La sezione britannica di Amnesty International, in un rapporto di 48 pagine, denuncia quello che sinora in Occidente nessuno aveva voluto ammettere: la lezione di Abu Ghraib non ha avuto il minimo effetto. In Iraq 14.000 detenuti sono tuttora privati dei loro più elementari diritti. Le forze di occupazione inglesi e statunitensi li tengono in carcere senza averli mai incriminati o processati. Drammatiche testimonianze di ex prigionieri documentano che in Iraq le torture sono sempre all'ordine del giorno. Alcuni hanno riferito di essere stati percossi con cavi di plastica, torturati con scosse elettriche, rinchiusi in stanze allagate dove nell'acqua veniva fatta passare la corrente. Fra questi, 200 sono prigionieri da più di due anni, e quasi 4.000 da più di un anno. ‟Mantenere in carcere un così ampio numero di persone senza garanzie legali è una grave omissione di responsabilità da parte delle forze americane e britanniche”, denuncia Kate Allen, direttore di Amnesty International per la Gran Bretagna. Queste notizie completano uno scenario sempre più tetro nel quale le infamie di Guantanamo, di Abu Ghraib, di Camp Bondsteel, di Polj-Charki, di Bagram appaiono come una realtà diffusa, programmata e strategicamente motivata. La guerra contro il ‟terrorismo globale” condotta dagli Stati Uniti e dei loro alleati occidentali è ormai apertamente terroristica. Per convincersene è sufficiente scorrere il recente documento del Pentagono: il Quadrennial Defense Review Report.
La guerra che viene annunciata al mondo per il prossimo futuro è una long war, terroristica nel significato convenzionale per cui l'uso delle armi di distruzione di massa ha come obbiettivo la strage di migliaia di civili innocenti. E lo è nel significato più ampio e drammaticamente attuale di una guerra che diffonde il panico nella forma di una sistematica violazione dei più elementari diritti dell'uomo. La ‟lunga guerra” si annuncia come una ‟guerra irregolare”, invasiva, capillare, invisibile perché combatte un nemico infido e spregevole, presente in ogni angolo della terra e ovunque minaccia i valori e gli interessi dell'Occidente.
Qualsiasi mezzo per distruggere le metastasi del ‟terrorismo globale”, per scardinarne le strutture è non solo politicamente legittimo ma è legittimato ‟da Dio stesso”, esterna Tony Blair. Come ha scritto Alan Dershowitz, occorre infliggere ai terroristi sconfitte severe, inabilitare i suoi militanti arrestandoli o uccidendoli, usare la tortura e le rappresaglie collettive.
Così le guerre scatenate in questi anni dagli Stati Uniti e dai loro alleati rientrano in un unico paradigma strategico: quello di una ‟lunga guerra”, motivata da clamorose imposture umanitarie e imponenti campagne ideologiche, per coprire stragi di civili, occupazione militare dei paesi sconfitti, depredazione di risorse energetiche, controllo di strutture politiche e giudiziarie, frammentazione di territori. Se i piani del Pentagono avranno successo, sarà una ‟lunga guerra dentro”: rischia di non concludersi se non con la fine della civiltà occidentale.
Danilo Zolo

Danilo Zolo

Danilo Zolo ha insegnato Filosofia del diritto e Filosofia del diritto internazionale nella facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Firenze. È stato Visiting Fellow in numerose università inglesi e statunitensi e nel 1993 gli è stata assegnata la Jemolo Fellowship presso il Nuffield College di Oxford. Ha tenuto corsi di lezioni in Argentina, Brasile, Messico e Colombia. Nel 2001 ha fondato la rivista elettronica internazionale “Jura Gentium”. Fra i suoi scritti: Reflexive Epistemology (Kluwer, 1989); Democracy and Complexity (Polity Press, 1992); I signori della pace (Carocci, 1998); Invoking Humanity: War, Law and Global Order (Continuum, 2002); Globalizzazione. Una mappa dei problemi (Laterza,); La giustizia dei vincitori (Laterza, 2006). Per Feltrinelli ha pubblicato: Scienza e politica in Otto Neurath (1986); Il principato democratico (1992); Cosmopolis (1995); Lo Stato di diritto (con Pietro Costa; 2002); L’alternativa mediterranea (con Franco Cassano; 2007); L’alito della libertà. Su Bobbio (2008) e Sulla paura (2011).

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