.
Gian Antonio Stella

Gian Antonio Stella

Gian Antonio Stella è inviato ed editorialista del “Corriere della Sera”. Tra i suoi libri Schei, L’Orda, Negri, froci, giudei & co. e i romanzi Il Maestro magro, La bambina, il pugile e il canguro, I misteri di via dell’Amorino. Insieme a Sergio Rizzo ha scritto, per Rizzoli, La Casta, La Deriva, Vandali e Licenziare i  padreterni. Con Feltrinelli ha pubblicato Tribù s.p.a. Foto di gruppo con Cavaliere bis (2005), Bolli, sempre bolli, fortissamente bolli (2014) e Se muore il Sud (con Sergio Rizzo, 2013; Premio Benedetto Croce 2014).

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