Solo il cozzo tra il gigantesco iceberg B15A e la calotta polare, nell’Antartide, era stato forse tanto atteso. Eppure lo scontro televisivo tra Silvio Berlusconi e Romano Prodi, così aspettato e temuto e agognato dall’una e dall’altra parte come la disfida risolutiva, ha spesso fatto sospirare: tutto qui? Colpa delle regole, merito delle regole. Che dopo anni di denunce contro le inondazioni nel piccolo schermo della destra e in particolare del Cavaliere, la sinistra aveva preteso concordando un regolamento così rigido nella definizione di ogni dettaglio da somigliare nell’ossequioso richiamo a mille formalismi al Codice d’onore scritto per i duelli cavallereschi dal conte Athos di San Malato. Il che, se ha restituito al dibattito politico la sobrietà di certe tribune condotte da Jader Jacobelli, spoglio di certe caciare, ha però tolto spettacolarità. Ci potevi scommettere: l’avrebbe pagata più cara Berlusconi. Giuliano Ferrara dice con affetto che ‟non è un uomo ma un’opera pop”. Figuratevi come poteva vivere quel cronometro che gli ricordava che no, anche se è il più bravo del pianeta ‟inferiore soltanto a Bill Gates”, anche se ha ‟portato l’Italia a un livello di prestigio internazionale che mai aveva avuto”, anche se ha fatto ‟trentasei riforme e dieci codici e cioè più che tutti gli altri governi del passato messi insieme”, anche se ha ‟dato lavoro a 56 mila persone che non hanno mai fatto uno sciopero”, ebbene no: non poteva parlare più di quel professore che, secondo lui, rappresenta solo la maschera della sinistra. O meglio, come disse una volta, ‟un utile idiota”. E per un’ora e mezza si è visto questo: un Cavaliere che schiumava fremente, si imponeva di sorridere, cercava di infilare una parola in più e una promessa in più e una frecciata ai comunisti in più negli spazi di secondi che volta per volta rosicchiava, e allargava le braccia al continuo richiamo di Clemente Mimun come a dire: ecco, vedete, vorrei spiegarmi meglio ma non mi lasciano parlare. E di là un professore che, per usare una vecchia definizione di Sergio Magliola, ex presidente della Finsider, ‟grondava bonomia da tutti gli artigli”. E non perdeva occasione, quando quello debordava fuori tempo massimo, di farlo notare: quanta pazienza, con chi non riesce a rispettare neanche le regole minime... E mano a mano che il tempo passava emergeva sempre più chiaro che, al di là delle giacche e delle cravatte che parevano così simili e al di là del più o meno riluttante adeguamento al codice del duello, i due non rappresentano solo due visioni diverse del governo, della gestione amministrativa, dello Stato, dell’economia, dei rapporti con le parti sociali e con le donne, visto che il Cavaliere spiegava di averne candidate poche perché ‟non è stato facile” trovarne di disponibili a ‟lasciare per cinque giorni la settimana il marito” e il Professore ribatteva che no, non ‟c’è niente da fare, ci vogliono le quote che la destra ha bocciato”. Ma due opposte visioni del mondo. E più chiaro ancora emergeva, accecante e insopprimibile, la reciproca antipatia. Se non il reciproco disprezzo. E uno se la pigliava con l’euro ‟introdotto troppo in fretta” e a un ‟cambio sbagliato” e l’altro gli ribatteva che lui aveva lasciato delle ‟commissioni che avrebbero dovuto vigilare e invece erano state smontate” e che quel cambio lì era stato salutato come una grande vittoria ‟anche da Tremonti”. E quello rilanciava che i conti sono in ordine tanto è vero che ‟l’Ecofin ha espresso apprezzamento” e l’altro che al contrario ‟sono conti disastrati”. Al che il primo riprendeva che ‟erano disastrati quelli che aveva trovato lui al momento di insediarsi” e l’altro che ribatteva: ‟Basta, basta, basta con queste storie: avete avuto cinque anni per governare con una maggioranza enorme e state solo lì a menarla col passato e la sinistra e quasi quasi Garibaldi”. E a mano mano, lo schema si ripeteva fino a diventare imbarazzante. Con Prodi che smontava beffardo ciò che aveva appena detto Berlusconi e Berlusconi che riprendeva: ‟Che spudoratezza...”, ‟È esattamente il contrario...”, ‟È il rovesciamento della verità...”. Mostrandosi via via più stufo, lui, il vincente per antonomasia, davanti a quell’insopportabile ‟dottor Balanzone” che lo sfidava come avesse già vinto: ‟Tra venticinque giorni io inviterò lei e il dottor Letta a palazzo Chigi non solo per il passaggio di consegne ma per vedere insieme cosa possiamo fare per il nostro Paese perché io non voglio essere il presidente solo di un pezzo dell’Italia ma di tutta”. Un’idea sì, era chiaro che hanno in comune: guai ai pessimisti. Silvio la teorizza da sempre raccontando la barzelletta sul vecchio indiano saggio che preconizza un inverno durissimo via via che i suoi fedeli pellerosse, seguendo i suoi consigli, accumulano legna. Romano racconta che gliel’ha insegnato suo padre: ‟Diceva sempre che quando i soldati vanno in guerra, quelli con la faccia triste sono quelli che non tornano mai”. E così hanno in comune una vanità che fa dire a Silvio