Triste - ma anche pericoloso - il tramonto di un uomo che concepisce soltanto yesmen e applausi deliranti, esige solo la falsa adorazione e la conveniente sottomissione, non sa nulla delle cose che dice di sapere, soprattutto non sa governare perché ha passato cinque anni a occuparsi di se stesso, dal look ai processi, dalla autocelebrazione ai bilanci della propria azienda, la sola arricchita sotto questo governo. E, alla fine, la scenata furibonda dal palco della Confindustria. Ha detto il vice presidente Pininfarina: ‟È in uno stato di confusione. Per dire o per fare qualcosa di utile, è necessario conoscere la realtà”. Ecco un bel problema quando si blocca la libertà di informazione. Il primo a non sapere più che cosa succede, è il dottor Berlusconi. Esige che gli diano del Lei. Grida dal bunker di irrealtà che si è costruito e in cui si è isolato. Vuol far saltare il ponte tra governo e imprenditori, dopo aver fatto saltare il ponte tra governo e lavoro. Nel clima concitato in tanti si danno da fare per distruggere gli ultimi ponti della credibilità, dell’onore e della buona reputazione italiana. C’è il sabotaggio del ministro della Repubblica Calderoli che di proposito insulta l’intero Islam, sperando di provocare una rivolta (e in Libia ottiene 14 morti e la distruzione del Consolato italiano). E c’è un altro ponte che salta, quel che resta del rapporto con l’Europa. Di nuovo un ministro della Repubblica si fa avanti e dichiara ‟naziste” le leggi olandesi sulla eutanasia. Il ministro italiano, abituato a governare senza freni, senza conoscenza di causa, senza rispetto, e dunque senza senso di responsabilità per il proprio Paese e la propria funzione, ha provocato il più grave caso diplomatico da quando esiste l’Unione Europea. È toccato a Daniele Capezzone di rappresentare rispetto, decenza, normalità psicologica, poiché per fortuna Capezzone era accanto - o meglio di fronte - al ministro della Repubblica in quel dibattito. Ma Capezzone è soltanto un cittadino, un candidato e il leader, insieme con Boselli, della ‟Rosa nel Pugno”, un partito schierato con l’Unione per riportare l’Italia in zona di tolleranza e di serietà.
Ha detto Capezzone al Tg3 (18 marzo): ‟Adesso questo ministro ha due sole opzioni onorevoli: chiedere scusa a un Paese che dal nazismo è stato invaso. E dimettersi”. Il governo olandese non ha ricevuto scuse e non intende lasciar perdere. Il ministro che ha fatto saltare quest’ultimo ponte è Giovanardi, e si può capire la confusione: considera nazista un governo europeo, democristiano e normale che, anche adesso, anche da destra, rivendica con orgoglio la Resistenza contro il nazismo. E non ha, non potrebbe mai, avere fascisti al governo. Giovanardi invece lavora per il dottor Berlusconi, amministratore delegato del governo privatizzato (l’ultimo prodotto sul mercato: la crescita zero). Il dottor Berlusconi chiama orgogliosamente i fascisti ‟i miei alleati”.
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Non sto usando la parola ‟fascista” come insulto (ciò che, del resto, non ho fatto mai). Sto parlando dei fascisti che si dichiarano fascisti, vogliono essere chiamati fascisti, sfilano per le strade di Milano per farci sapere che sono fascisti, portano le bandiere mortuarie del fascismo in parata, fanno il saluto fascista, sfidano a dire che stanno violando la legge e la Costituzione italiana. E gridano in televisione, affinché sul loro fascismo, anche morale e psicologico, non vi siano dubbi. ‟Meglio fascisti che froci”. E’ una dichiarazione agghiacciante visto che i ‟froci” non hanno mai perseguitato, arrestato, consegnato, deportato (facendosi anche pagare lire 5000 per ogni uomo, donna, bambino, vecchio, malato, morente consegnato ai tedeschi) milioni di italiani ebrei e di europei ebrei. Ma i fascisti sì, i fascisti lo hanno fatto. E ogni volta che alzano i loro lugubri stendardi e fanno il saluto romano, vengono come da un incubo a ricordarti questo: siamo noi, ti dicono, siamo quelli dell’olio di ricino, quelli del linciaggio Matteotti, quelli della bastonatura mortale a Gobetti, quelli della morte in prigione di Gramsci, quelli dell’assassinio dei fratelli Rosselli, quelli che hanno riempito le galere di antifascisti, quelli contro cui, ancora adesso, saltano i nervi ai Libici, quelli che hanno portato la civiltà in Etiopia con i gas asfissianti, quelli della stretta collaborazione Roma-Berlino per massacrare in tutta Europa antifascisti, resistenti, zingari, omosessuali. Soprattutto quelli che hanno ‟lottato” fianco a fianco sino all’ultimo minuto, accanto al camerata tedesco, per sterminare l’ultimo ebreo, raggiungendo quota sei milioni di vittime.
