La notizia viene da Santiago del Cile: il presidente dell'Argentina Nestor Kirchner e quello dell'Uruguay Tabaré Vazquez, incontratisi a margine della cerimonia di insediamento della presidenta cilena Michelle Bachelet, hanno annunciato di aver raggiunto una specie di tregua nel vero e proprio conflitto internazionale che circonda la costruzione di due stabilimenti di cellulosa per carta sulla sponda uruguayana del fiume Uruguay, nel tratto che segna il confine con l'Argentina. L'accordo ricalca la proposta avanzata dall'argentino Kirchner all'inizio del mese: sospendere i lavori per 90 giorni e avviare un approfondito esame d'impatto ambientale, da affidare a esperti indipendenti. In cambio, il presidente argentino chiederà ai cittadini e attivisti ambientali della provincia affacciata sul rio Uruguay di rimuovere i blocchi stradali che da gennaio ormai impediscono la circolazione sui ponti che uniscono i due paesi. Una tregua, dunque. Tutto ruota attorno agli stabilimenti di cellulosa in costruzione a una decina di chilometri uno dall'altro presso la città uruguayana di Fray Bentos: uno è dell'azienda spagnola Ence (Empresa Nacional de Celulosa de España), l'altro della finlandese Botnia. Il progetto industriale ha suscitato opposizioni fin dal principio, in particolare sull'altra sponda del fiume, nella provincia argentina di Entre Rios, dove le cartiere sono guardate come una fonte di inquinamento che minaccia la pesca, il turismo, la salute umana in tutta la zona a valle. La protesta ha finito per coinvolgere abitanti, ambientalisti, enti locali. Col tempo si è formato un comitato civico, la ‟assemblea ambientale dei cittadini di Gualeguaychù” (principale città sul lato argentino), protagonista dei blocchi stradali. Infine, la controversia ha coinvolto i due governi centrali. Il governo uruguayano difende quegli stabilimenti come un elemento ‟chiave” dello sviluppo industriale del paese (si tratterebbe di chiudere il ciclo: dalle piantagioni di alberi a crescita rapida alla trasformazione e l'export di cellulosa); Ence e Botnia vi stanno investendo un totale di 1,8 miliardi di dollari e contano di produrre insieme 1,5 milioni di cellulosa all'anno. Trasformare la polpa di legno in cellulosa però richiede l'uso di parecchi prodotti chimici, incluso cloro e soda caustica, e provoca emissioni di diossine e furani, sostanze estremamente tossiche che persistono nell'ambiente per decenni - e che andranno a finire nel fiume. Certo, il governo uruguayano fa valere che i due stabilimenti useranno la moderna tecnica sbiancante nota come Ecf, ‟elemental chlorine free”. Dalla sponda argentina ribattono che sebbene meno sporca dei vecchi processi, anche la tecnologia Ecf continua a usare diossido di cloro e a emettere diossine e furani (esistono processi produttivi davvero ‟puliti”, noti come ‟totally chlorine free” o Tcf, ma secondo gli industriali non fanno carta di alta qualità). Un comitato binazionale ha lavorato sei mesi, l'anno scorso, senza trovare un accordo. Anzi: il conflitto ha raggiunto momenti duri, come quando l'Argentina ha minacciato di rivolgersi alla Corte internazionale dell'Aja accusando l'Uruguay di aver avviato un progetto industriale sul fiume comune senza consultare la Commissione binazionale per la gestione delle acque transfrontaliere. La tregua dunque abbasserà la tensione: ma non chiuderà il problema. Bisogna vedere come reagirà l'‟Assemblea ambientale” di Gualeguaychù: dai primi commenti (riferiti ieri dall'agenzia Ips) si capisce che c'è chi parla di ‟passo avanti ‟ ma anche chi propone di mantenere i blocchi stradali; molti dicono che una sospensione non basta, il progetto industriale va abbandonato e basta. Indicano l'esempio (negativo) del Cile, dove sabato gli attivisti locali di Greenpeace hanno accolto gli ospiti di stato con striscioni e cartelli: invitavano a visitare la riserva naturale di Rio Cruces, una zona umida nel sud del paese dove nel 2004 l'intera popolazione di cigni e uccelli è stata sterminata dagli scarichi dello stabilimento della Celulosa Arauco y Constitucion (Celco). Tanto per sapere di cosa si parla...
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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