Sanzioni? La parola circola ormai insistente. È entrata perfino nel Majlis, il parlamento nazionale, che sta discutendo la legge finanziaria per l'anno 2006-2007 (l'anno comincia con il Nowruz, il capodanno persiano che cade il 20 marzo): la bozza di bilancio dello stato (217 miliardi di dollari) avanzata dal governo è stata sottoposta a critiche feroci su diversi fronti, incluso per quella che molti giudicano una previsione troppo ottimista del prezzo del barile di petrolio (40 dollari in media durante tutto l'anno prossimo). Molti hanno obiettato: e se ci sarà un embargo? Alcuni deputati hanno chiesto di studiare un ‟bilancio ombra” che tenga conto di ‟eventi inattesi” in un ‟clima internazionale ostile”. Il portavoce del governo, Gholam Hussein Elham, ha risposto che sarebbe cedere alla ‟propaganda ostile”: il governo vuole lanciare messaggi tranquillizzanti alla ‟comunità degli affari” e agli investitori. Eppure un illustre conservatore, Amir Moeb-Bian, direttore politico del giornale Resalaat, conferma che una ‟finanziaria-ombra” esiste: ‟E' ovvio, un governo deve prevedere anche gli scenari peggiori”, ci ha detto la settimana scorsa.
‟Spero davvero che non ci troveremo a fronteggiare sanzioni, perché ne soffriremmo in modo profondo”, insiste Saeed Leylaz: lo incontro nel suo ufficio di consulente presso la Iran Khodro, la maggiore impresa automobilistica nazionale, nella periferia industriale di Tehran. L'economia iraniana, spiega, è ormai molto dipendente dal commercio con l'estero: ‟Importiamo acciaio per 4 miliardi di dollari all'anno e componenti per automobili per una somma analoga. Per non parlare dei beni di consumo”. In effetti negozi e supermercati sono pieni di marche europee e perfino americane, dai cosmetici al nescafé agli elettrodomestici... E il carburante: per un deficit di capacità di raffinazione interna, l'Iran importa quasi metà dei 70 milioni di litri di benzina consumati ogni giorno... ‟Potremmo fare a meno di tutto questo? Nel paese ormai non c'è la motivazione interna a vivere in modo più spartano, come quando eravamo in guerra”. I dirigenti iraniani, sostiene Leylaz, finita la guerra Iran Iraq (nell'88) hanno scelto il libero mercato e incoraggiato i consumi: e ora non hanno davvero un piano per far fronte alle conseguenze economiche di una crisi internazionale. ‟Intanto le voci di crisi corrono, e quest'incertezza sta già facendo molto danno psicologico e politico”. (In effetti anche i progetti che coinvolgono investimenti stranieri sembrano paralizzati: come in attesa di vedere come si risolverà la crisi).
Eppure l'Iran esporta petrolio e gas naturale: non è un punto di forza, in un mondo assetato di idrocarburi? ‟Il petrolio è l'unico elemento di influenza dell'Iran sull'economia mondiale. Ma noi abbiamo bisogno di esportarlo tanto quanto il mondo ha bisogno di comprarlo, o forse di più: anche un solo giorno di fermo delle esportazioni sarebbe un disastro per la nostra economia”. L'Iran, spiega Leylaz, ha aumentato di tre volte la sua dipendenza dagli idrocarburi negli ultimi 7 anni (nella finanziaria ora in discussione il 70% delle entrate dello stato deriva da petrolio e gas). ‟Sette anni fa, per gestire l'economia nazionale avevamo bisogno di esportare 200 milioni di barili di greggio, al prezzo per barile su cui è basata la finanziaria del prossimo anno. Oggi avremo bisogno di esportarne 900 milioni per mantenere lo stesso tasso di crescita del 5%. L'export di idrocarburi ci dava 9 miliardi di dollari in un anno sette anni fa, oggi è sei volte di più. Se venisse a mancare, non si fermerebbero solo le importazioni di banane o elettrodomestici: il paese sarebbe a pezzi”.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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