Non sarà una crociata, ma le prostitute di Via del Campo e dintorni, l’ex ghetto ebraico cantato da Fabrizio De André in una celebre canzone, sono pronte a fare la loro battaglia contro il prefetto Giuseppe Romano. Il quale ha disposto, come ha rivelato ieri il ‟Secolo XIX”, controlli severi per verificare l’abitabilità dei cosiddetti bassi, far intervenire gli ispettori sanitari e spegnere le antiche lucine rosse laddove fosse necessario. Obiettivo: stroncare lo sfruttamento illegale e contrastare la criminalità che affligge uno dei centri storici più belli d’Europa, sicuramente il più esteso. Per il momento le luci davanti ai portoni appena accostati sono ancora accese. E i travestiti impellicciati, le vecchie signore con cappottino, le giovani maghrebine con minigonne vertiginose stanno lì in piedi agli angoli o comodamente sedute sulla soglia ad aspettare la loro clientela, che fino a sera si aggira per i carruggi. Secondo loro non succederà niente: ‟Criminalità? Ma che criminalità, noi abbiamo comperato i nostri locali e nessuno può mandarci via”, urla Lucrezia in vicolo di Untoria. Per un basso, 30-40 mila euro più le tasse, come per un qualunque esercizio commerciale. ‟Abitabilità? Ma io non ci abito, ci lavoro soltanto”. Il basso ha un’anticamera di qualche metro con un paio di sgabelli, un televisore acceso per ammazzare l’attesa e porta alla camera da letto, nascosta da una tenda a fiori. Niente finestre né prese d’aria. Spesso mancano i servizi igienici. Tutto qui. ‟Devono portarmi via con la forza”, minaccia un’anziana signora di Via della Croce Bianca, con parrucca fosforescente appoggiata sulla testa: ‟Ci provino pure, se vogliono, io li aspetto”. ‟Architetto giù le mani dal ghetto”. La grande scritta nera sul muro ha centrato il problema. Lo dice bene Angela Burlando, ex vicequestore oggi in consiglio comunale con delega alla sicurezza: ‟Finora ognuno ha fatto come voleva, adesso cominciano a formarsi comitati di cittadini che chiedono di poter stare tranquilli, di non sentire le nacchere delle prostitute fino all’alba o gli ubriachi che fanno gazzarra per tutta la notte, il Comune ha fatto un forte investimento per riportare i genovesi ad abitare nel centro vecchio e a questo punto non possiamo farli scappare. La pazienza è finita, se c’è da chiudere i bassi, si chiudano”. Al diavolo la mitologia anarchica di De André? Non proprio, anzi, beh, forse: ‟Gli intesteremo una piazzetta ‟. Anche Daniela Tassio, che gestisce il negozio di dischi in via del Campo, leggendario luogo di culto del padre di Bocca di Rosa, dove è conservata sotto vetro la sua vecchia chitarra e dove per dodici ore al giorno il passante può sentire dalla piazzetta la sua inconfondibile voce, non va molto per il sottile. Ma non si tocchino le prostitute: ‟Il problema non sono i travestiti o le battone, qui non si può più vivere, tra scippi, risse, spaccio di droga, baby gang, ubriachi, clandestini, equadoregni, albanesi, africani, asiatici, gentaglia di ogni tipo che parla ostrogoto: sarebbe tutto da ripulire. È inutile ristrutturare ogni tanto una facciata ‟. Non sono propriamente i toni che sarebbero piaciuti al vecchio Faber che amava i malandrini dei quartieri ‟dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi ‟. Ma non fa niente ‟Prima - continua Daniela Tassio - la malavita era un fenomeno più casereccio, che aveva anche un suo codice d’onore, roba di contrabbando e puttane. Ma oggi non si vive più”. Ci si affida alla vigilanza privata: ‟Siamo a 200 e passa euro al trimestre, si rende conto?”. Via del Campo è una sfilza di negozi cinesi, centri telefonici per immigrati, una macelleria del Bangladesh, uno spaccio turco di kebab e così via fino a zona Pré. A pochi passi dalla targa dedicata a Fabrizio, c’è un sex shop con un giovane gestore sulla porta che sembra un buttafuori, con le braccia incrociate al petto e i piedi ben piantati per terra: ‟Il problema non sono le prostitute ma tutta questa feccia, la vede?”. Indica la folla che si agita su Piazza del Campo. Poi entra per dedicarsi a un cliente e mostrargli ‟un perizomino con mutanda tatuata”. La movida giovanile è un’altra cosa. Quella ben venga: fa tanto città viva, moderna, notturna, allegra. Anche se, dice il sindaco Pericu, tranquillamente seduto su una poltroncina del cinquecentesco Palazzo comunale tutto stucchi e affreschi, ‟attenzione, non vogliamo certo fare della nostra città vecchia una Saint-Paul de Vence. Genova è un’altra cosa”. Il suo motto è: cautela. Anzi, a dirla tutta, questa storia, secondo il primo cittadino di Genova, alla fine è una vera e propria ‟belinata”. E lo dice con il sorriso sulle labbra: ‟Sì, una belinata, perché le caratteristiche fisiche di questa città, la conformazione dei carruggi e la densità del centro storico impongono un tipo di struttura sociale che inevitabilmente crea disagio. E le prostitute c’entrano poco”. Bocca di Rosa lo sa, sorride e ringrazia.
Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano, nato ad Avola (Siracusa) nel 1956, giornalista e scrittore, già responsabile della pagina culturale del “Corriere della Sera”, dove attualmente è inviato speciale, ha lavorato anche per “la Repubblica” e per la casa editrice Einaudi come editor. Ha insegnato Cultura giornalistica alla facoltà di Lettere dell’Università Statale di Milano. Tra le sue opere ricordiamo: la raccolta di poesie Minuti contati (Scheiwiller, 1990), l’intervista con Giulio Einaudi, Tutti i nostri mercoledì (Casagrande, 2001), il romanzo Nel cuore che ti cerca (Rizzoli, 2008), La catastròfa (Sellerio, 2011, premio Volponi), sulla tragedia di Marcinelle; Giallo d'Avola (Sellerio, 2013), Ogni altra vita (il Saggiatore, 2015), I pesci devono nuotare (Rizzoli, 2016), La parrucchiera di Pizzuto (con il nome di Nino Motta, Bompiani, 2017), Respirano i muri (con il fotografo Massimo Siragusa, Contrasto 2018) e il romanzo per ragazzi Sekù non ha paura (Solferino, 2018). Con Feltrinelli ha pubblicato i romanzi Baci da non ripetere (1994, premio Comisso per la narrativa), Azzurro, troppo azzurro (1996), Tutti contenti (2003, premi super Flaiano, super Vittorini, Chianti, finalista premio Città di Bari), Aiutami tu (2005, premio Mondello 2006), e il reportage La famiglia in bilico (2001), oltre a l’introduzione a La mite (1997) di Dostoevskij per i “Classici”.

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