Israele e Unione Europea in rotta di collisione. La decisione presa ieri pomeriggio a Bruxelles di stanziare 143 milioni di dollari (circa 120 milioni di euro) per aiutare l’Autorità palestinese spinge il governo israeliano a lanciare un’offensiva diplomatica a tutto campo per ribadire la necessità di mantenere l’isolamento contro Hamas. ‟Già mercoledì mattina la nostra ministra degli Esteri, Tzipi Livni, sarà a Vienna per incontrare la collega del Paese che al momento detiene la presidenza europea, Ursula Plassnik. E subito dopo continuerà per Parigi e Londra. Il fine è ovvio: fare in modo che qualsiasi contributo ai palestinesi sia di tipo esclusivamente umanitario. Sappiamo bene che gli europei concordano con noi nel considerare Hamas un gruppo terrorista. Occorre dunque che quei fondi vengano distribuiti tramite agenzie Onu e organizzazioni non governative. Assolutamente non devono finire nelle casse del prossimo governo palestinese”, osserva Mark Regev, portavoce del ministero degli Esteri a Gerusalemme. In realtà la scelta europea divide il Quartetto e concede tempo al blocco islamico che ha vinto le elezioni politiche di Cisgiordania e Gaza lo scorso 25 gennaio. Subito dopo la vittoria di Hamas (ha guadagnato 74 seggi sui 132 del parlamento palestinese), l’organismo che riunisce Onu, Usa, Ue e Russia ha infatti deciso all’unanimità che qualsiasi contatto con Hamas debba essere preceduto da 3 mosse fondamentali da parte dei nuovi dirigenti palestinesi: il riconoscimento di Israele (modificando dunque la piattaforma ideologica di Hamas, che dal 1988 predica la necessità della nascita di uno Stato islamico su tutta la Palestina), la rinuncia alla lotta armata e l’accettazione di tutti gli accordi internazionali firmati dall’Autorità palestinese. Da allora solo gli Stati Uniti sono rimasti fedeli a quel principio. Una settimana fa, appena dopo la decisione israeliana di congelare la consegna dei pagamenti mensili dei dazi sui beni che entrano in Cisgiordania e Gaza (pari a oltre 55 milioni di dollari), gli Stati Uniti hanno chiesto all’amministrazione palestinese la restituzione di una cifra simile che era stata donata pochi mesi fa. Ma Mosca sta per ricevere una delegazione di Hamas. Venerdì dovrebbe essere lo stesso ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, a incontrare la delegazione guidata da Khaled Meshal, uno dei massimi leader del gruppo islamico residente a Damasco. E nell’Onu crescono le voci di chi è pronto a concedere tempo a Hamas e spinge contro lo ‟strangolamento economico” dei circa 3 milioni e mezzo di arabi che vivono nei territori occupati da Israele nel 1967. Tra quelle voci c’è anche il grido allarmato di James Wolfensohn, l’inviato per gli affari economici del Quartetto a Gerusalemme, il quale ieri ha ribadito che l’intero apparato dell’amministrazione palestinese rischia di ‟collassare entro le prossime due settimane”. Oltre 140.000 dipendenti pubblici, incluso 58.000 agenti delle forze di sicurezza, potrebbero restare senza salario già in marzo. ‟Il deficit economico dell’Autorità palestinese supera ora i 130 milioni di dollari al mese”, specificano i collaboratori di Wolfensohn. Un allarme che ha trovato orecchie amiche a Bruxelles. ‟Dobbiamo evitare il caos economico. E avere la pazienza di aiutare la formazione del prossimo governo palestinese. Poi dovremo decidere le nuove mosse”, spiega la responsabile per le relazioni esterne Ue, Benita Ferrero-Waldner. In ogni caso solo una minima parte dei fondi finirà nelle casse del governo palestinese. Circa 48 milioni di dollari serviranno infatti per pagare l’energia elettrica e altri beni pubblici essenziali. Altri 76 andranno alle agenzie Onu per scuole e sanità. E circa 21 (presi da fondi diversi) serviranno per i salari.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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