Da Ahwaz, nell’Iran sudoccidentale, al confine iracheno ci sono meno di 60 chilometri. Khorramshahr, una cinquantina di chilometri più a sud, si affaccia sullo Shatt el Arab, di fronte all’irachena Bassora. Su questa striscia di confine lungo diverse centinaia di chilometri i villaggi sono andati distrutti durante la guerra tra Iran e Iraq negli anni 80, gli impianti petroliferi danneggiati, i palmeti da dattero seccati dalle armi chimiche di Saddam. Le battaglie più dure di quella che gli iraniani chiamano ‟la guerra imposta”, furono combattute qui. L’esercito di Saddam penetrò nel Kuzestan nel settembre del 1980 e occupò gran parte della regione, prima di essere ricacciato, dopo due anni di conflitti sanguinosi, al di là del confine. I panzer iracheni erano arrivati a otto chilometri da Ahwaz quando i pasdaran e l’aeronautica militare iraniana li fermarono. Khomeini liberò dalla prigione i piloti fedeli allo Scià che aveva messo in carcere e loro, per amor di patria, salirono a bordo dei loro Phantom e bombardarono le truppe irachene. 1.300 anni dopo il sacrificio dell’Imam Hossein a Kerbala, Khomeini organizzò la difesa del paese non secondo criteri di strategia militare ma risvegliando nei giovani iraniani la passione del martirio. Kerbala dette il nome all’offensiva più tragica, con cui migliaia di basiji malamente armati affrontarono i panzer e i fucili mitragliatori di Saddam, saltando sui campi minati nel nome di Allah. Khomeini non accettò il cessate il fuoco, portò il conflitto oltre confine sperando di trovare l’appoggio delle popolazioni sciite irachene, nelle quali invece l’identità araba prevalse su quella sciita. Il conflitto fece un milione di morti e finì dopo otto anni senza vinti né vincitori. Per gli iraniani i campi di battaglia del Kuzestan sono come Verdun o Stalingrado. Gli studenti vengono portati qui in visita, e in questi giorni le gite si sono intensificate: la popolazione viene preparata all’idea di una guerra imminente, di nuovo una guerra ‟imposta”, questa volta dagli Stati Uniti. ‟L’America ci farà la guerra?” è la prima domanda che tutti ti fanno. Il regime degli ayatollah è convinto che se l’America attaccherà l’Iran, sarà attraverso questo confine, fomentando le divisioni etniche della regione. Non a caso Saddam invase questa provincia (che è la più ricca di petrolio dell’Iran) contando sulla solidarietà araba e promettendo di trasformarla in Arabistan. Tre dei settanta milioni di iraniani sono arabi, e quasi tutti vivono qui nel Kuzestan. I persiani - cioè la maggioranza etnica dell’Iran - sono solo il 50 per cento. Il resto è costituito di minoranze arabe, kurde, azere, turkmene. Allora gli arabi (che sono sciiti come a Bassora) rimasero leali all’Iran. Oggi però l’insoddisfazione è cresciuta. La popolazione araba si sente discriminata. ‟I posti di lavoro vanno solo ai persiani”, dice Ahmed, un ragazzo arabo di 23 anni che come tanti della sua età, dopo aver preso un diploma, non trova nulla da fare per campare se non procurarsi una vecchia macchina e andare in giro in cerca di clienti. Di fronte a Newsite, un quartiere ordinato ed elegante con strade pulite e case ben tenute, scuole di buona qualità e club della National Iranian Oil Company con tanto di cinema, ristoranti e biblioteche, non nasconde la sua rabbia per le recinzioni e gli steccati che gli precludono l’entrata. ‟Ci hanno fatto passare solo perché hanno visto che in macchina c’era lei”. ‟Solo i persiani lavorano nel petrolio e nelle fabbriche”, accusa la popolazione. Esempio classico che ti fanno è quello di un mega zuccherificio, una cattedrale nel deserto che