Non c’è solo l’Italia di Calderoli, per fortuna. Uno dei pochi (due o tre) lasciti positivi del governo di centrodestra - l’istituzione della Consulta islamica - già mostra la possibile vitalità della sua funzione e già attiva conseguenze virtuose. E comunque fertili. La prima riunione della Consulta ha posto all’ordine del giorno la questione dell’insegnamento della religione islamica nelle scuole. In un documento sottoscritto dalla stragrande maggioranza dei suoi membri, si afferma testualmente: ‟Nell’ambito dell’istruzione intendiamo privilegiare la scuola pubblica nella quale è possibile realizzare un livello di integrazione elevato di tutte le diverse realtà sociali e culturali presenti sul territorio, nella condivisione dei valori superiori della cittadinanza. (...) In quest’ambito siamo favorevoli all’insegnamento facoltativo della storia delle religioni, della lingua e della cultura araba, aperti a tutti gli studenti, musulmani e non, e che vengano impartiti da docenti autorizzati dal ministero dell’Istruzione italiano”. E, poi, un altro punto assai importante: ‟Chiediamo di intervenire fattivamente al fine di evitare la creazione di ghetti scolastici islamici, definendo le condizioni giuridiche per la eventuale istituzione di scuole private musulmane parificate (...) e di verificare che i corsi di religione islamica e di lingua e cultura araba attualmente impartiti nei centri islamici siano rispettosi della legge e diffondano dei valori condivisi dalla società italiana, evitando l’affermazione di una ‟identità islamica” separata e conflittuale”. Siamo in presenza di affermazioni limpide che, sul piano dei principi, conciliano in maniera intelligente e matura la tutela dell'identità (non come rivendicazione aggressiva, ma come risorsa di relazione e di auto-rappresentazione) e la strategia dell’integrazione; la difesa dei diritti (compreso quello a scuole private parificate) e l’inclusione a pieno tutolo nel sistena deila cittadinanza.
Tra le reazioni registrate, alcune sono tanto prevedibili da risultare stucchevoli: le strilla e i borboglii di qualche carneade leghista (‟la nostra identità!”; ‟ci invadono!”; ‟continua l’attacco alle nostre radici!”) sono uno scotto che volentieri paghiamo al pirotecnico pluralismo folklorico del nostro Paese (c’è il triccheballacche e c’è il quotidiano La Padania). Ma, questa volta, la novità è rappresentata da una voce particolarmente autorevole. È quella del cardinale Raffaele Renato Martino, presidente del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace: ‟Se a scuola ci sono cento bambini di religione musulmana, non vedo perché non si possa insegnare la loro religione”, ha affermato. Quindi, la frase che, con intelligente secchezza, liquida tante futilità udite in queste settimane: ‟Se attendiamo la reciprocità nei rispettivi Paesi dove ci sono cristiani, allora ci dovremmo mettere sullo stesso piano di quelli che negano questa possibilità”. Poi: ‟L’Italia è arrivata a un punto tale di democrazia e di rispetto dell’altro che non può fare marcia indietro. Se quindi ci sono persone di altra religione nella realtà italiana, bisogna rispettarle nella loro identità culturale e religiosa”; e infine: ‟Solo il dialogo e la libertà religiosa possono evitare il fondamentalismo, sia quello politico-laico che quello religioso”.
Ah, ci voleva proprio. Che soddisfazione: e proprio perchè quelle parole rimettono le cose al loro posto e - dopo tante chiacchiere - ripristinano il primato della realtà. Che è - per dirne una - quella rappresentata da quei duecentocinquantamile ragazzi musulmani che già ora frequentano le scuole pubbliche italiane. Su quei banchi scolastici, in un rapporto quotidiano con i nostri figli - che, certamente, non è né facile né scontato: e che, al contrario, può risultare anche assai faticoso - i giovani musulmani d’Italia apprendono democrazia e convivenza. Insegnano cultura e imparano cultura. E possono essere messi nella condizione - se la politica lo vorrà e lo saprà fare - di diventare (come afferma il documento sottoscritto dai membri della Consulta islamica) ‟cittadini italiani di fede musulmana”. Non sarà facile, ci vorrà tempo: ma ne vale davvero la pena.
Luigi Manconi

Luigi Manconi

Luigi Manconi insegna Sociologia dei fenomeni politici presso l’Università IULM di Milano. È parlamentare e presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato. Tra i suoi libri recenti: Corpo e anima (Minimum fax 2016), La pena e i diritti (con G. Torrente; Carocci, 2015), Abolire il carcere (con S. Anastasia, V. Calderone, F. Resta, Chiarelettere 2015), Accogliamoli tutti (con V. Brinis; Il Saggiatore 2013), La musica è leggera (Il Saggiatore, 2012), Non sono razzista ma. La xenofobia degli italiani e gli imprenditori politici della paura (con Federica Resta; Feltrinelli, 2017). Nel 2001 ha fondato l’associazione A buon diritto.

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