Ricordiamo, al momento del voto, che Berlusconi ha gridato: ‟Volevano impedire la marcia dei miei alleati”. Ricordiamoci: tutto ciò che rimane in giro, nelle menti stravolte di gente giovane, del massacro di civiltà chiamato razzismo e fascismo, tutto quel che è rimasto di un passato disastroso e finito, è andato ad arruolarsi nella ditta-partito del dottor Berlusconi, che un tempo si presentava come ‟il futuro” e che in questa compagnia non può che evocare i giorni più bui del passato.
Perché ne parlo? Perché ancora oggi i telegiornali si preoccupano di rimandare in onda per l’ennesima volta le immagini dei disordini di certi ottusi (o forse manovrati) ragazzi detti ‟dei centri sociali” che hanno bruciato auto, spaccato vetrine e spaventato cittadini, con la scusa di ‟fermare i fascisti” una mattina di marzo a Milano. Un progetto forse un po’ orchestrato che, agli occhi di chi non ricorda o non vuole ricordare, serve per mettere in buona luce ‟la sfilata ordinata” con grida di ‟viva il duce” dei fascisti del dottor Berlusconi.
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Ma le notizie sono notizie, e i fascisti hanno davvero marciato a Milano con tutte le loro bandiere, le stesse che hanno visto, come ultima immagine, migliaia di partigiani fucilati o impiccati ai lampioni (anche in corso Buenos Aires) nei giorni della Resistenza.
E allora che fine hanno fatto i fascisti nelle notizie? Da quando sui grandi quotidiani di un grande Paese, e nei nostri telegiornali, parecchio più lunghi di quelli americani, non c’è posto per due eventi profondamente diversi, uno che appartiene a un frammento di presente, si esprime in modo brutale e si condanna subito, l’altro che viene dall’inferno del mondo e porta l’annuncio spaventoso di un possibile ritorno, ora che si è agganciato a uno dei due schieramenti del Paese? Quando si farà il corteo con cui la città chiede scusa della squallida esibizione fascista?
Impossibile dimenticare qualcosa che contrasta con l’enorme attenzione data ai ‟black block” e la dimenticanza immediata in video e sulla carta stampata, della bravata fascista. Il contrasto è questo: tutto il mondo industriale avanzato conosce i black block da Davos a Seattle. Tutti sanno che proprio a Seattle sono accaduti i primi eventi di rivolta e di distruzione giovanile, su scala ben più grande del sabato milanese. Tutti sanno che sono accaduti e stanno accadendo a Parigi e in tutta la Francia giorni e notti di rivolta giovane in parte pacifica ma in parte drammaticamente violenta. Ciò accade in tutte le democrazie. Però il fascismo al governo (nel caso dannato che dovesse vincere Berlusconi) c’è solo in Italia. In tutto il resto delle democrazie, e certo in tutta Europa, è proibito, è fuori legge, è passibile di arresto, porta al fermo immediato.
L’averlo dimenticato è un buco nel nostro giornalismo. Ci separa dall’Europa l’umiliante sfilata dei fascisti a Milano. E ci separa dall’Europa non averne parlato, non averli descritti, non averli filmati e fotografati, non averci detto chi erano. Sono coloro che vengono dal più tenebroso passato europeo. Sono coloro che spartiranno voti e seggi con Berlusconi. Pochi? Certo. Ma forti della forza di uno degli uomini più ricchi del mondo che ha deciso di dare un altro colpo al buon nome italiano.
Si veda la denuncia e la protesta allarmata dei più importanti gruppi e partiti rappresentati nel Parlamento europeo.
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E lo spionaggio organizzato intorno a Storace alla Regione Lazio? E le polizie parallele, che, una volta svelate, sembrano roba da operetta ma se restano oscure e segrete possono colpire come hanno colpito in Cile e Argentina?
Quando ne abbiamo parlato, al primo emergere di questo brutto fenomeno, la frase che ho appena scritto sarà sembrata a molti una esagerazione. Del resto anche la parola ‟regime” è sempre stata giudicata a lungo - e anche con sdegno - una esagerazione. Eppure quando Berlusconi minaccia in audio e video la giornalista Annunziata, Berlusconi mostra di credere in un regime, nel suo, capace di imporre ciò che vuole quando vuole, perché conta sul silenzio e sul sissignore.