ha inquinato 128mila ettari di terra, rendendola inservibile per l’agricoltura, senza portare nemmeno un posto di lavoro ai locali. ‟Hanno fatto venire manodopera dalle altre regioni per non dare lavoro agli arabi”. La famiglia di Ahmed è riuscita almeno a uscire dagli slums dove abita la gran parte della popolazione araba. In quartieri come Kut Abdallah o Seyed Khalat, dove il 98 per cento dei bambini è arabo e smette di parlare persiano appena esce da scuola, è difficile far capire ai ragazzi che sapere il persiano gli servirà nella vita perché in realtà la maggior parte di loro non uscirà mai dal ghetto, mi dice un maestro elementare. Ahwaz era una città di 250mila abitanti negli anni '80. Durante la guerra, si rifugiarono qui tutte le popolazioni (arabe) che vivevano di agricoltura e di pascolo lungo il fronte. Oggi gli abitanti di Ahwaz sono un milione e trecentomila. Ma diciotto anni dopo la fine della guerra una gran parte vive ancora nelle baracche. Nessuno ha fatto nulla per loro. ‟La comunità internazionale ha obbligato Saddam ha pagare i risarcimenti al Kuwait, ma a noi, che siamo stati danneggiati molto di più, nessuno ha pagato nulla”, spiega il vice governatore Mohsen Farokhnejad, che è, come il governatore Hayat Moghadam, uno degli uomini nuovi installati a capo della province dal presidente Ahmadinejad. La realtà è piuttosto, come dice Hazbaliesadeh, direttore del giornale locale ‟Hamsayeha” (vicinato) che il governo non ha nessuna intenzione di restituire le terre confiscate perché le usa a scopi militari. La militarizzazione della regione procede a ritmi sempre più rapidi. Pasdaran e uomini della security sono dappertutto. Il nuovo governatore, come il suo vice Farokhnejad, viene dalle file dei pasdaran. Il presidente doveva venire a Ahwaz il mese scorso, ma il viaggio è stato annullato dopo che una bomba, ventiquattrore prima della visita, aveva fatto dieci morti in un ufficio governativo e in una banca. Ahmadinejad ha accusato i britannici di essere dietro l’attentato. A Bassora ci sono le truppe inglesi, di lì vengono le armi e il denaro per fomentare il terrorismo, sostiene il vicegovernatore. Nega che le radici dello scontento siano nelle miserabili condizioni economiche. Almeno durante gli anni di Khatami dei problemi sociali si poteva scrivere, dice il direttore del giornale Hamseayeha. Oggi qualsiasi critica viene bollata come collaborazionismo con gli stranieri di là dal confine. L’ultimo articolo in cui Hasbaliesadeh denunciava la miserabile situazione economica e sociale, in una provincia che è la più ricca di petrolio dell’Iran, lo aveva portato direttamente in prigione. Dopo tre giorni era stata rimesso in libertà, ma l’avvertimento è stato evidente. Purtroppo - dice - temo che andando avanti così gli attentati continueranno.
Vanna Vannuccini

Vanna Vannuccini

Vanna Vannuccini è inviata de “la Repubblica”, di cui è stata corrispondente dalla Germania negli anni della caduta del Muro. Ha seguito le Guerre balcaniche, lavorato in diversi paesi e, dal 1997, soprattutto in Iran. Nel 1973 era stata una delle fondatrici di “Effe”, il primo giornale femminista italiano. Tra i suoi libri Quarant’anni in faccia (Rizzoli, 1982), Piccolo viaggio nell’anima tedesca (con Francesca Predazzi, 2004; nuova edizione in Ue: 2014), Rosa è il colore della Persia. Il sogno perduto di una democrazia islamica (Feltrinelli, 2006), Al di qua del muro. Berlino 1989 (Feltrinelli, 2010), L’amore a settant’anni (Feltrinelli, 2012) e Suonare il rock a Teheran (con Benedetta Gentile; Feltrinelli Kids, 2014).

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