I giornali iraniani hanno dato notizia lunedì che ‟diplomatici del nostro paese sono partiti per New York”. Nessun giornale iraniano però ha scritto perché, né ha mai nominato il Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite: eppure è ben dell'Iran che si sta occupando in questi giorni il massimo organo di governo dell'Onu. Oggi, giovedì, si riuniranno i 15 membri del Consiglio, e benché sia una riunione ‟informale” è qui che si profilerà una decisione. Il punto è che i 5 membri permanenti del Consiglio di sicurezza restano divisi. Ieri si sono incontrati per la quarta volta in pochi giorni senza trovare un accordo su una bozza di ‟dichiarazione” da sottoporre all'approvazione dell'intero Consiglio (15 membri, inclusi i 10 a rotazione).
In sintesi: gli Stati uniti, con la Francia e la Gran Bretagna, puntano a una dichiarazione in cui il Consiglio di sicurezza esprima ‟seria preoccupazione” per il programma nucleare iraniano, e chieda all'Iran di ottemperare alle richieste dell'Aiea (quelle reiterate il 9 marzo: cioè sospendere ogni operazione relativa all'arricchimento dell'uranio, non costruire un reattore ad acqua pesante, riaprire gli impianti a ispezioni).
Soprattutto, gli occidentali vogliono che il Consiglio di sicurezza chieda al direttore dell'Aiea di riferire entro 14 giorni al Consiglio stesso sui progressi fatti da Tehran. Russia e Cina ripetono che una dichiarazione simile è troppo dura e chiude le porte a ulteriori negoziati con l'Iran. Mosca e Pechino vogliono un termine più lungo dei 14 giorni (6 settimane); soprattutto vogliono che el Baradei riferisca all'Aiea, non al Consiglio di sicurezza. La differenza non è formale: significa affermare che il dossier Iran resta di competenza dell'Agenzia di Vienna e non del Consiglio di Sicurezza (che potrebbe alla prossima riunione ‟constatare” che Tehran non obbedisce, e quindi passare a misure punitive - ad esempio sanzioni).
Martedì Francia e Gran Bretagna hanno proposto ai 15 membri del Consiglio la loro bozza di dichiarazione (bella finzione diplomatica: è anche quella Usa, che però mandano avanti gli alleati). La spaccatura è tale che non era ancora chiaro, ieri sera, se il Consiglio di sicurezza oggi opterà per una ‟dichiarazione” (che va approvata all'unanimità) o una ‟risoluzione”, cioè mettere ai voti la proposta franco-britannica: servono 9 paesi favorevoli, e ovviamente nessun veto. Ovvero, Mosca e Pechino potrebbero trovarsi nella situazione che preferirebbero evitare, di dover scegliere se esercitare il loro potere di veto.
Il gioco è ancora aperto, dunque, mentre segnali contrastanti arrivano dalle diverse parti in causa. Da Tehran, in primo luogo. Martedì negoziatori iraniani sono volati a Mosca, per un nuovo round di negoziati (a porte chiuse) su richiesta dell'Iran. Nulla è stato detto sui progressi dei colloqui, ma ci saranno altri incontri. La proposta della Russia all'Iran (di arricchire uranio in joint venture, su territorio russo) era sembrata a un certo punto offrire una via d'uscita dall'impasse: l'Iran però chiedeva di mantenere una ricerca sperimentale su piccola scala in cambio dell'impegno a sospendere per alcuni anni il programma più vasto. Il compromesso ha trovato il veto degli Stati uniti (e il silenzio degli europei), ed è fallito.
Può ancora venire da Mosca una soluzione diplomatica che eviti quello che sta diventando uno scontro assai pericoloso? Non è probabile. Domenica il ministero degli esteri iraniano aveva dichiarato che la proposta russa ‟non è più all'ordine del giorno”, ora che il caso è passato al Consiglio di sicurezza. Il giorno dopo il Consiglio di sicurezza nazionale iraniano ha invece detto che la questione resta sul tavolo e ha chiesto l'incontro di Mosca. Il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov lunedì ha sbuffato: l'Iran ‟non aiuta coloro che stanno cercando una soluzione pacifica”.
Le dichiarazioni discordanti venute da Tehran d'altra parte non è solo un conflitto di competenze o di personalità: è che nell'establishment iraniano il consenso sulla questione nucleare si è rotto, se mai c'è stato, e la cosa è ormai visibile. Non si tratta solo dell'opposizione riformista, che ha tenuto basso profilo ma ora comincia a parlare. Anche il vecchio team di negoziatori esce allo scoperto. Hassan Rowhani, che nei tre anni scorsi aveva guidato i negoziati con il trio dell'Unione europea in qualità di capo del Consiglio di sicurezza nazionale, ha cominciato a dire che il paese sta andando a uno scontro pericoloso, e che ‟non basta urlare slogan per difendere gli interessi della nazione”. Lo stesso Rowhani, in un discorso pronunciato lo scorso settembre (e pubblicato di recente su una rivista iraniana, Rahbord) spiegava che il successo della sua diplomazia era stato negoziare con gli europei, permettere ispezioni e ottenere in cambio la garanzia che si sarebbero opposti a deferire l'Iran al Consiglio di sicurezza. L'accusa agli attuali dirigenti è chiarissima: la linea di scontro adottata dal governo si è ritorta contro l'Iran.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>