Il ‟nemico numero uno” e il ‟grande satana” si parleranno, in modo pubblico, per la prima volta dal 1979. È ufficiale: Tehran e Washington hanno annunciato che discuteranno la situazione in Iraq, anche se hanno tenuto a precisare che i colloqui non saranno allargati a altre questioni: non al dossier nucleare, di cui si occupa in questi giorni il Consiglio di sicurezza. La conferma è venuta prima dalla capitale iraniana. Il capo del Consiglio di sicurezza nazionale dell'Iran, Ali Larijani, ha dichiarato ieri che il suo governo accetta di ‟aiutare a risolvere i problemi dell'Iraq”, accogliendo la richiesta lanciata il giorno prima dal leader shiita iracheno Abdul Aziz al-Hakim. Questi aveva fatto appello alla ‟saggia leadership iraniana ad aprire un chiaro dialogo con l'America per raggiungere un'intesa sulle questioni controverse in Iraq”. Al-Hakim guida il Consiglio supremo della rivoluzione islamica in Iraq (Sciri), partito che ha relazioni strette con il regime iraniano (sviluppate quando la famiglia degli ayatollah al-Hakim era in esilio a Tehran, all'epoca di Saddam Hussein).
Dunque: una forza politica filoiraniana di Baghdad chiede all'Iran di aprire il dialogo con gli Stati uniti, Tehran si dice disponibile. E Washington fa altrettanto: il portavoce della Casa bianca, Scott McClellan ieri ha detto che gli Usa sono ‟aperti a incontri”. L'ambasciatore in Iraq Zalmay Khalilzad è stato autorizzato dal presidente Bush (già in novembre) a contattare Tehran, ha detto il portavoce, precisando che ‟il mandato è molto stretto”, ‟discutere questioni specificamente riferite all'Iraq”.
Non sarà la prima volta che Iran e Stati uniti discutono questioni relative alla regione: hanno cooperato nell'ambito di un ‟gruppo di contatto” sull'Afghanistan, dopo l'11 settembre; più tardi, quando Washington preparava l'invasione dell'Iraq, Tehran ha spinto gli exilés sciiti iracheni parcheggiati in Iran a imbarcarsi nel futuro governo ad interim filoamericano. Ma finora sono stati contatti discreti, o nell'ambito di gruppi multilaterali. Notizia di possibili contatti tra l'ambasciatore Usa a Baghdad e le autorità iraniane circolavano da qualche tempo: sempre allo stato di indiscrezione però, o di smentita (l'ultima è solo di domenica scorsa). Quello annunciato ieri dunque è il primo contatto ufficiale e diretto da quando Usa e Iran hanno rotto le relazioni diplomatiche, dopo l'invasione di studenti islamici nell'ambasciata americana di Tehran (1980).
Da un lato dunque il paese che occupa l'Iraq militarmente, dall'altro uno dei suoi vicini più importanti. Ieri, intervistato dalla Bbc, Khalilzad ha dichiarato che il ruolo dell'Iran in Iraq è ‟misto”: nei contatti ufficiali con il governo iracheno, sostengono la ricostruzione, ma d'altro lato ‟perseguono una complicata strategia con alcuni gruppi estremisti, facilitando le attività di forze opposte al sistema”.
Il ruolo dell'Iran in Iraq è tra gli elementi più chiacchierati della situazione irachena. Sia le forze anglo-americane, sia il governo iracheno (le componenti sunnite), sia gli stati arabi vicini hanno a turno accusato l'Iran di infiltrare in Iraq persone e armi, di sostenere ad esempio la milizia di Moqtada al Sadr (che in effetti viaggia spesso a Tehran: pare che fosse là anche la settimana scorsa), di manipolare le forze politiche sciite, di organizzare la guerriglia contro i britannici nella regione di Bassora. Nessuna di queste accuse è provata; al contrario, in gennaio i militari britannici avevano dovuto ritirare l'accusa secondo cui erano stati iraniani a organizzare alcuni attacchi contro le proprie truppe. La potenziale influenza iraniana in Iraq però è ovvia. Tehran ha numerosi contatti in Iraq, sia a livello ufficiale con il governo (che riconosce), sia con forze politiche sciite, sia con movimenti più o meno ribelli. Certo ha anche la sua rete di intelligence: ha combattuto otto anni contro l'Iraq, negli anni `80, e ha le persone che conoscono bene il terreno e il panorama politico, sia nel sud che a Baghdad e nel nord kurdo; infine ha la rete delle fondazioni religiose e di welfare islamiche. Come i paesi vicini, Tehran ha tutto l'interesse a che l'Iraq conservi l'integrità territoriale, e a evitare che affondi nel caos più di quanto già avvenuto: l'attentato ai mausolei sciiti, il mese scorso, con la successiva spirale di violenza, spaventano Tehran quanto il ‟governatore” Khalilzad. Per una volta i grandi nemici hanno un interesse in comune.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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