‟Adesso le dico io che domanda mi deve fare. Glielo dico io”. Quante volte lo avrà fatto magari senza quel tono di minaccia, con la bonomia dei potenti quando sono certi di essere assecondati. E quante volte Berlusconi sarà andato in studio tranquillo, rassicurato, perché aveva già piazzato le domande che voleva sentirti fare da giornalisti meno intrattabili della Annunziata, già preparato nella risposta (ricordate la volta che aveva il foglio da disegno già tutto segnato con le grandi opere che voleva mostrarci di sapere a memoria?). Eppure nessuno, mai, prima di Diliberto, prima della Annunziata, prima del faccia a faccia con Prodi, lo ha interrotto per far notare una cifra azzardata o falsa o inventata. Lo ascoltavano giornalisti rispettosi, sottomessi, in silenzio, come se ascoltassero la verità. Una condizione di regime c’è. C’è quando vuoi e imponi e ottieni una cosa benché non sia né consentita né legale, come nel licenziamento via raccomandata con ricevuta di ritorno di Biagi, un desiderio (che altro può fare un normale presidente del Consiglio dispiaciuto con un giornalista) che viene eseguito come ordine da un direttore generale della Rai che è un dipendente del capo del governo solo se esiste un regime. E che infatti si sente in dovere di obbedire entro giorni 3 dalla minacciosa dichiarazione. Con ricevuta di ritorno.
Una condizione di regime c’è quando la legge non è a favore del capo del governo e il capo del governo risponde cambiando la legge. La cambia come vuole ubbidito da un Parlamento che non discute, esegue.
Una condizione di regime c’è quando si diffonde la persuasione che ‟a lui” non puoi dispiacere, pena la tua carriera. Vedere quasi tutta la televisione italiana per sapere se questa affermazione ha un fondamento. Ce l’ha. E infatti Berlusconi, che crede nel suo regime e intende consolidarlo, avverte Lucia Annunziata: ‟Stia attenta. Lei mi tiene testa come una normale giornalista europea o americana. Ma qui governo io. E dunque le dico che resterà per sempre una macchia sulla sua reputazione”. Vuol dire: ‟Si faccia avanti chi vuol far lavorare questa signora, se dopo le elezioni comando io”. Regime? Ecco una spiegazione. Sul palco della Confindustria, a Vicenza, Berlusconi non ha perso il controllo. Ha voluto che si vedesse bene e si capisse bene che cosa rischia chi lo ostacola. Ha aperto un tribunale speciale. Ha trattato con disprezzo ostentato un suo antagonista, Della Valle. Ha aizzato contro il non sottomesso presidente Montezemolo una platea di 200 persone entrate all’ultimo momento apposta per lui su ordine del presidente della Regione Galan. Ha emesso un avviso di reato nei confronti dei principali quotidiani italiani, violenta intimidazione di qui alle elezioni.
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È in questo quadro infetto che si colloca la vicenda delle polizie parallele (private o semi private, con la partecipazione forse non casuale di personaggi della P2 e di agenti di una vera Forza dell’Ordine, in qualche modo mobilitata, da chi?) che si è venuta scoprendo a Roma, intorno al caso di spionaggio che forse coinvolge direttamente, forse no, la persona dell’ex ministro di An, ex governatore della Regione Lazio Storace. Certo la vicenda dimostra di che tipo di alternanza stiamo parlando mentre andiamo a votare.
Da una parte avanzano, dietro i voti e i comizi, dietro i seggi e le schede, strutture paramilitari che sembrano non esitare a usare qualunque mezzo per affermare un potere. Dall’altra una normale e inerme democrazia che conta solo sulla mobilitazione dei suoi elettori, sulla presenza e sulla partecipazione dei cittadini. Sul voto.
Che fra le vittime predestinate della polizia parallela, semi privata, della sorveglianza elettronica e dello spionaggio ci sia anche uno di loro (la Mussolini) serve solo a capire che alcuni non guardano in faccia a nessuno quando si tratta di ottenere o di conservare il potere.
C’è un rapporto fra una simile serie di eventi e il tipo di governo che si vuole insediare se vince la destra? Certo, è il modo in cui si vuole imporre un mutamento genetico della democrazia. Ci sono buone ragioni per avere paura, buone ragioni per denunciare, buone ragioni per impegnarci in tutti i modi a vincere le prossime elezioni portando l’Italia via e lontano dal regime.
Ricordate che tutto dipende - di fronte ai personaggi che si fanno avanti con prepotenza ed esigono di dettare ai giornalisti le domande giuste oppure il silenzio - dalla resistenza dei corpi dello Stato. Per questo la Magistratura è tanto odiata. E per questo il dottor Berlusconi va su e giù a promettere che non se ne andrà finché non l’avrà messa a tacere (lui dice letteralmente: ‟Mettere a posto”).
Non abbiamo mai detto che il suo regime ha vinto. Diciamo e crediamo il contrario. Ma ci guida la constatazione che la lotta furibonda contro la Magistratura è la più clamorosa rivelazione del regime che vuole impiantarsi e consolidarsi, con le sue polizie parallele e la sua illegalità, quando avrà fatto tacere i giudici. Non ci poniamo mai la domanda: che cosa faranno allora gli altri corpi dello Stato, le altre istituzioni, se la gente del dottor Berlusconi, fascisti, leghisti, evasori condonati, indagati per mafia, condannati per corruzione, vince le elezioni? Saranno eroici come la Magistratura o deboli e accomodanti come alcuni nostri colleghi giornalisti? Non ci porremo questa domanda perché dobbiamo vincere le elezioni.
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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