A me ricorda certe cartoline siciliane, (io non c’ero: racconti ricevuti) quando ancora la terra era una somma di latifondi e nei paesi del dopoguerra i disoccupati, per campare, s’industriavano a fare i ‟giornatari”, braccianti pagati un tanto a giornata di lavoro per mietere, vendemmiare, seminare. Solo che i posti erano pochi e i disperati tanti: ci si raccoglieva in fondo alla notte nelle piazze dei paesi, all’alba il mezzadro arrivava, squadrava, misurava. E infine sceglieva.
Tu oggi lavori, tu te ne torni a casa. Campare, a quel tempo, era una lotteria tra miserabili.
Adesso questa lotteria l’abbiamo regalata agli immigrati. Maghrebini, neri, filippini. In fila da sabato pomeriggio, e poi per tutta la notte, davanti agli uffici postali d’Italia. Per essere tra i primi e tra i pochi a ricevere il ‟kit dei desideri”, la bustona che contiene la richiesta del datore di lavoro per far entrare in Italia la manodopera straniera. 170 mila i posti in palio per i più svelti ad arrivare. Qualcuno s’è divertito a incrociare un po’ di numeri e ha scoperto che solo i primi ventisette in coda davanti ad ogni ufficio postale avranno avuto la fortuna di ricevere il loro kit. E di sperare in altri due anni di permesso di soggiorno in Italia.
È andata come doveva andare. Le lunghe file sui marciapiedi, i bivacchi davanti ai seimila uffici postali, la paura di perdere il turno, il freddo che allunga la notte, la pazienza e la rabbia che tutto si riduca sempre in una corsa, in una porta stretta. L’aver procurato queste immagini è forse il tratto più umiliante di cinque anni di politiche cucite dalla destra sulla pelle degli extracomunitari. È la scelta, consapevole, di ridurre la vita degli altri a un lancio di dadi. O di metterli gli uni contro gli altri: tu oggi lavori, tu te ne torni a casa. In fondo all’Africa, in mezzo al mare: purché altrove.
Non sono pensieri da missionario. Sono fatti. La fretta di mettersi in coda, la speranza di non essere scartati, il gioco osceno degli imprevisti e delle probabilità a cui appendere il destino di mezzo milioni di ‟irregolari”: sono tutti fatti. Un modo per costringere queste donne e questi uomini a sentirsi cittadini minori, braccianti della vita. Giornatari, appunto. Sono fatti anche le aste che si consumano in taluni nostri consolati all’estero, il mercato dei visti smerciati dai 1.800 euro in su per poter venire in Italia senza affrontare il mare su una barca. È un fatto l’ignobile accordo che il nostro governo ha firmato con la Libia per convincere Gheddafi a riprendersi i clandestini respinti dall’Italia, e per ammassarli nei suoi lager sul bordo del deserto. Sono fatti le cronache raccontate dai giornalisti come Fabrizio Gatti: ciò che avviene alle frontiere, nei campi profughi, in mare o nei civilissimi Cpt. La lotteria di sabato sera è stata solo il colpo di coda di una stagione politica ormai marcita, felice di costruire selezioni e gerarchie perfino nel diritto alla speranza. È bene che chi verrà dopo non dimentichi nulla, nessun dettaglio, di questi anni d’infamia.
Claudio Fava

Claudio Fava

Claudio Fava (1957), giornalista e politico, ha dedicato gran parte della sua attività professionale alla denuncia della criminalità organizzata (il padre Giuseppe è stato ucciso dalla mafia) ed è autore tra l’altro di Cinque delitti imperfetti (Mondadori, 1994), Il mio nome è Caino (Baldini & Castoldi, 1997) e Quei bravi ragazzi (Sperling & Kupfer, 2007). Con Feltrinelli ha pubblicato I cento passi (2001), insieme a Marco Tullio Giordana e Monica Zapelli, e Teresa (2011).

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