È diventato chiaro ormai, nel pieno della campagna elettorale, che l'anomalia veramente pericolosa non è il conflitto di interesse, già di per sé grave, ma la coincidenza di potere economico e potere politico nella figura di Berlusconi. Il fatto nuovo è che questo padrone delle ferriere televisive, uno degli uomini più ricchi del mondo, si è fatto costruire un partito come se fosse una villa al mare, in un arco brevissimo di tempo è andato ad occupare a suon di chiacchiere e quattrini la scena politica e si è adattato come un vestito il parlamento di questo paese. Nella sua figura l'economia è diventata senza passaggi intermedi la politica, il partito, le istituzioni. Ma adesso? Ora che i nodi stanno venendo al pettine qual è il problema?
Diciamola così: tradizionalmente è buona cosa che i potentati economici scelgano la forza politica a cui delegare la copertura legale dei loro interessi (in Italia è stato quasi sempre così, se si esclude la fase della Destra storica) e si traggano indietro al momento giusto quando quella forza politica ha dato ciò che poteva dare consumando la sua funzione. Ma Berlusconi ha messo le cose in modo che per lui questo non è possibile. Ha confuso in sé, con protervia, con presunzione, con l'ottusità di chi è abituato a stravincere sempre, economia e politica.
Se all’inizio la ha fatto con allegra superbia, negli ultimi anni è precipitato inevitabilmente nella logica funerea della sua stessa operazione facendosi terra bruciata intorno, impedendosi ogni possibile ritirata. Dove ritirarsi infatti? Nel suo territorio padronale, nella sua funzione di imprenditore, abbandonando l’arnese di Forza Italia al suo destino e foraggiando caso mai una forza politica ora più adeguata, An, l’Udc? Impossibile. Sarebbe come separarsi da sé e abbandonarsi, operazione che funziona solo nei racconti fantastici. D’altra parte i suoi stessi interessi economici non sono ormai più separabili dalla immagine politica che si è dato. Berlusconi, per restare alla sua pretesa di essere un Napoleone - tesi tra l’altro sostenuta con entusiasmo tempo fa, in tv, anche dal suo fido Confalonieri, - è come se fosse l’imperatore ma anche, contemporaneamente, i neoricchi postrivoluzionari che ne sostennero l’ascesa; o, per restare sul terreno italico sempre un po’ fangoso, Mussolini e gli agrari che lo finanziavano, Mussolini e il gran capitale che lo tenne in arcione. A Vicenza questa disastrosa coincidenza di economia e politica nella stessa persona, inseparabile come le due facce di un foglio di carta, si è vista bene. La Confindustria, che anni addietro aveva sostenuto con tutte le sue masserizie l’operazione di Berlusconi, uno dei suoi membri più potenti, lì si è guardata nel suo specchio politico, ha visto opportunamente, secondo le vecchie modalità preberlusconiane, non se stessa ma il declino di un uomo e di un partito e, almeno per quel che riguarda i suoi vertici, ha fatto finta di non conoscerlo, di non averlo mai sentito a sua immagine e somiglianza, e ha fischiato. Si è comportata, cioè, come il potere economico si comporta sempre quando capisce che un cavallo politico sta per stramazzare ed è bene dargli il colpo di grazia, passare ad altro mezzo di trasporto. Berlusconi era lì sul palco, sudato, claudicante per finta o sul serio, in ogni senso stridente. Esposto a tutto tondo tra i suoi colleghi di capitale e di profitti, cercava di persuadere i persuadibili a non ritrarsi dal confindustriale (lui) che sa quali sono i veri interessi di un confindustriale. E lo faceva proprio quando i confindustriali che sanno quali sono i veri interessi di un confindustriale si accingevano a scaricarlo come un qualsiasi politico che invece non sa più un cavolo dei veri interessi di un confindustriale. Berlusconi, insomma, ha recitato, tra tragedia e farsa, la scena più significativa della sua esperienza su un palcoscenico dove la parte fine, lungimirante della platea, si preparava ad agire come un capo del governo/ imprenditore non può in nessun modo agire: sbarazzandosi di lui/sbarazzandosi di sé. Ora veniamo alla domanda più scabrosa. Noi sinistra siamo politicamente contenti di ciò che sta accadendo. Già parecchia gente una volta rissosa o sfrontata o volgarmente presuntuosa sta abbassando i toni, sta alzando colloquialmente bandiera bianca. Vinceremo, si spera. Ma Berlusconi perderà, può perdere? Il capo di un potentato economico tra i più agguerriti dell’Italia contemporanea può accettare con eleganza il responso delle urne e smettere di essere il capo del governo di questo paese? Può realmente separare sé da sé, quando negli ultimi anni si è chiuso ogni possibilità di ritirata, ha usato il parlamento come una succursale delle sue aziende, ha colluttato duramente col potere giudiziario, ha schiaffeggiato la libertà di stampa, ha cercato di dimostrare che non c’è democrazia se c’è opposizione alla sua persona, (la quale persona, secondo i suoi significativi usi verbali, spesso e volentieri non è solo «io», ma «egli»)? C’è qualcuno da qualche parte che sta pensando a una commissione capace di studiare un modo che permetta a Berlusconi di dimidiarsi con perizia chirurgica, il politico con altissime cariche istituzionali da un lato e il capitano d’industria dall’altro? C’è un centro di recupero per questa figura-mostro uscita dal grembo del nostro tenebroso paese, luogo dove si può comprare di tutto, un partito, servizi segretissimi, guardie e capi della guardia, merce e mercenari di ogni tipo?
Domenico Starnone

Domenico Starnone

Domenico Starnone (Napoli, 1943) ha fatto l’insegnante e il redattore delle pagine culturali del ‟Manifesto”. Oltre a opere narrative, ha scritto molti libri sulla vita scolastica (da cui sono stati tratti i film La scuola di Daniele Luchetti e Auguri, professore di Riccardo Milani). Con Feltrinelli ha pubblicato Ex cattedra (1985, 1989, poi ampliato in Ex cattedra e altre storie di scuola nel 2006), Il salto con le aste (1989), Segni d’oro (1990), Fuori registro (1991), Eccesso di zelo (1993), Denti (1994, da cui Gabriele Salvatores ha tratto il film omonimo), Solo se interrogato. Appunti sulla maleducazione di un insegnante volenteroso (1995), La retta via. Otto storie di obiettivi mancati (1996), Via Gemito (2000, premi Strega e Napoli 2001), Labilità (2005, premi Flaiano e Castiglioncello) e Prima esecuzione (2007); con Einaudi, Spavento (2009), Autobiografia erotica di Aristide Gambia (2011) Lacci (2014), Scherzetto (2016), Le false resurrezioni (2018); ; con minimum fax, Fare scene. Una storia di cinema (2010). Ha inoltre introdotto, per i “Classici” Feltrinelli, Cuore (1993) di Edmondo De Amicis, Ultime lettere di Jacopo Ortis (1994) di Ugo Foscolo e Lord Jim (2002) di Joseph Conrad.

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