che ‟il calcio è metafora di vita: dai successi del Milan la gente ha capito che la mia è una filosofia vincente” e a Romano che lui non ha ‟mai perso: mai. Quando parto poi vinco sempre”. Odiano perdere, tutti e due. Chi non ricorda la comune ganassite sportiva e giovanilista? Col Cavaliere che gongola se i giornali raccontano che i tre seguaci Antonio Tajani (‟tutta la giornata a riposo in camera”), Guido Viceconte (colpo della strega) e Mario Pepe (rischio d’infarto) ‟sono finiti tutti k.o.” per aver osato accompagnarlo nello jogging mattutino? E il Professore che, come risposta a chi invocava un candidato più giovane, sfida gajardo i giovanotti nella maratona di Reggio Emilia, sulla quale i nemici non mancheranno di sibilare malignità, per dedicarla a Carlo De Benedetti e a chi denuncia la gerontofilia del sistema italiano? Ogni tanto, nonostante le telecamere fossero ben attente al patto di non inquadrare mai chi non parlava, si coglieva in qualche modo la coda di una risatina, di un sospiro di insofferenza, di un moto di stizza. Soprattutto là dove venivano toccati i temi più spinosi. Come il conflitto d’interessi. Col Cavaliere a ripetere che agli italiani non importa poi tanto perché sanno che ‟le televisioni di Mediaset non hanno mai aggredito nessuno” e il professore a ribadire che no, le regole in questo campo ‟sono essenziali per ogni democrazia” e quindi lui, ‟senza punire Mediaset”, le cambierà. E poi staffilate sulle cooperative, con l’uno a dire che rappresentano ‟il più grande conflitto d’interessi che c’è in Italia” e l’altro a ribattere che ‟rappresentano il 7% della ricchezza che viene prodotta e quindi se io ho rispetto per Mediaset come può lei non aver rispetto per le cooperative”? Non si piacciono, i due. Non si sono piaciuti fin dal primo incontro, avvenuto quando il primo era presidente dell’Iri (‟lottizzatore dell’Iri”, dice l’altro) e cercava di capire se fosse o no perseguibile l’idea di vendere le reti Rai a qualche imprenditore privato. Troppo diversi. Uno fierissimo d’esser nato nella pancia dell’operosa Milano piena di officine e ciminiere, l’altro orgoglioso di venire da una famiglia della campagna emiliana tra un mucchio di fratelli e galline e filari di vite. Uno cresciuto trafficando in merendine sognando subito i danèe, l’altro venuto su puntando diritto alla cattedra universitaria. Uno appassionato di swing e musica francese, buoni per raggranellare qualche lira nei night e sulle navi con l’amico Fedele Confalonieri, l’altro pronto a intonare con Tiziano Treu quelle canzoni goliardiche che anni dopo recupererà nelle giornate del ‟ritiro spirituale” di Gargonza: ‟Gaudeamus igitur / juvenes dum sumus: / post jucundam juventutem / post molestam senectutem...”. E se uno fa trapiantare davanti alla vetrata principale di villa Certosa un immenso carrubo vecchio di cinque secoli, un monumento verde alla sua grandeur vivaistica che abbraccia duemila cactus (‟uno assomiglia al cervello di Tremonti”, spiegò al giornalista Nicholas Farrell, ‟È tutto contorto, ma pieno di roba”) l’altro sviolina le doti dell’Ulivo e proprio un ulivo piantò lui stesso nel ‘95 nell’abbazia di Monteveglio dove aveva vissuto Dossetti. Operazione sventurata. E finita nel marzo 2001, alla vigilia della vittoria berlusconiana, con la morte della povera pianta. Dovuta, disse qualcuno, al terreno argilloso. O forse, chissà, alla lontananza del piantatore, trattenuto a Bruxelles. Sono anni che vengono accomunati a Gabriel Féraud e Armand d’Hubert, i celebri Duellanti di Joseph Conrad. E sono anni che se le danno. ‟Chi hanno scelto: Prodi? Be’, contenti loro, contentissimi noi. Non capita tutti i giorni la fortuna di avere un avversario come Prodi”, disse il Cavaliere il giorno che gli comunicarono lo sfidante. ‟Salgo sempre al santuario di San Luca a pregare la Madonna che mi conservi Berlusconi come avversario”, replicò l’altro. Mai come ieri sera, però, si è visto quanto sia profonda, questa avversione. Come se proprio la conduzione ‟istituzionale” di Clemente Mimun, la rigidità delle clessidre, la morbidezza dei due giornalisti chiamati a fare l’intervista pubblica tra mille veti, facesse risaltare ancora di più la violenza dei sentimenti di scontro anche personale che c’era dietro. Una violenza repressa. Ma pronta a deflagrare. E che peserà, potete scommetterci, anche sul resto della campagna elettorale.
Gian Antonio Stella

Gian Antonio Stella

Gian Antonio Stella è inviato ed editorialista del “Corriere della Sera”. Tra i suoi libri Schei, L’Orda, Negri, froci, giudei & co. e i romanzi Il Maestro magro, La bambina, il pugile e il canguro, I misteri di via dell’Amorino. Insieme a Sergio Rizzo ha scritto, per Rizzoli, La Casta, La Deriva, Vandali e Licenziare i  padreterni. Con Feltrinelli ha pubblicato Tribù s.p.a. Foto di gruppo con Cavaliere bis (2005), Bolli, sempre bolli, fortissamente bolli (2014) e Se muore il Sud (con Sergio Rizzo, 2013; Premio Benedetto Croce 2014).

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