Nel museo di Delgar, una guida vestita da soldato del rais Ali ci mostra i cimeli della battaglia contro gli inglesi che nel 1915 volevano prendere il controllo del porto di Bushehr. Per vincere, dice un proverbio locale, ci vogliono tre cose: armi russe, soldati iraniani e comandanti tedeschi. Dopo la sconfitta subita per mano dei russi nell’Ottocento (i russi si presero pezzi di Georgia, di Azerbaijan e di Armenia) le armi russe sono rimaste un mito per gli iraniani. Anche oggi importano dalla Russia armamenti per un miliardo di dollari e negli alberghi o nei ristoranti di Teheran non è difficile imbattersi in specialisti moscoviti o ingegneri ucraini esperti di missili balistici. Ma quando si parla di centrali nucleari il discorso cambia. ‟Ha visto che cosa è successo a Chernobyl?” ci dice la guida. Che siano proprio i russi a costruire qui la prima centrale nucleare iraniana preoccupa non poco la popolazione di Bushehr.
Per ora i russi hanno (quasi) completato un reattore nucleare, la cui cupola si vede a chilometri di distanza sullo sfondo del Golfo Persico. Vicino, un enorme radar per impedire attacchi alla centrale ha l’architettura di una moschea. La centrale di Bushehr è rigorosamente off limits per chiunque al di fuori del personale della centrale (ci lavorano 3700 esperti russi, che vivono in quartieri pieni di verde, almeno in questa stagione che è la migliore dell’anno perché il caldo e l’umidità sono ancora sopportabili). Ma ieri il capo dell’agenzia atomica iraniana Gholamreza Aghazadeh e il suo omologo russo Sergej Kiriyenko hanno convocato a Bushehr una conferenza stampa e autobus carichi di giornalisti sono stati fatti entrare nella centrale, hanno potuto fotografare il reattore, le turbine, il deposito di acqua ancora in costruzione.
‟Il reattore è stato completato al 90 per cento”, ha detto Kiriyenko; ‟il progetto sarà finito non appena sarà tecnicamente possibile. Non ci sono ostacoli politici alla costruzione di questo reattore o di altri reattori in Iran”. In realtà l’inaugurazione di Bushehr è stata via via rimandata, e non è ancora stata annunciata la data in cui i russi incominceranno a portare qui il combustibile per alimentare la centrale. Ma ieri iraniani e russi hanno annunciato di aver raggiunto un accordo su quella che è stata finora la ragione principale dei rinvii. Come firmatari del trattato di non proliferazione nucleare, gli iraniani insistono sul loro diritto ad arricchire l’uranio, di cui hanno grosse quantità nelle loro miniere. Ma se l’uranio arricchito a basso livello serve come combustibile per le centrali nucleari, a livelli più alti serve per fare la bomba atomica. Perciò il mondo ha in sospetto la grande fretta degli ayatollah. Teme che vogliano arricchire l’uranio non solo per avere accesso all’energia nucleare, in un paese ricchissimo di petrolio ma dove i consumi interni aumentano a ritmi che tra pochi anni potrebbero sostanzialmente ridurre la quantità di petrolio esportabile; ma per mantenere una opzione aperta sulla bomba, soprattutto dopo le dichiarazioni del presidente Ahmadinejad che vorrebbe ‟cancellare Israele dalle mappe geografiche”.
Dopo la decisione dell’Aiea, all’inizio di febbraio, di informare il Consiglio di sicurezza dell’Onu sul dossier nucleare iraniano (la decisione se deferire l’Iran al Consiglio di sicurezza sarà presa alla prossima riunione dell’Aiea il 6 marzo), le sole speranze di trovare una soluzione accettabile per l’Occidente e per l’Iran sono riposte nella proposta russa di una joint venture iraniano-russa per arricchire l’uranio iraniano su territorio russo.
Se Putin riuscirà a liberare il mondo dalla paura che l’Iran costruisca la bomba per la Russia, che aspira a ritrovare un ruolo di grande potenza e a mantenere un business lucrativo con l’Iran, sarebbe una doppia vittoria.
Finora gli iraniani hanno risposto di no, pur continuando a negoziare. Ieri però le due delegazioni hanno fatto un significativo passo avanti. ‟È stato raggiunto un accordo di base per creare una joint venture per l’arricchimento dell’uranio in Russia” ha detto Aghazadeh. Kiriyenko non ha usato la parola basic agreement, ha detto che le due delegazioni ‟hanno raggiunto un accordo su alcune parti” e che i negoziati continueranno nei prossimi giorni; ma ha ripetuto più volte di essere assolutamente fiducioso che la questione possa essere risolta in seno all’Aiea (senza perciò deferimento al Consiglio di sicurezza). I colloqui continueranno a Mosca e potrebbero concludersi ‟prima del 6 marzo”. ‟La creazione di una joint venture è in corso e non ci sono problemi finanziari o tecnici o organizzativi. Ma la proposta russa è parte di un complesso di questioni di sicurezza che vanno risolte” ha precisato Kiriyenko.
Continuerete la costruzione di Bushehr se gli iraniani insisteranno nell’arricchire l’Uranio?, gli è stato chiesto. ‟La nostra posizione è fondata su due principi: ogni paese ha diritto all’uso civile dell’energia nucleare, ma il mondo deve avere garanzie di sicurezza e del mantenimento della non proliferazione delle armi atomiche. La proposta russa deve essere vista come un pacchetto”, ha risposto Kiriyenko. Dettagli sulla joint venture non sono stati dati. Che succederà se ci sarà il deferimento dell’Iran al Consiglio di sicurezza?, è stato chiesto a Aghazadeh. ‟Smetteremo immediatamente il negoziato”. Quanto alla centrale di Bushehr, possiamo garantire che non ci saranno diversioni verso usi non pacifici, ha concluso Kiriyenko: né sull’uranio arricchito che sarà portato qui per alimentare il reattore né sul combustile spento (da cui si può fare il plutonio per la bomba) che sarà restituito alla Russia.
Vanna Vannuccini

Vanna Vannuccini

Vanna Vannuccini è inviata de “la Repubblica”, di cui è stata corrispondente dalla Germania negli anni della caduta del Muro. Ha seguito le Guerre balcaniche, lavorato in diversi paesi e, dal 1997, soprattutto in Iran. Nel 1973 era stata una delle fondatrici di “Effe”, il primo giornale femminista italiano. Tra i suoi libri Quarant’anni in faccia (Rizzoli, 1982), Piccolo viaggio nell’anima tedesca (con Francesca Predazzi, 2004; nuova edizione in Ue: 2014), Rosa è il colore della Persia. Il sogno perduto di una democrazia islamica (Feltrinelli, 2006), Al di qua del muro. Berlino 1989 (Feltrinelli, 2010), L’amore a settant’anni (Feltrinelli, 2012) e Suonare il rock a Teheran (con Benedetta Gentile; Feltrinelli Kids, 2014).

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